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Adoro l’odore della carta che brucia il mattino presto

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Guy Debord contro la modernità

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L’apocalisse neoliberista

La crisi economica assomiglia a una macchia di Rorschach. Ognuno la interpreta come vuole, ognuno ne attribuisce l’origine a una causa differente:
– Una farfalla.
– Un uomo e una donna che fanno l’amore?
– La testa spaccata di un cerbiatto…
– Il neoliberismo!

Ecco, prendiamo il neoliberismo. Come ha scritto Francesco Costa sul giornale di Confindustria, affermare che in Italia siano state messe in pratica delle politiche neoliberiste è inesatto perché in questo caso si sarebbe “ridotto il peso dello Stato nella sua economia, abbattendo le tasse e la spesa, privatizzando le grandi aziende pubbliche, riducendo drasticamente la burocrazia, abolendo la contrattazione collettiva e gli ordini professionali, lasciando mano libera ai privati”: tutte cose che semplicemente non sono mai avvenute. E tuttavia del neoliberismo, per come viene descritto da chi ricorre al termine, si è verificato in tutto l’occidente l’effetto principale, ovvero il trionfo del capitale sul lavoro: in pratica, una progressiva diminuzione della remunerazione media negli ultimi venticinque anni, dopo trent’anni d’incremento.

Sembra dunque avere senso parlare di discontinuità, e dare un nome – “neoliberismo” – a questa discontinuità. Si tratta di una scorciatoia linguistica che tuttavia lascia aperte alcune questioni fondamentali: primo, se siano effettivamente delle specifiche politiche economiche – reaganomics, thatcherismo… – la causa di questo fenomeno; secondo, se altrove l’applicazione di politiche differenti abbia generato effetti più soddisfacenti; terzo, se non sia piuttosto la coesistenza forzata tra politiche di segno opposto a produrre i più gravi effetti. Per tentare di chiarire questi punti è necessario partire da molto lontano, dall’alba della rivoluzione industriale…

Il capitalismo è un sistema economico in continua trasformazione, caratterizzato da alcune tendenze strutturali. Una di queste è la divisione sociale del lavoro, ovvero la frammentazione sempre più importante dei processi produttivi. Questa divisione, che garantisce l’incremento della produttività, nello stesso tempo erode la qualità del lavoro e quindi il suo costo. Il leggendario Ned Ludd fu il primo a prendere coscienza di questo fenomeno (leggermente più antico di qualsiasi svolta neoliberista) e reagì pigliando a spaccare macchine come un forsennato. Per giunta il capitale tende a concentrarsi in maniera monopolistica, annientando la concorrenza in ogni settore e riassorbendo in qualità di salariati le vittime della propria espansione. Insomma al movimento che imborghesisce i consumatori si associa un movimento che proletarizza i produttori. Ma il vero paradosso del capitalismo è ancora un altro: per effetto della libera concorrenza la produttività tende continuamente a scavalcare la domanda esistente, col rischio che la merce non trovi sbocco sul mercato e che il sistema si paralizzi. A dire il vero molti vorrebbero pure acquistarla questa merce, il problema è che – ricordate – Ned Ludd non ha più un soldo.

Sopraffatto dalle sue contraddizioni, il capitalismo industriale è sostanzialmente tragico. Fatta pace con questa spiacevole diagnosi, nel tempo che resta è possibile deliziarsi a inventare palliativi, narcotici e altri rimedi utili a rallentare o accelerare la catastrofe. Thomas Malthus ebbe un’intuizione: abbiamo bisogno di una classe di rentiers che si faccia carico di consumare l’eccesso di offerta. Non era già questa, fin dai tempi degli antichi sacrifici, la funzione dei sacerdoti, chiamati a distruggere un surplus di risorse che poteva perturbare l’equilibrio economico? John Maynard Keynes sviluppò l’idea malthusiana investendo un nuovo soggetto del sacro compito: lo Stato. Il potere pubblico non si limiterà a una funzione regolatrice, bensì dovrà trasformarsi in consumatore esso stesso. La sua missione sarà di produrre la principale delle risorse scarse ovvero la domanda. Così lo Stato keynesiano eredita dalla Chiesa il ruolo di potere che frena: katéchon che argina il flutto impetuoso dell’accumulazione capitalistica.

Insomma lo Stato faccia al capitalista quello che il capitalista fa al lavoratore. Da una parte preleverà una quota del profitto privato, dall’altra la spenderà per assorbire il surplus prodotto dagli incrementi di produttività. Tutto perfetto, se non fosse che non c’è limite agli incrementi, quindi non c’è limite alla ricchezza che deve essere consumata per inseguirli, quindi non c’è limite alla quota che deve essere prelevata… Ma in un contesto concorrenziale caratterizzato dalla corsa al ribasso dei prezzi – la famigerata competitività – questo inseguimento infinito non è possibile. C’è una soglia oltre la quale il prelievo fiscale incide sulla sostenibilità stessa delle attività economiche: una soglia, dunque, che segna l’inizio di una fase apocalittica in cui riemergono d’un tratto tutte le contraddizioni che erano state occultate.

Alla fine degli anni Sessanta, in effetti, l’oliato meccanismo comincia a incepparsi. La domanda ricomincia a scarseggiare e stimolarla risulta sempre più costoso. Disoccupazione e inflazione si presentano contemporaneamente, contraddicendo la logica keynesiana. Negli Stati Uniti vanno in crisi sia il modello di produzione fordista che gli strumenti politici di sostegno alla crescita. La bilancia commerciale entra in una fase deficitaria e, per non essere costretto a svuotare Fort Knox in cambio dei miliardi di verdoni sparsi per il mondo, Richard Nixon nel 1971 abolisce la convertibilità del dollaro in oro. Come se non bastasse, la crisi energetica del 1973 pone fine allo sfruttamento precapitalistico del petrolio. Certo, una nuova generazione di turbo-consumatori è stata formata dai “cattivi maestri” della controcultura libertaria, ma resta il problema di come finanziare tutto questo desiderio liberato.

C’è chi parla di crisi di accumulazione del capitale, ovvero di un’erosione della quota di profitto ottenuta dai capitalisti. Si tratta di un’interpretazione accettabile fintanto che non appiattisce l’economia sulla psicologia, attribuendo cioè all’avidità di una ristretta cerchia di capitalisti la responsabilità di fenomeni ben più profondi. Se il correttivo keynesiano aveva sanato definitivamente le contraddizioni del capitalismo, perché mai d’un tratto si sarebbe voluto infrangere quest’equilibrio? I capitalisti saranno pure dei lemming impazziti, ma qui c’è qualcosa che non torna. Il punto è che, ovviamente, le contraddizioni non erano state risolte; si erano segretamente accumulate. Il lavoro aveva continuato a dividersi e il capitale aveva continuano a concentrarsi. Non solo per il potere pubblico era diventato sempre più difficile correggere le disfunzioni generate da queste tendenze, ma inoltre lo sviluppo ipertrofico dello Stato aveva iniziato a produrre nuove disfunzioni.

Le politiche di Reagan e Thatcher – ispirate alla scuola neoliberista e integrate con altre politiche di segno opposto – furono l’ennesima manovra di correzione del capitalismo per garantirne la sopravvivenza. Si parla di privatizzazioni, lotta ai sindacati, lotta all’inflazione, tutte misure volte a sostenere la competitività dell’offerta da una parte compensando la caduta del saggio di profitto e d’altra parte recuperando sul costo del lavoro quello che si era ceduto e si continuava a cedere sul costo dello Stato. In effetti non si abbandonarono le misure di stimolo della domanda e la politica monetaria espansiva, che associata alla deregolamentazione dei mercati finanziari permise d’inondare il mercato di “soldi facili”. Lo sviluppo del commercio internazionale accentuò il processo di divisione mondiale del lavoro e nello stesso tempo aprì colossali sbocchi per l’esportazione del più tipico e apprezzato dei prodotti americani: il granoturco? No, il dollaro. L’intera economia americana si sarebbe fondata, negli anni a venire, su questa monocultura paradossale. E con tutto ciò, alla fine, si riuscì ancora una volta a rimandare l’apocalisse. La quale si ripresentò, puntale, allo scoppio della bolla finanziaria del 2008.

Tutto questo dovrebbe permettere di relativizzare la responsabilità del feticcio chiamato neoliberismo nelle amare faccende che affliggono la nostra vita quotidiana, e forse invitarci a riflettere in maniera più originale sulla maniera corretta di reagire. Le misure prese negli USA riassestarono la sovrastruttura normativa (la politica, il diritto) alla struttura materiale (l’economia). In questo senso l’effetto di discontinuità è puramente prospettico. Per anni abbiamo visto come in uno specchio, in maniera confusa: ora vediamo faccia a faccia. La presunta scossa neoliberista è il conto del boom, pagato tutto in una volta sola: dunque per analizzare obiettivamente questa fase bisognerebbe, come dire, calcolarne l’ammortamento su un periodo più lungo. Siamo costretti a giudicare l’economia secondo una duplice scala di valori (breve termine/ lungo termine) che produce una disciplina precisamente schizofrenica. Come ogni cosa che esiste in questo meraviglioso universo retto da regole deterministiche, quello che è accaduto era necessario. E come ogni ogni cosa che esiste in questo maledetto universo governato dall’entropia, si è trattato di un ulteriore passo verso il caos.

Come spesso accade in questi casi, il “neoliberismo reale” si realizzò violando una parte dei principi sostanziali della dottrina che lo ispirava. Lo stesso Reagan fu artefice di una politica deficitaria e giustificò la riduzione delle tasse con l’argomento che ciò avrebbe stimolato la domanda aggregata. L’attuale debito pubblico americano, in fin dei conti, non è altro che il risultato della coesistenza scoordinata tra una politica di spesa ambiziosa (in particolare sul versante militare) e una politica fiscale concentrata sulla competitività. Per non parlare del debito italiano, risultato dell’aggiustamento utopistico della spesa sul gettito virtuale fantasticato al netto di un’evasione fisiologica.

L’esame della situazione italiana è particolarmente interessante come contro-esempio dell’ipotesi neoliberista. Se oggi in Italia una quota importante della ricchezza prodotta, invece di remunerare il lavoro, viene prelevata e spartita da un’abnorme classe di funzionari, questo ha poco che vedere con il neoliberismo. Al contrario: è il rimedio keynesiano che ha iniziato a produrre danni iatrogeni. Se oggi in Italia esiste un gigantesco esercito di riserva di disoccupati e semi-occupati “presso me stesso” che tirano verso il basso il costo del lavoro divorando grosse fette di patrimonio familiare, questo ha poco a che vedere con il neoliberismo. Al contrario: è una lotta fratricida in seno alla classe media, a colpi di quattrini. Se oggi in Italia migliaia di africani e slavi vengono sfruttati nei campi e nei cantieri, fuori da qualsiasi giurisdizione e indipendentemente da qualsiasi normativa, questo ha poco a che vedere con il neoliberismo. Al contrario: è un segnale dello scollamento tra la realtà concreta e un ordinamento giuridico sempre più fantasioso. E se per difendere questo status quo tirate in ballo Keynes o Marx, ridotti a prestanome di un capitalismo di Stato clientelare, allora forse significa che vi fa comodo così.

Faceva comodo a tutti. Il problema è che non funziona più.





Io non sono qui

Il Political Compass è uno dei più noti questionari online che permettono di “misurare” la propria collocazione politica. Chi lo compila ammette volentieri che gran parte delle domande sono mal poste o contraddittorie: grazioso eufemismo. Prendiamo la prima:

“If economic globalization is inevitable, it should primarily serve humanity rather than the interests of trans-national corporations”: Strongly Disagree/ Disagree/ Agree/ Strongly Agree

Come si risponde a una domanda del genere? E più in generale, come si risponde a una domanda non pertinente? Una prima ipotesi di soluzione è non rispondere: questo test è assurdo, passiamo ad altro che abbiamo di meglio da fare. Ma davvero abbiamo di meglio da fare? Via, facciamo uno sforzo e rispondiamo diligentemente. Allora diciamo che sì, certo, ovviamente, la “globalizzazione economica” (qualsiasi cosa intendano e ammettendo che sia inevitabile) dovrebbe essere “utile al bene dell’umanità” e non agli “interessi delle multinazionali”. Strongly Agree, e chi mai potrebbe rispondere altrimenti? Di domanda (incongrua) in domanda, finiamo esattamente dove i compilatori del test volevano che finissimo: libertari e socialisti, in basso a sinistra del loro quadrato magico. Lontanissimo da tutti i governi europei, considerati in vario modo autoritari e di destra.

C’è da chiedersi quale sia l’utilità di un modello incapace di rappresentare le differenze politiche tra la Svezia e l’Italia, tra la Francia e il Regno Unito, tra la Germania e la Spagna; allorché proprio queste differenze costituiscono le opzioni reali alle quali siamo confrontati quando prendiamo delle decisioni. Il Political Compass invece mette sullo stesso piano teorie, aspirazioni, buoni propositi (in basso) ed esperienze storiche (in alto), con l’esito catastrofico di cancellare ogni differenza pertinente. Non è una questione di verità del modello ma di efficacia: sarebbe come cercare il miglior ristorante giapponese di Milano usando una mappa dell’inquinamento luminoso. Il problema è che i compilatori del Political Compass non vogliono trovare un ristorante giapponese, né peraltro modellizzare lo spettro delle opzioni politiche reali, ma insistere sulla distanza tra le presunte aspirazioni dei cittadini (i quali ovviamente vogliono il bene dell’umanità) e le presunte posizioni dei governi (i quali ovviamente difendono gli interessi delle multinazionali). Orientando le risposte con domande tendenziose, se questo è necessario per corroborare la loro tesi.

Invischiati nella trappola linguistica del Political Compass, ci troviamo in fin dei conti a dare ragione alla loro visione del mondo. Se invece di stare davanti a un questionario online stessimo discutendo con una persona in carne ed ossa (e dunque disponessimo della possibilità di reagire, riformulare, precisare, ribattere) probabilmente riusciremmo a comunicare la nostra perplessità e infine riconoscere delle differenze tra le nostre posizioni. Nella migliore delle ipotesi, finiremmo a urlarci dietro i peggiori insulti dopo avere consumato un numero esagerato di birre. Avremmo passato una bella serata, facendo emergere — come direbbe Mao — le contraddizioni. Il problema è che nella maggior parte dei casi non abbiamo la possibilità di tradurre i termini del discorso. Spesso sono i duri fatti a imporci delle scelte che non corrispondono al nostro sistema di segmentazione della realtà; altrettanto spesso è il linguaggio degli altri. Confrontati a schemi che non ci appartengono, siamo continuamente costretti a rispondere a domande non pertinenti.

E allora, come si risponde a una domanda non pertinente? I filosofi del linguaggio si sono arrovellati a lungo per stabilire se una proposizione come “L’attuale Re di Francia è calvo” sia banalmente falsa (perché non esiste alcun Re di Francia) oppure né vera né falsa (perché si riferisce a un’entità inesistente). Ma che cosa rispondereste voi nel Political Compass se vi venisse chiesto se l’attuale Re di Francia sia calvo, lasciandovi la sola opzione tra un Sì e un No? Voglio dire, sapete che gli autori del test sono inglesi e conoscono vagamente la politica francese: magari hanno semplicemente fatto un po’ di confusione. Pragmaticamente, se volete arrivare alla fine del test, potreste considerare che “Re di Francia” è un modo impreciso di parlare del Presidente della Repubblica François Hollande, il quale effettivamente è praticamente calvo, e decidere di rispondere Sì. Questo approccio collaborativo è molto simile a quello che ci porta a rispondere Strongly Agree alla prima assurda domanda del Political Compass. Ma c’è un altro approccio, conflittuale, che consisterebbe nel rispondere negativamente alla domanda per sanzionarne l’incongruenza. Il Re di Francia è calvo? No. Credi che la globalizzazione debba essere utile all’umanità più che alle multinazionali? No, accidenti, come posso condividere un pensiero così stupido? Le descrizioni e i concetti che compongono la proposizione sono privi di senso — “globalizzazione”? “umanità“? — quindi la proposizione è falsa. E soprattutto, come posso condividere l’opinione di qualcuno che concepisce le questioni politiche in questo modo? Strongly disagree.

L’approccio conflittuale era quello di Martin Lutero. Le sue posizioni in materia eucaristica vennero condannate al Concilio di Trento, e oggi ancora si afferma che Lutero rifiutasse la transustanziazione preferendogli la consustanziazione. Eresia? Eppure altrove accusava i papisti di “furto” e “rapina” del Santissimo Corpo: se avesse creduto che si trattava di un semplice tozzo di pane, perché avrebbe dovuto prendersela? In verità, Lutero rifiutava soprattutto l’impiego delle categorie della teologia scolastica: parole del lessico aristotelico come “sostanza” e “specie” che stavano alla base di un approccio procedurale e tecnocratico alle materie religiose. Il monaco tedesco non hai mai voluto confutare la presenza del corpo di Cristo nell’Eucarestia, ma di fronte al Theological Compass scolastico ha rivendicato il suo strong disagreement nei confronti della dottrina della transustanziazione. Era per lui, semplicemente, un modo troppo assurdo di spiegare una cosa vera.

Così il povero Lutero è finito tra gli eretici, e noi rischiamo di finire nel quadratino dei nemici dell’umanità. Ce ne faremo una ragione. D’altronde Mao ci è sempre sembrato più filosoficamente interessante di Gandhi.





La musa impossibile. Mario Praz ipertesto

[Questo articolo è stato pubblicato nel numero 2 della rivista Post, Mimesis 2010.]

Nello schizzare un ritratto di Mario Praz, facilmente potremmo essere indotti nella tentazione di scinderlo in due: da una parte lo studioso di letteratura, ovvero l’autore de La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica; dall’altra il prosatore ingegnoso, che scivola tra le arti e le discipline esercitando il suo “genio migliore” nel genere del saggio breve1. E tuttavia, questa tentazione – cui lo stesso Praz soccombeva – è necessario scacciarla poiché non sorge da un’intrinseca scissione bensì piuttosto dall’asimmetria tra questo corpo letterario lussureggiante e grandioso, anomalo, e la norma angusta della “divisione del lavoro” cui oggi è costretta la ricerca scientifica e letteraria. Laureato in Giurisprudenza e in Lettere, professore di letteratura a Manchester, Liverpool e Roma, traduttore, storico, esperto d’arte, iconologo, collezionista, viaggiatore, Mario Praz fu soprattutto scrittore: tra i più grandi del secolo. Ed è proprio nella scrittura che si ricompongono i frammenti di quel sapere umanistico che l’autore di Gusto Neoclassico volle tenere unito, mentre altri suppliscono alla propria incompetenza circoscrivendo minuscoli campi, presidiando a cattedre universitarie dai nomi vieppiù fantasiosi e stando ben attenti a non varcare alcuna soglia. Tutt’al contrario la prosa di Mario Praz non ha limiti, se non quelli temporali di una Modernità cui si è fedelmente dedicato2 e che ha sezionato in lungo e in largo, inseguendo il significato di alcune “approssimazioni”3: Rinascimento, Secentismo, Barocco, Neoclassicismo, Romanticismo. Leggere il seguito »





La tirannia dei valori

(Il mio pensiero ha raggiunto un tale livello di astrazione — diciamo così — che ormai mi esprimo solo più per memi e fotomontaggi. Per non farmi mancare nulla, cerco anche di rovinare la reputazione di un noto disegnatore italiano fornendogli spunti esoterici per commentare l’attualità sul Post.)

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Il dilemma del vitellone

Periodicamente un politico incauto lancia una sparata sui giovani fannulloni, così scatenando il subbuglio di mille code di paglia — «Ho sette lauree, vacci tu a raccogliere i pomodori!» – accompagnato da dotte considerazioni keynesiane sulla natura sempre involontaria della disoccupazione. Ma come si concilia, al di là di ogni giudizio morale, la teoria della disoccupazione involontaria con la realtà di un mercato che nondimeno richiede un certo tipo di manodopera e la soddisfa dislocando milioni di lavoratori da una parte del mondo all’altra? Cosa determina le nostre traiettorie formative e professionali, talvolta demenziali, se non delle scelte deliberate e delle preferenze soggettive?

La tanto vituperata teoria neoclassica della disoccupazione volontaria ha il vantaggio di porre la questione del lavoro in termini di razionalità individuale e può essere utile per capire cosa accade alla classe media occidentale, e italiana in generale. In effetti per chi dispone delle risorse sufficienti è razionale prolungare gli studi universitari, perfezionare un proprio talento o accumulare relazioni, persino andare in tivù da Andrea Diprè, piuttosto che andare a raccogliere pomodori: in questo modo aumenteranno le probabilità di ottenere il successo nel proprio campo, anche se dopo cinque o dieci anni vissuti come I vitelloni di Fellini. Un esempio di questo tipo di strategia è Richard Katz nel romanzo Libertà (2010) di Jonathan Franzen: cantante in uno sconosciuto gruppo rock fino all’alba dei quarant’anni, barcamenandosi tra vari proverbiali «lavoretti», d’un tratto diventa famoso e passa istantaneamente da sfigato a idolo delle folle. Questo tipo di percorso professionale imprevedibile, caratteristico dei mestieri qualificati e delle attività creative, è analizzato bene da Nassim Nicholas Taleb nel suo Cigno Nero (2007).

Un problema sorge tuttavia quando tutti gli agenti ricorrono a questa strategia e si configura un vero e proprio dilemma del vitellone, una «situazione lose-lose» prodotta dal gioco autodistruttivo delle razionalità individuali. Poiché tutti fanno i proverbiali sacrifici per rendersi appetibili sul mercato del lavoro, sono necessari sacrifici sempre più ingenti: si ritarda l’entrata nella vita attiva, si pagano costose formazioni, si lavora gratis o quasi. In un saggio recente sul mondo del lavoro, per definire questo meccanismo si parlava ancora di «efficienza dell’incertezza» diretta a «regolare le fasi iniziali delle carriere professionali dei knowledge workers destinate a sfociare in lavoro dipendente a tempo indeterminato»: beato ottimismo. In verità l’esito sub-ottimale di questa competizione fratricida è il Declassamento Mutuo Assicurato, versione 2.0 della più celebre Mutual Assured Destruction (MAD) che minacciava il mondo durante la guerra fredda. Una corsa all’armamento formativo che non scatenerà nessuna apocalisse atomica, ma che prosciuga i patrimoni e abbassa il costo del lavoro. Naturalmente i primi a soccombere sono coloro che dispongono di meno risorse, ai quali si è lasciato credere — come ad Alberto Sordi ne Lo scopone scientifico (1972) di Luigi Comencini — che fosse possibile vincere al gioco contando soltanto sul talento e la determinazione.

Ma come siamo finiti in questo pasticcio? Se le cose hanno smesso di funzionare, quando è accaduto? La maggior parte delle analisi attribuisce alla famigerata «crisi» l’origine dell’anomalia, se non addirittura a una «precisa scelta politica». Invece sarebbe opportuno rovesciare l’analisi e chiedersi se il difetto di domanda (non c’è lavoro qualificato) non sia piuttosto un eccesso di offerta (siamo troppi e troppo qualificati). La crisi sarebbe dunque l’effetto di un allargamento sovrabbondante della classe media per effetto di fattori politici, economici e demografici — un allargamento che sembrava cosa buona e giusta in quanto faceva girare i consumi, ma di cui nessuno voleva interrogare il limite. Come mostrava in maniera limpida Thomas Mann nei Buddenbrook (1901), la borghesia racchiude in sé i germi del proprio esaurimento. Da questo punto di vista, vagamente schumpeteriano, il meccanismo di declassamento svolge una funzione di regolazione che restituisce la classe a una dimensione sostenibile. La classe media occidentale deve fallire per sopravvivere. Ma come appunto segnalava Joseph Schumpeter, le crisi periodiche possono avere conseguenze imprevedibili…

L’economista austriaco ha avuto modo di verificare empiricamente gli effetti della sua teoria, assistendo all’ascesa del nazionalsocialismo: conseguenza politica di una crisi economica. Inoltre Schumpeter fu esponente di quella diaspora germanica verso l’America che possiamo, a questo punto, considerare come un caso esemplare di sovrabbondanza dell’offerta di forza-lavoro cognitiva. Non fu soltanto la persecuzione nazista a cacciare gli intellettuali dall’Europa, ma prima ancora la crisi: bisogna contarli, metterli in fila uno per uno questi scienziati, artisti e pensatori per rendersi conto che non sarebbe mai stato possibile per tutti quanti «trovare lavoro» in quello spazio tanto piccolo. Erano troppi, ecco tutto. Ed erano essi stessi il segno vivente della crisi, i Christian Buddenbrook per mezzo dei quali la borghesia germanica aveva dissipato il capitale accumulato per generazioni.

Schumpeter distingueva tra crisi normali e crisi patologiche. Sfortunatamente le crisi normali esistono soltanto in teoria, mentre le crisi reali hanno sempre degli aspetti patologici. È patologico, ad esempio, scartare tutte le soluzioni cooperative che permetterebbero di minimizzare il danno e garantirebbero la massima efficienza allocativa delle risorse. È disastroso partecipare a una sfida persa in partenza. Di fronte alla minaccia del declassamento, gli individui iniziano ad assumere comportamenti irrazionali, influenzati da riflessi di classe tenacissimi che rendono ancora più dolorosa la rovina. Così, ad esempio, nelle commedie di Goldoni la borghesia decaduta consuma interamente il proprio patrimonio, ed eventualmente s’indebita, perché incapace di fare altro. Oggi i figli della borghesia, convinti di essere «di sinistra», scendono in strada per rivendicare finanziamenti a musei e orchestre. Nel film Il boom di De Sica (1963) ritroviamo Alberto Sordi che mette in vendita un occhio, letteralmente, per salvare il proprio stile di vita. Ancora più assurdo, un giovane dottorando si sarebbe tolto la vita qualche anno fa perché costretto a mantenersi facendo il bagnino invece che il filosofo. Come raccontava Thomas Malthus nel Saggio sui principi della popolazione: «I contadini del Sud dell’Inghilterra sono così abituati al loro raffinato pane di frumento che si lascerebbero quasi morire di fame piuttosto di vivere come i braccianti scozzesi».

In generale nel modello malthusiano c’è poco spazio per le considerazioni sul sapore del pane: l’incremento demografico è legato principalmente alla produzione agricola e alla soddisfazione dei bisogni primari. Eppure Malthus, nella sua lista dei «freni preventivi» alla crescita della popolazione, menzionava le seguenti domande che un uomo potrebbe porsi prima di fondare una famiglia:

Non corre il rischio di perdere il proprio rango, ed essere costretto a rinunciare alle abitudini che gli sono care? Quale occupazione o mestiere sarà alla sua portata? Non dovrà imporsi un lavoro più gravoso di quello confacente alla sua attuale condizione? E se fosse impossibile garantire ai suoi figli i vantaggi dell’educazione di cui egli ha potuto godere?

Sono considerazioni familiari per la nostra classe media, la quale effettivamente si lascerebbe quasi morire di fame — e all’occasione si ammazza sul serio — piuttosto di finire a vivere come i braccianti negri. Le nostre strategie demografiche non sono allineate alle condizioni di sussistenza (ovvero i bisogni primari) ma alle condizioni di permanenza entro la classe d’origine (ovvero i bisogni secondari). Ed è perciò che, malthusianamente, ci estinguiamo. Non senza aver prima tentato di trascinare tutta la società nel nostro tracollo.

Questa è la tragedia di una classe ricca ma non ricca abbastanza. Come ancora notava Malthus: «Discendere uno o due gradini, a quel punto ove la distinzione finisce e la rozzezza comincia, è un male ben reale agli occhi di coloro che lo provano o che ne sono semplicemente minacciati».

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Doppelgänger

« Gli specchi e la copula sono abominevoli,
poiché moltiplicano il numero degli uomini. »

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Johnny Cash, autore di Hurt

A partire dagli anni Novanta Johnny Cash, veterano della musica country, ebbe l’idea piuttosto originale di dedicarsi alla rilettura di pezzi rock contemporanei — dai Depeche Mode ai Soundgarden, da Nick Cave agli U2 — con risultati ottimi. Ma il suo capolavoro è probabilmente la cover di Hurt dei Nine Inch Nails incisa nel 2002. Proprio come Pierre Ménard con Cervantes, l’ambizione mirabile di Cash era di produrre dei versi che coincidessero – parola per parola e riga per riga – con quelli di Trent Reznor, eppure che avesso un significato differente. Ma perché proprio Hurt? Il raffronto tra il testo di Reznor e quello di Cash è senz’altro rivelatore. Il primo, per esempio, canta:

I hurt myself today
To see if I still feel
I focus on the pain
The only thing that’s real
The needle tears a hole
The old familiar sting
Try to kill it all away
But I remember everything

Non ci sono dubbi su quello che contiene quella siringa. Scritto da un cantante ventinovenne nel 1994 il testo descrive l’esperienza autodistruttiva dell’eroina. Questo dolore è «familiare» perché chi canta è oramai assuefatto alla droga; eppure questo dolore non basta a scacciare via i ricordi traumatici legati alla tossicodipendenza. Johnny Cash, per contro, canta:

I hurt myself today
To see if I still feel
I focus on the pain
The only thing that’s real
The needle tears a hole
The old familiar sting
Try to kill it all away
But I remember everything

Il dolore come unica esperienza della realtà: l’idea è spaventosa. Questa volta si tratta del lamento di un vecchio che ha perso la padronanza del proprio corpo e dei propri sensi, abituato alle siringhe di medicinali che gli vengono inflitte quotidianamente. Ma nonostante il decadimento fisico, nonostante quello che possono pensare gli altri vedendo la sua salma incartapecorita, Cash rimane lucido. E malgrado l’età conserva la memoria di tutto il suo passato. La mente e il corpo si trovano irrimediabilmente scissi.


Altrettanto vivido il contrasto degli stili. L’estetismo nichilista di Reznor — che altrove si autodefiniva Mr. Self-Destruct — ci appare oggi adolescenziale, dopo tutto, e non senza qualche affettazione. Non così lo stile di Cash, che descrive in maniera commovente l’esperienza della vecchiaia. La riscrittura opera tutta sull’analogia tra gli effetti della droga e quelli dell’età. Potrebbe sembrare comico: il massimo del nichilismo adolescenziale finisce per coincidere alla perfezione con la condizione di un anziano. Il risultato, stupefacente, è al contrario di rendere grunge la vecchiaia. A titolo di esempio, vediamo come Reznor descrive le conseguenze della tossicodipendenza sul proprio tessuto sociale:

What have I become
My sweetest friend
Everyone I know goes away
In the end

L’eroina lo ha reso una persona peggiore, irriconoscibile. Ma soprattutto, ha decimato tutte le persone che conosceva, una dopo l’altra. Il destino del vecchio Cash non è dissimile:

What have I become
My sweetest friend
Everyone I know goes away
In the end

È la vecchiaia ad averlo trasformato, reso diverso anche se non peggiore in questo caso, ed è la vecchiaia che si è portata via gli amici. Tutto è accaduto molto più lentamente, eppure è accaduto: e il risultato è esattamente lo stesso. A settant’anni suonati, Johnny Cash è una rockstar. La badante è la sua groupie. E se il rock, con tutta la sua retorica del «better burn out than fade away», non fosse altro che un espediente per simulare la vecchiaia, anticiparla, concentrarla in un solo attimo? Mettiamola in termini un po’ più pomposi: la vecchiaia è la giovinezza giunta al suo massimo grado di accumulazione.


Nel ritornello, Reznor fa un bilancio della sua esperienza con la droga. Nella canzone di Cash, gli stessi due versi diventano una riflessione nientemeno che sul senso della vita:

And you could have it all
My empire of dirt

Gli anni si sono accumulati, e i successi, e gli allori: ma tutto quello che resta è un impero di polvere. Johnny Cash barocco, là dove Trent Reznor restava circoscritto nell’autocompiacimento dell’estetica «loser» che in quel 1994 aveva trovato un vate più scanzonato in Beck (“I’m a loser baby, so why don’t you kill me?”). Quello di Reznor è naturalmente un impero di scarti e calcinacci, elementi della sua musica industrial per le masse. And you could have it all, my empire of dirt. Ma se anche Johnny Cash, uno dei più grandi cantanti del Novecento americano, considera la propria vita un cumulo di spazzatura, allora dov’è il senso? Cash pensa già alla morte, ci pensa sinceramente e non per vezzo come Reznor che vent’anni dopo aver scritto Hurt è ancora vivo:

I will let you down
I will make you hurt

Morire significa fare soffrire le persone che ci amano. E per quanto si è potuto fare nella vita, l’unica cosa di cui siamo incapaci è evitare loro questa sofferenza. Comunque vada, li deluderemo. Non per debolezza, come per Reznor, ma per ineluttabile destino: «Le temps s’en va, le temps s’en va ma Dame»… E allora cosa conta tutto il resto? Questo ci dice Johnny Cash, in una delle sue ultime canzoni, con le parole di Trent Reznor. Questo ci dice Johnny Cash, autore di Hurt.





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