la fine dei tempi nell'epoca della sua riproducibilità tecnica

eschaton



Io mi dissocio da me

Chi ha pubblicato a mio nome questo esercizio di scolastica debordiana forse non sa che l’unico cortometraggio che ho girato era un esercizio di scolastica debordiana in qualche modo simile (2002). Fatto salvo qualche dettaglio — è ovvio che non scriverei mai in Arial — anche questo apocrifo ha qualcosa di plausibile, ma non abbastanza per conservarlo.

Battle Royale

Nel mese di novembre 2006, l’incredibile ritrovamento di un compatto archivio di documenti audiovisivi, quantitativamente esiguo ma particolarmente rappresentativo, gettò qualche luce e suscitò infinite interrogazioni sopra una civiltà sconosciuta e misteriosa: gli Adolescenti.

Poiché questi sembravano in tutto e per tutto diversi dai loro simili delle generazioni precedenti, si stabilì che la loro civiltà aveva subito una mutazione. Da popolo mite essi erano divenuti una razza barbara e perversa; avevano dimessi gli abiti della socialità e liberato le loro pulsioni più feroci. I reperti rendevano noti usi e costumi che causavano raccapriccio nella civiltà degli Adulti. Uno in particolare, nel quale veniva spintonato e sbeffeggiato un Adolescente Alienato, scandalizzò gli Adulti.

Mutanti, di Matteo Bergamelli
Mutanti, di Matteo Bergamelli

Presto però molti Adulti ammisero che questi Adolescenti non si comportavano in maniera così nuova, o particolare. La loro società articolava, in forme perspicue, gli stessi meccanismi e le stesse dinamiche di ogni società umana. E in particolare, di ogni popolazione adolescenziale: la sopraffazione del debole, la paura, eccetera. (Peraltro, nessun Adulto si soffermò a riflettere sulla deliberata esclusione degli Alienati dal proprio spazio sociale e professionale.)

Qualcuno, ch’era stato Adolescente e in seguito aveva preferito integrarsi nella società degli Adulti, ricordava di essere cresciuto in una simile rete di violenze, simboliche e talvolta fisiche. In fondo, la violenza era stata parte essenziale di ogni prima esperienza di socializzazione, anche detta Bildung o formazione ; era un’immagine (eventualmente rovesciata) dei rapporti economici reali nel mondo degli Adulti. Nella società degli Adolescenti, la violenza si presentava nella sua forma pura, non mediata da costruzioni che la mimetizzassero. Si prestava meglio alla riprovazione, ma -– in sostanza –- non presentava alcuna peculiarità rilevante.

I più onesti riconobbero che la violenza subita è un momento della socializzazione, e che l’esclusione di un individuo dal subire la violenza significa in un certo senso escluderlo dalla rete dei rapporti sociali. In particolare, l’esclusione dell’Alienato dal diritto di subire la violenza (forzatamente isolandolo in virtù di una sua presunta intangibilità) significa esclusione dall’unica sorta di rapporto possibile con i suoi simili. A meno ovviamente d’immaginare – sul serio – un mondo adolescenziale idilliaco, nel quale regna la cortesia ed il rispetto del debole e dello sfortunato.

Più realisticamente, subendo la violenza l’Alienato ottiene lo stesso trattamento di qualunque altro Adolescente, e vive una reale esperienza sociale, per quanto spiacevole. Un’esperienza che probabilmente lo stesso Alienato in qualche modo ricerca. La sua passività, immortalata nelle immagini, è in ciò sintomatica. Egli subisce la violenza come partecipa a un gioco, perché la sua alternativa è la solitudine. Se davvero gli Adulti avessero tenuto in conto la soggettività dell’Alienato, avrebbero dato qualche peso al fatto che lui stesso non ha denunciato le aggressioni subite. Il loro disprezzo é palpabile nella decisione di condannare gli aggressori contro la sua volontà.

Queste analisi (che ad ogni singolo caso si rivelarono perfettamente adeguate) riconducevano il fenomeno alla normalità, inserendolo nelle categorie della socialità Adolescente classica. Il moto ipocrita dell’indignazione mediatica si spense. Gli stessi fatti sembravano dalla parte dell’ipotesi continuista, che si concludeva in un vagamente cinico laissez-faire; nell’idea ovvero che il fenomeno andasse simbolicamente sanzionato nel caso specifico, per regolarne l’emergenza, ma globalmente accettato come inestirpabile, naturale, inoffensivo. Nessuno tenne più gran conto dei reperti, né s’interessò alla questione. Si tralasciarono così aspetti che, in forma embrionale e non ancora generalizzabile, presentavano motivi allarmanti (questi sarebbero poi riemersi più avanti, in maniera assai drammatica).

Eppure, altre civiltà di Adolescenti più evolute avevano portato all’estremo quella stessa condizione che la società adolescente italiana presentava in nuce. Una condizione che potremmo definire in maniera assai semplice come “stato di natura”. Nel Regime del Diritto Occidentale, la società adolescente – e il suo correlato istituzionale, la scuola – erano un buco nero.

In America, e più recentemente in Germania, Scandinavia e Canada (fino ad allora, pacifico paese nel quale si lasciava la porta di casa aperta, e ci si limitava a sparare ai tordi), si erano verificate stragi di Adolescenti compiute da altri Adolescenti, all’interno del territorio scolastico. Raramente si era voluta riconoscere la natura eminentemente politica di questi gesti, che sono stati invece ricondotti a patologie individuali, pur sobillate da determinazioni culturali e sociali. È oggi chiaro che questi gesti non avevano nulla di strettamente patologico (non più patologico di un qualsiasi atto di terrorismo) e andavano piuttosto considerati come atti di guerra. Si trattava cioè dell’estrema mossa all’interno di uno stato di conflitto permanente, che passava sotto il nome di vita sociale adolescenziale.

Riprendendo il caso dell’Alienato, non è difficile immaginarlo meno bonario e meno indifferente di come ci è stato descritto; e non è difficile immaginarlo allorché immagina d’imbracciare un fucile e sparare ai suoi compagni uno per uno. Non è nemmeno il caso d’immaginare un Alienato, e si comprenderà vagamente ciò che accadeva nelle scuole americane; cinte da guardie armate e metal-detector. O nelle scuole delle periferie francesi, dov’era di moda l’arma bianca. Si stava valicando una frontiera molto sottile, che separa la “naturale esperienza di socializzazione adolescenziale”, che contempla la violenza, e lo “stato di conflitto permanente”, strutturato dalla violenza. Era un salto di qualità.

Una delle ragioni per le quali gli Adulti Occidentali, nelle loro analisi politiche del conflitto israelo-palestinese o dei crimini di guerra nella ex Jugoslavia, non comprendevano le ragioni di terroristi e belligeranti (e piuttosto sproloquiavano di Pace con il lessico color pastello di un bambino di sei anni) è che per essi era diventato del tutto incomprensibile il sentimento dell’Odio. In Occidente, soltanto un gruppo sociale lo conosceva ancora, o aveva recentemente (a causa di un mutamento della loro condizione sociale) imparato a conoscerlo: gli Adolescenti. Perché la società degli Adolescenti era la prima a essere stata compiutamente dissolta. Si erano smantellate le strutture politiche che irreggimentavano la società adolescente, ovvero smantellata la Scuola, sostituita da un corpus disomogeneo di agenti (insegnanti, programmi, dispositivi di sanzione) che non erano in grado di concentrare e amministrare il potere. La società adolescente era stata consegnata a uno stato di guerra permanente.

Così erano iniziate le cose. Il passaggio al fucile era del tutto coerente. Poco a poco, sempre più numerosi adolescenti imbracciarono le armi, per rivendicare il proprio spazio politico in un universo sociale che li opprimeva. Acquistavano artiglieria pesante su Internet, si scambiavano ricette per preparare esplosivi, si organizzavano sui loro blog. Da principio, regolavano i conti tra di loro. Negli anni tra il 2010 e il 2020 (quando con il decreto Siffredi si chiusero le scuole), più di duecentomila Adolescenti furono uccisi in scontri a fuoco nelle scuole. Nel 2021, gli Adolescenti disponevano di un esercito permanente. Quando attaccarono, gli Adulti non si aspettavano nulla. Vennero sterminati, o tenuti come schiavi. Oggi – che abbiamo dimostrato scientificamente il determinismo, nel laboratorio in Lapponia nel quale noi pochi ultimi sopravvissuti, assieme agli elfi del compianto Babbo Natale, ci siamo rifugiati – sappiamo che nulla era possibile fare per arrestare questo processo. Ho scritto queste poche pagine per raccontare, agli Adulti che un giorno verranno, la storia di come tutto è iniziato.

Stato di Eccezione

Quando Ibn Battuta giunse a Timbuctù, una tristezza silenziosa pesava sulla città. Sul trono sedeva una donna, la regina Duhl-Serul, che appena ventenne non aveva ancora scelto marito.

Duhl-Serul soffriva di terribili crisi di amenorrea, dalle quali conseguiva una congestione che, giungendo al cervello, provocava crisi di follia furiosa. Queste causavano seri problemi ai suoi sudditi, poiché in virtù del potere assoluto del quale disponeva la regina, ella dava ordini privi di senso, moltiplicando senza motivo le condanne capitali.

Una rivoluzione sarebbe potuta scoppiare. Ma fuori da questi periodi di aberrazione la regina governava con saggezza e bontà, e raramente il suo popolo aveva goduto di un regno altrettanto fortunato. Invece di rischiare l’ignoto rovesciando la sovrana, si sopportavano con pazienza questi mali temporanei, compensati da lunghi periodi fiorenti.

Lo stato di eccezione, ossia quella sospensione dell’ordine giuridico che siamo abituati a considerare una misura provvisoria e straordinaria, sta oggi diventando sotto i nostri occhi un paradigma normale di governo, che determina in misura crescente la politica sia estera sia interna degli Stati. Il libro di Agamben è il primo tentativo di fornirne una sommaria ricostruzione storica e, insieme, di analizzare le ragioni e il senso della sua evoluzione attuale, da Hitler a Guantanamo. Quando lo stato di eccezione tende a confondersi con la regola, le istituzioni e gli equilibri delle costituzioni democratiche non possono più funzionare e lo stesso confine fra democrazia e assolutismo sembra cancellarsi. Muovendosi nella terra di nessuno fra la politica e il diritto, fra l’ordine giuridico e la vita, dove i ricercatori non amano avventurarsi, Agamben smonta a una a una le teorizzazioni giuridiche dello stato di eccezione e getta una luce nuova sulla relazione nascosta che lega violenza e diritto.

La noia di Sade o la pornografia come scienza

Che Sade sia noioso è una leggenda che fanno circolare i moralisti, per condannare l’opera del marchese senza fare la figura dei moralisti. Sessualità ripetitiva e dunque triste, si dice. Sessualità crudele, che eccita solo i pervertiti; perché non è vero, e mai lo sia, che “l’injustice fait bander”. Chissà cosa eccita i moralisti, e chissà cosa li scandalizza, se perfino Sade li annoia! E chissà come scopano, con quanto estro e fantasia, e in quali straordinari orifizi, se il sesso che leggono gli pare ripetitivo. E se i moralisti fossimo noi, che fremiamo per così poco? Supponiamo di no, per carità. E supponiamo che il problema della noia in Sade sia un problema di lettura. La cui soluzione ci permette forse d’illuminare i differenti tipi di testo cui l’opera sadiana appartiene: letteratura, pornografia, tassonomia. Non si tratta di riproporre una triplice alternativa (letteratura oppure pornografia oppure tassonomia), bensì piuttosto di farle coincidere per cogliere la natura peculiare di un’opera maledetta.

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Le 120 giornate di Sodoma, notava Robbe-Grillet, nella loro minuziosa geometria ricordano la classificazione botanica di Linneo, o la tavola degli elementi. Ma ecco il punto: è noiosa la classificazione botanica di Linneo, è noioso Mendeleev, è noioso il codice penale o il dizionario? Certo è molto noioso leggere lo Zingarelli dalla A alla Zeta; e anche il Tommaseo, se è per questo. Ma è soprattutto molto stupido, perché non è così che si legge. Per Sade come per il dizionario si tratta di definire un metodo di lettura, adatto al particolare genere letterario che va sotto il nome di catalogo: di parole o di pratiche sessuali, di piante, di elementi chimici. E un catalogo sarà anche “noioso” se letto come un romanzo, ma di certo è utile, anzi istruttivo. Per oltre un secolo la letteratura, lo ricorda Praz, ha raccolto situazioni morbose dall’archivio sadiano; delle visioni annotate in una cella di prigione ha tratto infinita materia d’evasione. La natura piatta e classificatoria del lavoro di Sade serve dunque a costruire un’enciclopedia dell’iconografia pornografica. Non un manuale medico, non una histoire naturelle de la sexualité o una psychopathia sexualis, bensì una raccolta esaustiva di situazioni suscettibili d’indurre il desiderio, o l’orrore, o il raccapriccio. Una tassonomia appunto, o addirittura un’ontologia: con i suoi elementi, le sue categorie, le sue gerarchie, le sue combinazioni, come un database multidimensionale. Sempre alla cella si torna.

Perché in fondo e tutto sommato, è qui che oggi culminano secoli di metafisica: nel porno. La complessa architettura combinatoria delle situazioni (posizioni, funzioni corporee, oggetti, ecc.) e degli attori (età, aspetto, razza, ecc.), l’infinita teoria dei generi, e infine la possibilità tecnica di condurre ricerche complesse su archivi sterminati usando gli strumenti del web semantico, ha fatto della pornografia su Internet non solo l’erede naturale dell’opera sadiana, ma inoltre di quella di Aristotele e Porfirio. Le nuove categorie evocano quelle antiche: la sostanza, la qualità, la quantità, la relazione, il dove, il quando, il giacere, l’avere, il fare, il subire (addirittura). Ma la tecnologia le ha rese infinitamente combinabili, sicché io posso comporre la mia situazione pornografica su misura, combinando le tag con un grado di precisione sempre maggiore: “public sex” + “blow job” + “asian”, eccetera. Non sarà un grande merito, ma con Sade abbiamo a che fare con un nodo interessante della storia del pensiero occidentale: l’invenzione della pornografia come scienza. E come ogni scienza, non potrà che apparire noiosa ai profani.

L’unico argine

1. Citazione

Anch’io sono contro l’ora legale perché rappresenta un’altra forma d’intervento e coercizione statale. Io non faccio questione di politica, di nazionalismo o di utilità: parto dall’individuo e punto contro lo Stato. Il numero degli individui che sono in potenziale rivolta contro lo Stato, non già contro questo o quello Stato, ma contro lo Stato in sé, sono una minoranza che non ignora il suo destino, ma esistono.

Lo Stato, colla sua enorme macchina burocratica, dà il senso dell’asfissia. Lo Stato era sopportabile, dall’individuo, sino a quando si limitava a fare il soldato e il poliziotto: ma oggi lo Stato fa tutto: fa il banchiere, fa l’usuraio, fa il biscazziere, il navigatore, il ruffiano, l’assicuratore, il postino, il ferroviere, l’imprenditore, l’industriale, il maestro, il professore, il tabaccaio, e innumerevoli altre cose, oltre a fare, come sempre, il poliziotto, il giudice, il carceriere e l’agente delle imposte. Leggere il seguito »

C’era una volta un Re

Quando é ambientato il Re Lear? Confesso la mia ignoranza, alimentata da molte regie: credevo che la tragedia si svolgesse in un immaginario Medioevo, alto e selvaggio, come altre fantasie scespiriane. Ma se la Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth non mente (e certamente non mente) re Lear di Britannia ha regnato nel decimo secolo prima di Cristo. Nel frattempo, i fenici solcavano il Mediterraneo e inventavano l’alfabeto (se non mente Plinio), nascevano i regni d’Israele e di Giuda in seguito alla morte di Salomone costruttore del tempio (se non mente l’Antico Testamento) e gli scandinavi addomesticavano il cavallo. Non molto dissimile doveva essere la situazione in Britannia. Insomma: ci hanno mostrato corti e palazzi e un vecchio magro esistenzialista con la vestaglia sdrucita, ma la verità é ben diversa. Vestaglia? Quale vestaglia?

Pelli di orso, altroché. Re Lear di Britannia, come più tardi Gorboduco, é un barbaro pre-romano come Conan il cimmero. Per non parlare dei suoi antenati e discendenti, una sconfinata teoria di nomi e storie leggendarie resa disponibile dai solerti wikipediani per il nostro divertimento: dal terribile Belino il Grande al pacioccoso Gurguit Barbtruc.

Poco meno che vento

Nell’attesa di leggere il suo promettente La commedia dell’innocenza, lettura in chiave sacrificale del genere giallo, incollo qui e faccio mio l’ottimo proposito del sempre ottimo Guido Vitiello — con la promessa di sviluppare presto l’argomento:

L’esortazione d’inizio anno, che rivolgo per primo a me stesso, è ancora una volta questa: non farti dettare le scelte di lettura dai calendari degli editori e degli uffici stampa, dal ricatto dell’attualità, dal regno dell’adulazione universale (il cui rovescio è il combattimento dei galli) che domina il cosiddetto giornalismo culturale, dalla pressione di compagnie e circoletti, spesso amabili, che fanno leva sul senso di vergogna. “Ma come, non hai letto Tal de’ Tali?”. Ebbene no, non l’ho letto, non lo leggerò mai: la vita è troppo breve. Siate crivellati di lacune, con lo stesso orgoglio che il nobile Gruviera ostenta nel vostro frigorifero. Leggete i classici, e seguite le vostre ossessioni ovunque vi portino. Tutto il resto è enciclopedismo, snobismo, accademia, fighettismo letterario, o soggezione alla “fama”: che è poco meno che vento.

Il senso delle parole

La versione italiana del fenomeno mondiale chiamato “nuova destra”, e comprendente aspetti disparati ma coerenti come il neoconservatorismo statunitense, il fondamentalismo cristiano, il revisionismo storico, in Italia ha un nome e un cognome: Silvio Berlusconi.

Davvero? Leggo solo ora questo articolo di Valerio Evangelisti pubblicato a fine 2009 su Carmilla, e mi stupisco ancora una volta della poca lucidità dell’eccellente romanziere, poiché come abbastanza noto il “fenomeno mondiale chiamato nuova destra” consiste nell’esatto opposto. Evangelisti sembra piuttosto volere parlare di neoliberismo. Ovviamente ognuno può chiamare “nuova destra” ciò che vuole, se la considera destra e nuova, e soprattutto se ha bisogno di un espediente retorico per terrorizzare il lettore. Il problema è che Evangelisti evoca con tono professorale una definizione errata, e bisogna concludere che sta facendo una strana confusione.

In effetti, la “nuova destra“, mondialmente associata al nome del francese Alain de Benoist, è caratterizzata da un generico anti-americanismo, anti-liberalismo e anti-modernismo. Ah. Spesso cattolica, non disdegna altri ripieghi identitari:  musulmani, pagani, eccetera. Uhm. Poco sensibile al nazionalismo — eredità ottocentesca — si vuole federalista oppure europeista in chiave anti-atlantista. Toh. In Italia (qui una bibliografia) sono vicini alla nuova destra personaggi come Franco Cardini e Massimo Fini, tutto fuorché berlusconiani. Pensa. Come hanno dimostrato le controversie che seguirono l’undici settembre 2001, la nuova destra si posiziona con certezza geometrica agli esatti antipodi dell’ideologia neo-conservatrice. Ops.

La cosa paradossale è che Evangelisti potrebbe quasi avere ragione ad ascrivere Silvio Berlusconi alla nuova destra. Ha quasi ragione perché ha quasi doppiamente torto: totalmente sulla nuova destra e in parte su Berlusconi. Da qualche tempo, in effetti, in seno al centro-destra pare sbiadito l’americanismo neo-conservatore e persino il liberalismo: Giulio Tremonti antimercatista articola il proprio pensiero economico attorno agli assi Dio, Patria e Famiglia, mentre il premier intrattiene cordiali frequentazioni orientali allo scopo (scrivono dei post-marxisti vicini alla nuova destra) “di sganciarsi dal giogo occidentale a dominanza statunitense”. Per giunta, da un paio di anni De Benoist scrive sul Giornale. Certo, questi sono frammenti d’ideologia che risultano da una politica incoerente come ogni politica reale, indeterminata come ogni politica di coalizione, e inefficace come ogni retorica populista, ma è innegabile la svolta.

Senza tema del ridicolo, Evangelisti afferma che chi non condivide la sua analisi “non dispone di strumenti critici storico-economici capaci di raggiungere il livello strutturale dei fenomeni”. A me pare che le sue posizioni siano semplicemente un’elaborata costruzione per affrancarsi dalla colpa d’essere un autore Mondadori. Ciò che colpisce è quanto sia facile produrre analisi prive di fondamento in materia d’ideologia, e quanto dunque sia vano un gioco — la discussione politica — la cui regola consiste sempre e soltanto nel cambiare le regole — ovvero il senso delle parole.