la fine dei tempi nell'epoca della sua riproducibilità tecnica
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Mark Zuckerberg e l’eredità di Ibn Khaldun

L’idea geniale del filosofo maghrebino fu di applicare ai fenomeni sociali gli studi di Aristotele sulla generazione e corruzione delle forme di vita. Secondo Ibn Khaldun, ogni ciclo storico è composto da una fase di ascesa, caratterizzata dall’accumulazione di ricchezza e dai valori tradizionali, e da una fase di decadenza, caratterizzata dalla perversione dei costumi, da una tassazione sempre più elevata e dal lusso. La generazione ha in sé i semi della degenerazione, la degenerazione ha in sé i semi della successiva generazione. Il punto apicale dello sviluppo coincide con l’inizio della corruzione. In questa fase proliferano le scienze speculative e le arti, finanziate con il surplus accumulato nella fase precedente. Ibn Khaldun era insomma ben consapevole di essere, lui stesso in quanto intellettuale, contemporaneamente un prodotto del boom economico e un segnale della decadenza.

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La società multiculturale sopravviverà alle nozze gay?

Vivere assieme è complicato. Ci sono i ricchi e i poveri, i bianchi e i neri e i razzisti e i credenti e gli eterosessuali e gli omosessuali e tutti gli altri. Nel breve termine, forse anche nel medio, forse persino nel lungo, queste cose non cambieranno: bisogna davvero trovare un modo di vivere tutti assieme. E questo significa riuscire a darci delle regole comuni. Ma come si trova questo equilibrio, se ogni parte in causa rischia di subire come danno i diritti di un’altra parte in causa?

Penso alla sentenza della Corte Suprema USA in merito al matrimonio omosessuale e alle sue implicazioni politiche, anzi meta-politiche. Alcune osservazioni private di Roberto Buffagni, cattolico da combattimento, mi hanno fatto riflettere e pure un po’ spaventato. Per lui, che evidentemente ha il gusto di un certo vittimismo roboante, questa sentenza «è l’atto d’insediamento ufficiale di una nuova religione con la sua teologia civile, l’Editto di Milano di una nuova Cosa che imporrà a tutti i cittadini americani, e a tutti i livelli di governo USA, l’alternativa secca: sacrifica all’imperatore o accettane le conseguenze».

Cosa significa? Che oggi un cattolico come Buffagni non si sentirebbe pienamente cittadino di uno Stato che riconoscesse le nozze gay, proprio come un cattolico inglese del Seicento non poteva essere un suddito del monarca scismatico ed era perciò di fatto un potenziale cospiratore. Uno di questi cospiratori cattolici gode oggi di rinnovata fama: si chiama Guy Fawkes e provò a far saltare in aria il parlamento.

A molti pare del tutto banale, evidente, logico riconoscere un diritto che «nulla toglie» alle coppie eterosessuali, dando una forma giuridica a rapporti che di fatto già esistono. In un’ottica democratica, nessuna eccessiva timidezza deve ostacolare l’azione politica che si ritiene adeguata per garantire i diritti dei cittadini di orientamento omosessuale, laddove ne esistono le condizioni politiche — anche se questo significa imporre la volontà del governo federale a quattordici stati «ribelli». Tuttavia la feroce resistenza di una parte della popolazione dovrebbe spingerci a porci qualche domanda relativa alla convivenza tra gruppi sociali così apertamente in conflitto.

Queste domande non me le farei, è vero, se confidassi nella scomparsa progressiva dei valori tradizionali: in questo caso vedrei la sentenza della Corte Suprema come un salto, magari un po’ brusco, nel senso della Storia. Insomma subiremmo quelle due o tre scosse di assestamento e ci ritroveremmo tra cinquant’anni a riderne tutti assieme. Queste domande invece me le pongo perché credo che mentre oggi in Occidente si prendono misure dirette ad amministrare una società sempre più «aperta», è invece probabile che il peso delle minoranze conservatrici continuerà ad aumentare per effetto congiunto della demografia, dell’immigrazione e della recessione. Si andrà così a creare un tragico sfasamento tra l’ordinamento giuridico e la realtà sociale, che può anche prendere la forma di un conflitto tra dominanti (élites «progressiste») e sconfitti (immigrati e masse «arretrate»).

Cosa intendo dunque per implicazioni «meta-politiche»? È semplice: mi chiedo se per gli Stati democratici, e in questo caso per lo Stato federale americano, non rischi di porsi a un certo momento un problema di legittimità. Esistono, di fatto, fasce di popolazione — cristiani e musulmani principalmente — che considerano l’omosessualità come un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio. O comunque un terribile pericolo per la società. Per Buffagni, per esempio, la sentenza segna addirittura l’atto di nascita di una «teologia civile incompatibile con il cristianesimo». Incompatibile, addirittura? Ad essere in gioco è il fragile equilibrio della società multiculturale.

Nella variante più razionale di questa avversione, non è il matrimonio in sé a preoccupare. I conservatori temono piuttosto di essere limitati nella loro libertà ed emarginati da ulteriori misure che potrebbero discendere logicamente dalla decisione della Corte. Potranno esprimere pubblicamente la loro concezione della famiglia? Potranno predicare il Vangelo anche quando contraddice esplicitamente i «valori non negoziabili» della modernità? Potranno rifiutare di mandare i loro figli in una scuola dove insegna un omosessuale? Che ne sarà, insomma, della loro libertà religiosa? D’altra parte, lasciare immutata la legislazione pur di non toccare la libertà religiosa di cristiani e musulmani avrebbe danneggiato i cittadini omosessuali e non sarebbe stata in alcun modo una soluzione.

Bisogna riconoscere ai conservatori che l’interdetto sull’omosessualità (o sulla contraccezione) aveva sicuramente un senso in altri tempi e in altri luoghi. E oggi? La classe media occidentale non ha le risorse economiche sufficienti per finanziare la crescita demografica che seguirebbe dal rispetto di una morale sessuale tradizionale: è quindi totalmente opportuno dotare questa classe delle forme giuridiche adeguate alla regolazione spontanea del suo surplus relativo di popolazione. Questo non incide in alcun modo sulla libertà, per coloro che lo vogliono, di continuare a godere dei vantaggi del matrimonio eterosessuale.

È dunque anche questa «doppia velocità», in fin dei conti, che spaventa i conservatori: da una parte la classe media impoverita che cessa di fare figli, dall’altra un nuovo e più fecondo proletariato alloctono. Spaventa la minaccia di un passaggio di testimone dall’Occidente all’Oriente, il «grand remplacement» sventolato dall’estrema destra francese. È una paura comprensibile, ma confonde la causa con il sintomo o forse il male con il rimedio. È una paura peraltro condivisa dagli stessi progressisti, che devono affrettarsi a modificare l’ordinamento e adattare le istituzioni fintanto che hanno i numeri.

Non è certo che questa mutazione culturale sarà del tutto indolore. Ad oggi, il gesto più eclatante contro «la perdita dei valori tradizionali» e «la massiccia invasione migratoria» da parte di un militante conservatore è stato il suicidio dello storico Dominique Venner davanti all’altare della cattedrale Notre-Dame di Parigi. Ma anche Anders Breivik si considerava «100% cristiano» e giustificò i suoi atti con argomenti omofobi e (soprattutto) xenofobi. I gesti di Venner e di Breivik resteranno casi isolati o il matrimonio gay sarà capace, come sembrano suggerire le prime reazioni, di catalizzare il disagio dei conservatori radicali?

È altamente improbabile che la sentenza della Corte Suprema scateni una nuova guerra civile negli Stati Uniti, malgrado qualche timida resistenza. Le reazioni scomposte del mondo conservatore sembrano essere ad oggi, per gran parte, un sofisticato bluff. Alle nozze gay si dovranno abituare come si sono abituati al divorzio e all’aborto. Eppure il malessere palpabile che i cristiani esprimono non può essere sottovalutato. È l’ennesimo segno di un’incrinatura sulla superficie del corpo politico delle democrazie occidentali. E inoltre annuncia le difficoltà che ci troveremo ad affrontare per assimilare e integrare i nuovi cittadini di cultura islamica, già oggi stigmatizzati quando non si sottomettono alle ordalie della modernità: bestemmia, apostasia, esibizione del corpo femminile, ecc.

La politica essendo tutt’altra cosa che la morale, arroccarsi sulla presunta evidenza di un diritto non serve a nulla. Nessun diritto esiste in natura e nessuno può pretendere di governare una società democratica in nome di valori più giusti degli altri. E questo vale per i conservatori come per i progressisti. Il problema è che una risoluzione salomonica di questo conflitto non era possibile: un perdente doveva esserci per forza.

Forse non c’era modo di essere più prudenti e questo non è un invito ad esserlo. È un invito a ripensare la convivenza civile in un contesto in cui sembra definitivamente caduta la finzione della legittimità come fondamento del potere politico. Quello che resta è la governance più o meno efficace di un permanente conflitto a bassa intensità tra gruppi inassimilabili. Vivere assieme è complicato — finché dura.





Disagioleaks

Dude magazine pubblica a puntate il primo capitolo — “La commedia del debito” — della Teoria della Classe Disagiata: qui le parti uno, due e tre. Si parla di “neoliberismo”, Keynes, Shakespeare e Goldoni. Se invece volete leggerla tutta e subito, così tra vent’anni ve ne potrete vantare, l’ebook si compra qui. Mi sto imborghesendo molto rapidamente quindi avete ancora pochissimo tempo per affezionarvi e poi proclamare che ero meglio prima. Esempi calzanti di questa inesorabile trasformazione sono un articolo che ho scritto per Studio, una conversazione su Ivan Illich con Leonardo Caffo pubblicata su Minima e Moralia e un’altra conversazione con gli artisti Enrico Piras e Alessandro Sau per presentare la loro mostra organizzata dal MAN di Nuoro.

Ho provato a rileggere Il giardino dei ciliegi sostituendo ogni occorrenza dell’espressione «giardino dei ciliegi» con «welfare»: funziona! L’ultimo dramma di Anton Čechov, datato 1904, sembra la prefigurazione di un summit dell’Eurogruppo nel 2015, con i proprietari rovinati nel ruolo che oggi spetta al ministro greco Yanis Varoufakis. Čechov voleva scrivere una farsa sulla crisi del suo tempo ma è da un secolo che viene messa in scena come una tragedia.

Occupy Checov. Leggere i classici al tempo della crisi — continua a leggere su Studio.

È possibile riformare la società industriale in senso illichiano? Ebbene, io non so se sia possibile, non so cioè se questo sistema produttivo potrebbe sopravvivere alla rimozione di certe fonti di spreco e di malessere (penso ad esempio alla competizione scolastica e posizionale) che ne alimentano il funzionamento: eppure direi che è necessario. Il “salto nel buio” dell’anarchia conviviale non fa per me, ma credo che Illich indichi sicuramente una direzione giusta: bisogna mettere in discussione la divisione del lavoro con i suoi effetti perversi, il capitalismo keynesiano con i suoi sprechi, il totalitarismo giuridico con le sue intrusioni nella vita civile e infine l’ideologia individualista, chiamiamola così, che ostacola la realizzazione di una società in grado di autoregolarsi.

La sorte di Ivan Illich: inventario dopo la catastrofe — continua a leggere su Minima e Moralia.

Io direi che il linguaggio dell’opposizione (al potere, al capitalismo…) è quello che ci hanno insegnato, e noi ci limitiamo a ripetere la lezione. Siamo cresciuti dentro: è una sorta di “religione civile”. Uno schema interpretativo che ritroviamo spesso persino nel cinema hollywoodiano e che ha molte origini. In parte è la sedimentazione della retorica antifascista, che ormai applichiamo a qualsiasi cosa: come noto, in ogni discussione a un certo punto arriva una “reductio ad Hitlerum“. Ma prima ancora è la retorica della Rivoluzione francese, con i suoi miti come la Nazione o la Volontà popolare, che negano la complessità della realtà sociale.
Quindi, naturalmente, “vende di più” chi meglio si conforma a questo linguaggio, a questa retorica, che naturalmente non ha come finalità di rovesciare lo status quo ma al contrario di tenerlo in piedi. Alla fine la società finirà per premiare chi riesce nel tour de force di maneggiare questa retorica con tanta destrezza da produrre un discorso massimamente radicale con degli effetti massimamente inoffensivi.

Di rivoluzionari e pompieri. Quando gli artisti intervistano i filosofi — continua a leggere su Art Tribune.





La società industriale e il suo destino…

… Ovvero due articoli che ho scritto per Internazionale e Prismo (curiosamente c’entra sempre Guy Debord, curiosamente si parla sempre di strani loop tra rimedi e soluzioni).

Le scritte, bisogna leggere le scritte. Così mi ha detto Leonardo Bianchi, che il primo maggio era a Milano e che sugli scontri ha scritto un reportage per VICE. Bisogna leggere le scritte sui muri per capire chi sono questi ragazzi in felpa nera, cosa pensano, cosa vogliono. Bisogna leggere le scritte per interpretare delle pratiche di guerriglia urbana che, malgrado le evidenti analogie e continuità, in qualche modo segnano una rottura rispetto alla vecchia tradizione della sinistra extra-parlamentare. E allora ho letto le scritte. Ho cercato di trattarle come indizi, anzi come tracce di un’ideologia nuova della quale una parte degli antagonisti non è nemmeno consapevole. Espressioni enigmatiche come “AUTONOMIA DIFFUSA MONDIALE”, “WE ARE GOD”, “LIBERI E SELVAGGI”, e poi una che mi ha colpito in particolare, “PLAY THE CITY”. Le ho lette, le ho analizzate, le ho googlate, e quello che ho scoperto mi ha fatto esplodere il cervello…

Play the Riot ! “Dark tourism” e “gamification” dello spazio urbano — continua a leggere su Prismo.

Questa volta Tony Stark l’ha fatta grossa. L’idea di partenza sembrava anche buona: costruire un sistema informatizzato, Ultron, per proteggere la terra dalle consuete minacce che popolano l’universo Marvel — razze extraterrestri, divinità impazzite, divoratori di mondi. E poi è successa la catastrofe: il sistema ha iniziato a evolvere, è diventato autocosciente e adesso non vuole più obbedire al suo creatore. E dire che bastava aver visto Terminator o Matrix per farsi venire il sospetto che progettare un’intelligenza artificiale capace d’imparare a ritmo esponenziale non fosse proprio l’idea del secolo. Presto o tardi la macchina arriva alla conclusione necessaria che l’unico modo di salvare il pianeta sia sottomettere la razza umana. Come darle torto? Ci vorranno oltre due ore di parapiglia e un’intera squadra di supereroi — i potenti Vendicatori — per confutare definitivamente il suo argomento…

Avengers 2 o la società del rischio tecnologico — continua a leggere su Internazionale.





Riassunto delle puntate precedenti

Se c’è ancora qualcuno che legge i blog, e in particolare questo blog, segnalo un po’ di miei articoli che sono usciti ultimamente:

Le prefazioni di tre fumettini di Lewis Trondheim pubblicati da ProGlo, riprese su Fumettologica:
-  Imbroglio
- Le avventure della fine dell’episodio
- La nuova pornografia

Due riflessioni sul rapporto tra complessità estetica e condizioni materiali di produzione:
- “L’eredità di William Hogarth o il prezzo della complessità” su Fumettologica
- “Minecraft è l’ultima vera avanguardia?” su Internazionale

Roba di famiglia:
Mio nonno ha inventato il romanzo grafico” (davvero!) su Fumettologica

Uno svergognato riciclaggio occasionato dalle azioni iconoclaste in Iraq:
Magnifici bersagli. Sul destino dell’opera d’arte nel tempo della guerra totale” su Le parole e le cose

E infine una specie di trilogia sulla nuova destra :
- “Che cos’abbiamo fatto per meritarci Diego Fusaro?” su Minima e Moralia
- “Un Gramsci per tutte le stagioni” (sempre Fusaro) su LeftWing
- “Farro per fermare il declino. I vestiti nuovi di CasaPound” su Converso

Ne approfitto per rimandarvi alla pagina facebook, dove accadono sempre belle cose.

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Sarete assimilati? Due riflessioni sulla sovranità dello Stato e l’amministrazione delle periferie

I

Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro della banlieue. Catastrofe finale dell’entropia migratoria, paradigma dello “stato di eccezione” o rompicapo amministrativo, scenario post-atomico senza la deflagrazione d’alcuna bomba, la periferia francese è diventata un luogo cruciale del nostro immaginario politico. Mito ma anche concetto, paura irrazionale e profezia ragionevole. Il disaccordo sulle cause — tsunami demografico, delirio urbanistico, ideologia comunitarista, capitalismo selvaggio, ecc. — non serve a nascondere che qualcosa di terribile sta accadendo nella polis occidentale. Il ministro leghista che evoca per l’Italia un “rischio banlieue” non dice nulla di scandaloso e peraltro ripete ciò che disse il leader del centro-sinistra cinque anni fa: “Noi abbiamo le peggiori periferie in Europa. Non credo che le cose siano molto diverse rispetto a Parigi. È solo questione di tempo.” Bene, anzi male, ma tempo per cosa?

Il “rischio banlieue” non evoca semplicemente in un generale disfacimento della periferia — aumento della criminalità, deterioramento delle condizioni economiche, accentuazione dei conflitti comunitari: che sarebbero un rischio soltanto per chi vive — ma un fenomeno politico cruciale, ovvero la costituzione di spazi autonomi dalla giurisdizione statale. Ovviamente, chi evoca un “rischio banlieue” in Italia sottace il fatto che questo rischio è già effettivamente realizzato in alcune parti del paese, e capita dunque che in Francia, per profetizzare il destino catastrofico delle banlieues, si parli di… “rischio Gomorra“. Il mito ha luogo sempre altrove. E i napoletani Cosang sfottono: “la Francia si atteggia ma lì non esiste sistema”.

Nella banlieue proprio come in certi spazi governati dalle cosiddette mafie, le istituzioni e i rappresentanti dello Stato sono considerati illegittimi e rinunciano all’esercizio della sovranità. In effetti si potrebbe dire che, in base a un calcolo puramente economico, la banlieue è lo spazio in cui la rinuncia alla sovranità rende di più di quanto costa. Ma se la banlieue è consustanziale al benessere a basso costo che partecipa a produrre (e questo Saviano lo ha scritto benissimo), la sua “extra-territorialità” rappresenta anche una minaccia. Salendo i gradini di una “scala della delinquenza” fino all’aperta sedizione, la banlieue rischia di costituirsi come soggetto politico ostile. Per amministrare questo rischio, lo Stato interviene puntualmente esercitando una pseudo-sovranità di tipo coloniale e ricorrendo a una forza pressoché militare.

Rispetto alla situazione italiana — radicata nella guerra di unificazione — quella francese stupisce per la sua rapida maturazione, e attira ovviamente la nostra attenzione come fallimentare (o doloso) modello d’integrazione dei flussi migratori. Alla banlieue accade ciò che avrebbe dovuto accadere al proletariato secondo Karl Marx: acquisendo l’autocoscienza, un insieme di individui si costituisce come soggetto politico. Marx aveva torto, perché una classe — proprio come un pezzo di legno — non può raggiungere l’autocoscienza in mancanza di un sostrato. Le recenti vicende francesi suggeriscono però che le segmentazioni etniche, religiose e linguistiche — se pure non determinano naturalmente l’aggregazione — svolgono bene la funzione di sostrato alla soggettivazione politica, dando un contenuto alla fantomatica “coscienza di classe”. E così, tra gli osanna dei cosiddetti islamo-gauchistes è avvenuta una etnicizzazione della lotta di classe. Gli orfani del socialismo si consolano con il nazional-socialismo, gli orfani del comunismo con il comunitarismo.

Non c’è in questo mito alcuna posizione da prendere, perché ci è già data: l’entità nemica che ci minaccia l’abbiamo costruita per nostra necessità, e ne godremo finché non saremo annientati. Nessuno d’altronde ha bisogno d’una soluzione, fintanto che la banlieue continuerà a rendere più di quanto costa. E quando i costi avranno definitivamente superato il benefici, sarà ovviamente troppo tardi per tornare indietro.

II

A quale titolo chiedete l’emancipazione? In considerazione della vostra religione? Ma essa è nemica mortale della religione dello Stato.*

Tra le numerose razze extraterrestri che minacciano la Federazione dei Pianeti Uniti, il motto più suggestivo appartiene senza dubbio ai Borg: “Voi sarete assimilati, la resistenza è inutile”. Essere assimilati dai Borg — cioè diventare simili ai Borg — è terrificante perché significa rinunciare alla propria identità ; tanto vale essere completamente annichiliti. E tuttavia non sarebbe più pacifico un’universo di soli Borg — una pacifica borghesia? Ecco la questione. Das ist hier die Frage.

Der Judenfrage, per esempio. Quando verso la metà dell’Ottocento gli ebrei cominciano a uscire dai ghetti, gli si chiede innanzitutto di assimilarsi — ovvero di rinunciare a ciò che li rende ebrei per accomodarsi alla società in cui vivono. Bruno Bauer, che leggiamo attraverso Karl Marx, pone la condizione: che l’uomo rinunci alla religione per essere emancipato civilmente. La resistenza è inutile. Voi sarete assimilati. O annichiliti.

La questione ebraica di Bauer e Marx è simile ad altre questioni, dalla questione nativo-americana alla questione islamica che tormenta le periferie occidentali. Ovviamente oggi non si parla più di assimilazione, perché nessuno ci tiene a passare per un Borg, ma piuttosto d’un “Islam moderato” che conservi, delle proprie caratteristiche, solo quelle solubili nella società democratica. Magari con l’aiuto di qualche sanzione amministrativa. Sfortunatamente la Storia non è in pendenza, e invece di rotolare tutti docilmente verso l’assimilazione, qualcuno  – cui la pace Borg non conviene — prende la strada opposta della dissimilazione.

Curve di solubilità per sistemi a solubilità diretta e inversa,
dalle quali si deduce che la temperatura della Storia non è costante.

Se lo Stato è naturalmente assimilazionista, la pratica dissimilazionista serve bene a ogni tentativo di sottrarsi alla giursidizione statale e dare forma a entità politiche autonome. Per questo la banlieue — come luogo da assimilare e luogo che si sottrae all’assimilazione — é la figura centrale per comprendere negativamente la posta in gioco del politico. Lo Stato moderno sorge da un duplice processo di centralizzazione e assimilazione, artificiosamente incarnato nella forma mitica della Nazione. I nazionalismi necessariamente perseguono l’assimilazione (più o meno forzata) delle minoranze etniche, linguistiche e religiose: in Francia, in Italia, in Turchia, in Egitto, in Cina, eccetera.

L’assimilazione consiste in una sola cosa, ovvero che tutti s’impegnino a rispettare la stessa Legge, poiché lo Stato moderno consiste nell’esercizio uniforme di una sola Legge. Ma questo è tutt’altro che semplice o banale, perché noi siamo la Legge che ci siamo impegnati a rispettare. Come possiamo allora rinunciare a ciò che siamo? In questo contesto prendono piede le forze centrifughe della dissimilazione, la resistenza inutile delle periferie, dei clan e delle chiese. Di questo, anche di questo, sempre di questo, ci parla il Leviatano di Thomas Hobbes. Perché gli uomini non piombino nella guerra civile, un solo potere deve regnare, una sola Legge, una sola violenza, un solo Dio in terra.

Lo Stato è una divinità gelosa, che non disdegna il fumo degli olocausti. Ma se non fosse altro che un idolo osceno? Ebrei e cristiani lo pensavano dell’imperatore romano. I cattolici inglesi della Regina, i cattolici francesi della Rivoluzione. Oggi, musulmani radicali contestano che la sovranità possa appartenere ad altri che Allah: quando le folle adorano come un idolo la Nazione, argomentava Sayyid Qutb, regna l’Iniquità. Questo monoteismo militante non è una superstizione irrazionale, bensì un ragionevolissimo strumento di lotta politica, sviluppatosi a partire dagli anni Trenta in Egitto, in Pakistan, in Iran. Ragionevolissima è la strategia della dissimilazione, là dove si vogliono conservare o instaurare leggi e poteri locali, piccoli feudi, riserve e fortezze. Ragionevolissima é allora la risposta degli stati, ragionevolissimi i genocidi culturali, ragionevolissima l’islamofobia mascherata da laicità. Ecco tutti gli ingredienti per una tragedia.

Contrariamente a ciò che si pensava, l’assimilazione non è un destino necessario. In effetti, se i Borg ripetono da trent’anni che la resistenza è inutile, è anche vero che continuano ad essere sconfitti.





Persuasori occulti: due riflessioni su terrorismo e marketing

25 luglio 2011*

Poiché di Anders Behring Breivik si dice che sia cristiano, cattolico, protestante, massone, liberale, fallaciano, leghista, neo-templare, contadino, videogamer o metallaro, è comprensibile che cristiani, cattolici, protestanti, massoni, liberali, fallaciani, leghisti, neo-templari, contadini, videogamers e metallari facciano di tutto per prendere le distanze dal suo gesto, condannandolo fermamente e accusandosi reciprocamente di averlo ispirato. Considerando tuttavia che Breivik ha definito le stragi compiute come “the actual marketing operation” necessaria per la distribuzione del suo libro (2083, p. 16), dovrei qui, a nome di tutti gli operatori del marketing editoriale, io stesso condannare fermamente la sua condotta — prima che qualcuno non arrivi ad accusare il marketing di essere una barbara “cultura della morte”.

E però questa ipotesi non é più campata in aria delle altre. Breivik dedica un intero capitolo (3.60) all’importanza del marketing, disciplina da lui studiata all’università, direttamente praticata ed evocata nel suo curriculum tra le competenze-chiave (p. 1400). Il termine appare decine di volte nelle 1500 pagine del memoriale, ed è plausibile che il presunto “fondamentalista cristiano” abbia maggiore familiarità con le cinque forze di Porter piuttosto che con le tre virtù teologali. Molto pragmatico, Breivik afferma: “A Justiciar Knight is not only a valorous resistance fighter, a one man army ; he is a one man marketing agency as well.” (p. 1069) E poi via di consigli pratici sul modo corretto di comunicare, tra i quali spicca l’invito — che né Yukio Mishima né Patrick Bateman avrebbero disdegnato – a farsi le lampade per apparire più seducente. Insomma Andreas Breivik dice, con molto meno stile, quello che già dicevano i ray ban di Andreas Baader.

Ma il cuore dell’operazione di lancio del libro, per quanto possa sembrare mostruoso, è proprio la doppia strage: “The actual military operation is also a sub-task as well as it is a marketing method for the distribution of this compendium among other things” (p. 1410). Il biondo giustiziere è consapevole della “geometrica potenza” del cosiddetto guerriglia marketing — e lo prende alla lettera. Una serie di attentati aveva già fatto la fortuna editoriale di Ted “Unabomber” Kaczynski, le cui oeuvres complètes si trovano oggi facilmente sugli scaffali delle librerie (e di cui Breivik ha copiato alcuni passi). L’emulo norvegese ha prodotto la teoria e perfezionato la pratica, osando accostare esplicitamente la lotta armata al linguaggio del business. Il suo approccio radicale alla promozione editoriale fa di lui un classico “collega che sbaglia”, un “fondamentalista del marketing” che farebbe qualsiasi cosa per un po’ di buzz. In fondo esistono già forme di marketing non convenzionale che lambiscono la legalità, minacciano la società, invocano la morte: dal mural advertising (praticato da agenzie che garantiscono di prendersi carico degli eventuali costi e rischi legali) alle pressioni e connivenze che permettono di trasformare una ragazza timida in un perfetto prodotto rock – suicidio-a-27-anni-precisi compreso nel prezzo.

Ora ci resta solo da osservare e misurare le conseguenze del lancio di 2083 sperando che — malgrado la crisi, la decrescita editoriale, la legge contro gli sconti sui libri, il costo della carta, le irregolarità al premio Strega e milioni di romanzi nascosti nei cassetti di tutto il mondo — altri aspiranti scrittori non seguano l’esempio del cavaliere oscuro.

14 dicembre 2011*

Il tempo forse ci dirà se il militante neo-fascista Gianluca Casseri può effettivamente essere definito, come molti hanno fatto, un emulo del norvegese Anders Behring Breivik. Poiché di Casseri si dice che sia stato un intellettuale, io aspetto fiducioso che spunti qualche manifesto neoceltico che spieghi il suo gesto. Potremo a quel punto, magari, fare un nesso tra Oslo e Firenze. Come ho rilevato pochi giorni dopo gli attentati di luglio, Anders Behring Breivik considerava il suo massacro come una gigantesca operazione di marketing al fine di promuovere il libro-manifesto 2083 – A European Declaration of Independence. Cinque mesi più tardi, é giunto il momento di valutare il suo gesto sub specie artis mercatoriae, e al netto del giudizio politico e morale chiedersi: l’operazione ha funzionato? E con “funzionato” s’intende: sacrificando sessantanove innocenti, l’aspirante templare ha efficacemente promosso il suo libro e le sue idee? Se il calcolo crudele si fosse rivelato esatto, avremmo ragione d’inquietarci.

Innanzitutto bisogna misurare l’impatto immediato dell’evento. Pochi giorni prima dell’attentato, negli USA esce il film Cowboy and Aliens, un blockbuster piuttosto demenziale con Harrison Ford e Daniel Craig. Ma le tendenze di ricerca su Google parlano chiaro: malgrado il budget di 30 milioni di dollari speso per promuovere il film, il livello massimo di esposizione di cui ha goduto Breivik è quasi doppio. Per fare un altro esempio, possiamo citare l’effetto del premio Nobel attribuito allo sconosciuto poeta svedese Tomas Tranströmer, un picco otto volte più basso ; e dire che in libreria un Nobel si misura in decine di migliaia di copie. Non c’è dubbio insomma che le stragi di Oslo abbiano garantito una certa visibilità al loro artefice, e tuttavia era possibile ottenere risultati migliori senza spargere il sangue di sessantanove innocenti né sborsare un soldo: è il caso di Belen Rodriguez, che con i suoi innocenti sessantanove vince l’Internet del mese di ottobre — lanciando inoltre un meraviglioso messaggio d’amore e di pace a tutti i terroristi del mondo.

Ma ottenere l’attenzione non è tutto. E qui bisogna stare attenti a come scende e dove si assesta la curva subito dopo l’evento: lasciando da parte filmoni e filmini poiché non c’entrano granché, è interessante notare come Breivik continui, anche sul lungo termine, ad essere comunque più ricercato del povero Tranströmer… O del pop-filosofo Slavoj Zizek. In generale la curva di ricerche sul terrorista norvegese striscia poco sotto alcuni tra gli intellettuali più celebri e influenti del mondo, come Paul Krugman o Noam Chomsky. Il libro di Breivik, 2083, produce nel mese di ottobre un volume di ricerche 52 volte inferiore alla serie di best-seller Hunger Games, di cui negli USA sono già state vendute 3 milioni di copie: conservando il rapporto, e immaginando un editore abbastanza pazzo da pubblicare Breivik, questi venderebbe circa 60 000 copie. Pura teoria, ovviamente, ma comunque interessante per dare un’idea degli ordini di grandezza. Intanto il pdf del libro si trova facilmente su tutti i siti di download illegale.

C’è da dire infine che a Breivik interessava soprattutto che la gente si convincesse della validità delle sue idee. Ebbene, è ovvio che una parte considerevole di coloro che hanno scaricato e scorso il suo libro — per curiosità, fascinazione, moda — lo ha fatto nel pieno dissenso da queste idee. E tuttavia lo ha fatto, come ho fatto io per scrivere il mio post.

La morale della storia non è rassicurante.





Il secondo comandamento

[Di ritorno dalla gigantesca processione parigina per le vittime degli attentati di questa settimana, provo a dire alcune cose che mi sembrano importanti]

«Avete voluto uccidere Charlie ma lo avete reso immortale»: eccolo qua, riassunto in uno slogan di piazza, il capolavoro dei fratelli Kouachi. Hanno preso di mira un giornale che si stava spegnendo nell’indifferenza generale e lo hanno resuscitato a colpi di kalashnikov. Adesso le folle si precipitano in edicola per acquistare Charlie Hebdo, il governo annuncia finanziamenti milionari e le caricature del Profeta vengono pubblicate ovunque. Ma chi crede che questo rinculo costituisca una sconfitta per il terrorismo evidentemente conosce male il terrorismo, la sua storia, i suoi meccanismi. Il terrorismo è una strategia di mobilitazione delle masse: provocare la ritorsione fa parte della sua ragione d’essere. Spingendoci ad abbracciare l’ambigua battaglia di Charlie Hebdo ovvero a fare della blasfemia una bandiera della libertà d’espressione, i fratelli Kouachi hanno scaraventato l’Occidente in una trappola insidiosa. La storia delle guerre civili europee del Sedicesimo secolo avrebbe dovuto insegnarci qualcosa sui modi più ragionevoli di armeggiare con le divinità degli altri. Per questo non possiamo salire sul carro dei vignettisti-martiri. Per questo non possiamo dare il nostro sostegno a chi vuole rendere «immortale» Charlie e le sue provocazioni. E per questo cercheremo di spiegare a chi lo ha pervertito il senso di un concetto fondamentale per la sopravvivenza di questa nostra malandata società multiculturale: si chiama laicità.

Sotto nessun aspetto quello che è successo a Parigi può essere considerato come un «atto di guerra» come sostengono alcuni apprendisti stregoni, perché sfugge a qualsiasi logica militare. La sua logica è un’altra ed è appunto quella tipica del terrorismo: si tratta di un atto di violenza il cui obiettivo non è tanto di fare un danno all’avversario quanto di provocare una rappresaglia. In Francia ci sono oggi, secondo gli analisti, diverse centinaia di potenziali jihadisti, forse 2000: se costoro vogliono sperare di fare una guerra devono necessariamente sperare nella radicalizzazione di un numero ben più importante di musulmani. I terroristi devono dunque catalizzare su costoro la violenza dell’avversario. Devono alimentare l’odio inducendo la Francia a entrare in conflitto con la popolazione musulmana; e di rappresaglia in ritorsione, riusciranno forse a convertire una parte pacifica della popolazione in soldati per la loro guerra. Le provocazioni simboliche e gli «atti linguistici» non sono inoffensivi in questo meccanismo di escalation.

Le cosiddette avanguardie partigiane sono, scriveva Mao, «dei pesci nell’acqua»: ovvero sono circondati da una popolazione più o meno connivente. È ovvio ed evidente che la maggior parte dei musulmani francesi non prova nessuna simpatia per l’operazione dei fratelli Kouachi, ma è ragionevole credere che i terroristi godano di qualche supporto negli ambienti salafisti radicali. Lo Stato francese ha oggi il compito difficile di smantellare una rete terroristica presente sul suo territorio senza tuttavia fare il gioco dei terroristi. Come scriveva David Galula nel suo testo classico del 1964, Contre-Insurrection: Théorie et pratique, basta una mobilitazione iniziale di poche centinaia di persone (300-400 ai tempi dell’Algeria) per inaugurare una spirale di violenza che può sfociare nella guerra totale: è quindi fondamentale neutralizzare queste avanguardie senza farsi strumento della loro volontà di contagiare il resto della popolazione.

Le strategie insurrezionali di mobilitazione hanno già dimostrato, in passato, la loro efficacia. Recuperando la lezione di Mao, Osama Bin Laden ha insistito sul ruolo del terrorismo nel manifestare la violenza dell’avversario: non nel causare, non nel produrre, bensì nel mostrare una violenza latente che l’avversario teneva nascosta ma che gli appartiene intrinsecamente. È proprio dovendo svelare il suo lato più mostruoso che l’avversario mostra la sua debolezza e subisce un danno politico, finendo per ingrossare le file dei terroristi. Se la guerra, secondo la definizione di Clausewitz, è «un atto di forza per costringere l’avversario a compiere la nostra volontà», il terrorismo è molto più insidioso, perché costringe l’avversario a compiere la sua stessa volontà. Nelle sue Raccomandazioni Tattiche del 2002 Bin Laden scriveva:

La più grande conseguenza positiva degli attacchi di New York e Washington è stata di avere dimostrato la realtà del combattimento tra i crociati e i musulmani, di avere rivelato l’ampiezza del rancore che i crociati serbano verso di noi. Gli attacchi hanno tolto la pelle di pecora di cui si ammantava il lupo ed è apparso il suo vero volto. Tutto il mondo s’è svegliato, i musulmani hanno preso coscienza dell’importanza della dottrina dell’alleanza con Dio.

Costretto ad esercitare un potere sempre più insostenibile, l’avversario perde progressivamente la propria legittimità. Perché la legittimità è fondata sulla giustizia che il soggetto politico è in grado di esercitare e di garantire, e il terrorismo rende impossibile l’esercizio della giustizia. Il terrorismo — lo abbiamo visto dopo il 2001, con la reazione degli Stati Uniti e la contro-reazione dell’opinione pubblica mondiale — serve a rendere ingiusta la vittima. D’altra parte l’avversario non può non reagire all’attacco terroristico, perché da un punto di vista strettamente materiale ha subito un danno (economico, umano, morale) che deve restituire se non vuole essere, a lungo termine, annientato. Per fare un esempio molto concreto, citeremo la situazione degli ebrei in Francia, che i fondamentalisti musulmani considerano un bersaglio legittimo e che lo Stato francese non può certo abbandonare al loro destino, come invece profetizza Houellebecq nel suo romanzo Soumission. Ma come proteggerli, come proteggerci? La strategia terroristica limita le possibilità dell’avversario entro un doppio vincolo, che lo costringe a fare ciò che il terrorista vuole da lui: reagire. Oppure ciò che il terrorista vuole da lui: subire. Si sente spesso usare come argomento che facendo oppure non facendo una certa cosa «vincono loro»: e invece, a quanto pare, loro vincono in ogni caso. Il terrorismo, dicevamo sopra, è una trappola.

L’ovvia conseguenza della rappresaglia è l’ingrossamento delle file dei terroristi, il passaggio dalla parentela alla connivenza all’appoggio alla mobilitazione totale. Per ogni vittima c’è una famiglia che piange e maledice. La conseguenza positiva degli attacchi del 2001, scriveva Bin Laden, è di avere rinforzato la fraternità tra i musulmani, di avere svegliato il mondo. Così, proprio come la mitica Idra, per ogni testa mozzata se ne guadagnano di nuove. Perché allora si dovrebbe temere la spada dell’avversario? La strategia terrorista non è altro che un sacrificio umano su vasta scala, un olocausto propiziatorio. Il martire non testimonia soltanto della fede nella propria causa, ma soprattutto testimonia della violenza che subisce. Catalizzandola su di sé, nella forma della rappresaglia, la rende riconoscibile. Il martirio è la traccia scavata dell’avversario, la testimonianza della sua atrocità impressa nella carne e nel sangue di chi l’ha scatenata. Nello stesso tempo, è l’avversario a specchiarsi nella vittima, e così nutrire il proprio senso di colpa, minare il proprio morale e demobilitare il proprio esercito.

Confrontati alla minaccia del terrorismo — e più ancora alla minaccia della paranoia globale, che sfocia nella rappresaglia preventiva come sistema di governance mondiale — il vero sforzo cui siamo chiamati è il contenimento del male oscuro che il terrorismo è qui per scatenare: la nostra volontà, il nostro vero volto.

La società francese ha già iniziato le sue rappresaglie con atti d’intimidazione rivolti ai luoghi di culto musulmani. Ma c’è un altro genere di rappresaglia, che a molti sembrerà veniale, eppure può avere conseguenze piuttosto serie: si tratta della banalizzazione della blasfemia — o persino la sua istituzionalizzazione visto che lo Stato francese ha deciso di finanziare Charlie Hebdo perché continui a vivere — anzi addirittura la sua sacralizzazione, visto che a quanto pare senza questa libertà la République perderebbe un suo principio fondamentale e non negoziabile. Una risolutezza davvero sorprendente, visto che la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789 si esprimeva chiaramente sulla questione in tutt’altro senso. Chiaramente, s’intende, per chi dispone di una soglia di attenzione superiore alle dieci parole:

Art. 10. — Nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose, purché la manifestazione di esse non turbi l’ordine pubblico stabilito dalla Legge.

Che l’ordine pubblico sia stato turbato è fuori di dubbio: e questo più volte fin dal 2006, data della pubblicazione delle prime caricature di Maometto, fino al tragico episodio del 7 gennaio 2015. Da molti anni la libertà d’espressione di Charlie Hebdo non era più una questione di diritti astratti, ma di puro e semplice enforcement. Se ci sono persone disposte a morire per uccidere qualcuno perché ha insultato il Profeta, allora di tutta evidenza sono oggettivamente venute a mancare le condizioni di questa libertà. Se lo Stato francese non ha il controllo del proprio territorio, è inutile che pretenda che esista un certo diritto. Se la soluzione proposta è militarizzare la società, riempire le strade di poliziotti e proteggere ogni persona con una guardia del corpo, forse stiamo sbagliando qualcosa.

Molte delle vignette di sostegno realizzate in seguito all’attentato giocano, in maniera non sempre originalissima, sull’analogia tra armi e matite, tra violenza e satira. Esprimono un messaggio in qualche modo contraddittorio: da una parte segnalano la sproporzione tra l’atto di disegnare e l’atto di uccidere, e dall’altra suggeriscono l’idea che l’arte sia più forte del terrorismo (perché influisce sulle coscienze e trasforma la realtà). Insomma il disegno sarebbe contemporaneamente inoffensivo e offensivo. E quindi, dal punto di vista del terrorista, bersaglio illegittimo e bersaglio legittimo. Di sicuro non si può negare che i disegni di Charlie — e le bestemmie in generale — siano «atti linguistici» ovvero segni che producono effetti reali e concreti sulla realtà, vere e proprie azioni sotto forma di disegno. Charlie Hebdo viveva fortemente quest’ambiguità, questo essere a metà strada tra «stiamo soltanto facendo dei disegnini scemi» (come ha dichiarato il disegnatore Luz dopo l’attentato) e «stiamo combattendo una guerra santa in nome dei valori dell’illuminismo» (come sembrava credere il direttore Charb).

Al lettore italiano bisogna fornire un poco di contesto: che cos’è Charlie Hebdo o meglio cos’era? Proviamo a raccontarlo brevemente, senza peli sulla lingua, come avremmo potuto farlo prima del terrificante massacro costato la vita a otto membri della sua redazione e altre quattro persone, tra le quali una guardia del corpo e un agente di polizia. Un massacro che, come spesso accade, ha finito per alterare la percezione della realtà e diffuso una ricostruzione mitologica dei fatti.

Charlie Hebdo è il giornale simbolo della stagione libertaria degli anni Settanta: in un certo senso una reliquia. Fallito una prima volta nel 1981 e rifondato nel 1992, il settimanale continuava a essere pubblicato malgrado la fuga di lettori e le conseguenti difficoltà finanziarie. Nel corso degli anni Duemila la nuova leva dei Philippe Val e dei Charb aveva individuato nell’Islam un bersaglio privilegiato, recensendo positivamente La rabbia e l’orgoglio di Oriana Fallaci e avvicinandosi al pensiero degli intellettuali neo-conservative americani. Processato e assolto per incitazione all’odio religioso per via della pubblicazione delle prime caricature di Maometto nel 2006, il direttore Val ha promosso un manifesto «contro l’oscurantismo islamista», firmato tra gli altri da Bernard-Henry Lévy e Ayaan Hirsi Ali, che equiparava a dei terroristi i musulmani che protestavano contro le vignette. Sebbene ancora considerato di sinistra, nel 2009 Val è stato nominato dal presidente Sarkozy alla testa della radio pubblica France Inter e lì si è distinto per una gestione considerata dai più come pesantemente filogovernativa. Insomma chi rimprovera alla destra italiana di «recuperare» Charlie dovrebbe chiedersi se egli stesso non stia «recuperando» qualcosa di cui, di tutta evidenza, non conosce granché…

In nome della libertà d’espressione, Charlie Hebdo ha pubblicato decine di caricature blasfeme e una versione a fumetti della vita di Maometto, calcando tanto più la mano quanto aumentavano le proteste, le minacce, le aggressioni, gli attentati e i morti nelle manifestazioni in tutto il mondo islamico. Per un giornale in difficoltà economiche, era anche un modo di cercare un’esposizione mediatica necessaria alla sopravvivenza. Nel 2012 il deputato Daniel Cohn-Bendit, storica figura del maggio francese, ebbe a definire i redattori di Charlie «coglioni e masochisti» per via della loro ostinazione. Questa ostinazione si è trasformata negli anni in una vera e propria vocazione al martirio, come testimoniavano le dichiarazioni del nuovo direttore Charb, un «monaco-soldato» come lo ha definito la compagna Jean­nette Bougrab, ex-segretario di stato sotto Sarkozy.

Sicuramente sbaglia sotto vari aspetti chi afferma che i giornalisti «se la sono cercata», dando un giudizio morale che rischia di giustificare ex post l’azione dei terroristi. Anche Gesù Cristo «se l’è cercata»; qualunque persona che muoia in battaglia, invece di starsene tranquillamente a casa, «se l’è cercata». È un modo scorretto di porre la questione. C’è molto eroismo nel comportamento di Charb, ma questo non significa che dobbiamo condividere la sua battaglia. Un martirio non dovrebbe rendere giusta la propria causa per virtù retroattiva: se crediamo che le idee di Charlie fossero sbagliate e i loro «atti linguistici» pericolosi, se lo abbiamo detto e ripetuto più volte negli anni scorsi, dobbiamo continuare a dirlo. Se crediamo che una censura preventiva avrebbe potuto salvare delle vite, come spesso ha fatto la censura ai tempi delle guerre di religione europee, dobbiamo continuare a dirlo. E così facendo non diremmo qualcosa di «oscurantista» ma, al contrario, qualcosa di totalmente coerente con i principi della civiltà giuridica occidentale. Primo, perché la Legge non serve a punire i colpevoli sulla basi di un giudizio morale, tutt’altro: serve a proteggerli. Come il marchio di Caino, deve impedire le ritorsioni e arrestare il ciclo della violenza. Secondo, perché la laicità non è quella cosa che pretendono alcuni.

Laicità non è il diritto universale di provocare un altro per via della sua religione, ma precisamente il contrario ovvero il dovere di non provocare un altro per via della sua religione. Per come è stata sviluppata all’epoca delle guerre di religione, la laicità è un dispositivo utile a disinnescare i conflitti sociali. Si tratta di estromettere la religione dallo spazio pubblico, e questo include anche un tipo di presenza della religione particolarmente insidioso: la bestemmia. Se in molti ordinamenti la bestemmia è punita severamente è perché le sue conseguenze sono serie e incalcolabili. In simili situazioni, ostinarsi a difenderla «per principio»  —  senza valutare le conseguenze  —  è puro e semplice fondamentalismo.

Quando poi si tratta di un fondamentalismo «a targhe alterne», che si concede la libertà soltanto su certe cose, allora finisce per non essere altro che il segno della dominazione di una maggioranza atea o secolarizzata su una minoranza di credenti. In quell’atto linguistico, per una sorta di convenzione linguistica, questi credenti non leggono soltanto un’offesa a Dio ma un’offesa alla loro identità. Qualcuno si stupisce e s’indigna di tanta ingenuità. Eppure le bestemmie sono convenzioni e atti linguistici proprio come come quei propositi che i tribunali sanzionano e quelle sentenze che i tribunali emettono. In un mondo sociale tenuto in piedi dalla «documentalità» come direbbe Maurizio Ferraris, sono fatti non meno reali degli altri.

Oggi si pretende dai musulmani non soltanto di «dissociarsi» da un atto terroristico del quale non hanno nessuna responsabilità, ma inoltre di proclamare «Io sono Charlie» e di rinunciare a ogni rivendicazione in materia di regolamentazione degli atti linguistici. Addirittura si colpevolizzano tutti coloro che sono scesi in piazza contro le caricature nel 2006, come se fossero stati loro ad armare la mano dei fratelli Kouachi. Eppure queste rivendicazioni e queste manifestazioni restano legittime. La posta in gioco non è spirituale ma del tutto terrena e politica: i musulmani vedono nella disomogeneità della libertà d’espressione una misura della loro marginalizzazione. Se la Francia sceglierà di ostinarsi nel considerare accettabile la bestemmia, contribuirà a indebolire le posizioni dei musulmani moderati. Esibendo l’incompatibilità tra Islam e République, mostrando il suo «vero volto di lupo», farà il gioco della strategia di mobilitazione terroristica. È accettabile che si pretenda dalla comunità musulmana di proclamare «Io sono Charlie» per manifestare l’orrore di fronte al massacro della redazione di Charlie Hebdo, ma non è pensabile chiedere loro di promuovere e finanziare (con le loro tasse) un giornale che li ha eletti a bersaglio ideologico. Una umma sottomessa e umiliata è nuova acqua per fare nuotare i pesci dell’estremismo.

Quello che viene chiamato «ateismo» è oggi un’ideologia tra le tante che si affrontano nello spazio pubblico, e in quanto tale non può servire da koiné condivisa. La sola koiné adatta per una società multiculturale è quel sistema di meta-regole che abbiamo chiamato laicità, la cui sostanza stava già tutta nel secondo comandamento dato a Mosé: Non nominare il nome di Dio invano. Non nominare il tuo Dio, se ce l’hai, e soprattutto non nominare quello degli altri. A senso unico non funzionerà mai.

Nel fuoco delle guerre di religione, la modernità politica era sorta ponendosi proprio questi problemi*. Quello che succede oggi con la satira succedeva allora con gli spettacoli. Il caso inglese è piuttosto interessante, perché in pochi decenni la necessità di regolare gli atti linguistici dà forma al teatro moderno, come luogo e come insieme di dispositivi che servono al controllo della parola pubblica. Prima della Riforma, in Inghilterra tutte le attività drammatiche erano eventi occasionali, che cadevano sotto la responsabilità di chi li aveva commissionati: re, nobili, città, chiesa… È solo con Enrico VIII che gli spettacoli diventano una preoccupazione del monarca, eppure dai numerosi documenti amministrativi prodotti sulla questione si capisce che il problema non è politico ma sociale, di ordine pubblico (spesso assimilato al vagabondaggio o alla prostituzione).

La legge fa cambiare gli spazi, i tempi, i temi, il rapporto con il testo scritto… All’intervento regolatore di Enrico VIII dobbiamo la morte del più popolare dei generi teatrali dell’epoca, il mistero, e la nascita del dramma moderno di cui presto Shakespeare sarà il più illustre rappresentante. Ma tutto nasceva dall’urgenza d’impedire quello che oggi chiameremmo turbamento dell’ordine pubblico: nel 1541, tre attori erano stati bruciati dalla folla a Salisbury per avere messo in scena una farsetta giudicata eretica in cui dei preti venivano sbeffeggiati. Forse ci ricorda qualcosa? Nel 1543 la rappresentazione di un mistero causa una sedizione, ed è lì che il Re decide di proibire ogni spettacolo che abbia a che fare con l’interpretazione delle Scritture. Negli anni seguenti si continuerà a legiferare e perseguire le infrazioni, finché non viene istituito un sistema centralizzato di emissione di licenze, presieduto dal cosiddetto Master of Revels, il grande censore di corte. Poiché ci restano i documenti e ne abbiamo pure letto qualcuno, sappiamo anche quale fosse il principale oggetto della censura: le bestemmie.

Era, questa, una concezione della libertà d’espressione figlia di una società lacerata. Abbiamo potuto abbandonarla via via che ne scomparivano le cause. La secolarizzazione del cristianesimo aveva poco a poco cancellato ogni rischio di «turbamento dell’ordine pubblico» legato alla blasfemia, e così la giurisprudenza ha totalmente eroso la legislazione in materia. Ma se i paesi ricchi credevano di poter far affluire sul loro territorio milioni di stranieri a cui affibbiare le peggiori mansioni e contemporaneamente conservare intatto un ordinamento giuridico pensato per un diverso tipo di società, evidentemente hanno fatto male i loro conti di bottega. Forse hanno fatto eccessivo affidamento sulle capacità dei loro sistemi educativi di assimilare in maniera indolore i loro nuovi cittadini.

Oggi le società occidentali sono costrette a rispolverare i libri di Storia per trovare soluzioni nuove ad antichi problemi che tornano all’ordine del giorno. Di fronte a un’aggressione terroristica che la spinge a ostinarsi nella difesa di quelli che crede essere i suoi principi, la Francia non deve fare l’errore di cedere alla propria volontà. Perché è la stessa dei suoi nemici.

*Per ulteriori esempi rimando al mio ebook Forza d’Arte: dal secolo delle guerre di religione al tempo dei conflitti irregolari.





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