Finzioni nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Le ragazze di Angoulême

In gennaio ero al festival del fumetto di Angoulême a fare un reportage per Linus. Le direttive della redazione erano chiare: per far perdonare il mio maschilismo avrei dovuto indagare sulla questione femminile nel mondo del fumetto. Ne è venuto fuori un reportage profondamente imbarazzante, in cui viene fuori il bastardo reazionario che tutti conoscete.

Sono a Angoulême per fare penitenza. Mi trovo al più importante festival del fumetto europeo e ho una sola idea in testa. Trovare delle donne. Parlare con loro. Conoscerle. Capirle. Raccontarle. Sono un maschio bianco eterosessuale e forse ho trovato un’occasione per redimermi. Perché come cantava Britney Spears, I’m not that innocent.

Quando a ferragosto Linus ha pubblicato la “mappa del dibattito culturale in rete” firmata da Valerio Mattioli e dal sottoscritto, non immaginavo il dibattito (appunto) che si sarebbe scatenato a causa di una nostra lieve dimenticanza. Ci eravamo dimenticati delle donne. Ci eravamo dimenticati delle donne, in che senso? Nel senso che della ventina d’intellettuali e giornalisti che avevamo elencato non c’era nemmeno una donna. È stata la scrittrice Claudia Durastanti a sollevare la questione su Facebook. Da allora Valerio ed io ci siamo fatti la nomea di maschi maschiocentrici o perlomeno smemorati.

La verità è che queste selezioni maschiocentriche non sono un’eccezione: prova ne sia la recente polemica scatenata dall’assenza di donne nella shortlist per il premio alla carriera del festival di Angoulême. Trenta fumettisti, da Alan Moore a Milo Manara, e nessuna donna. Come diavolo è possibile dimenticarsi delle donne? Parlo per me: è possibilissimo se si è maschio e si frequentano perlopiù maschi, si dibatte in rete con altri maschi e si scrivono cose che allo stato attuale delle cose spesso, ahimè, interessano perlopiù ai maschi. Il patriarcato è una ben triste torre d’avorio e il web culturale italiano che conosco io non è poi tanto diverso da un ritrovo di lettori di fumetti della Marvel, come quelli che qui ad Angoulême ho visto accalcarsi sullo stand della Panini per comprare l’ultimo Deadpool. “Degli uomini piace il loro andare a caccia di grandezza e inventarsi imprese e avventure”, aveva scritto Luisa Muraro forse pensando proprio a Deadpool e agli accaniti commentatori del sito Nazione Indiana, “ma fa paura quello che poi troppo spesso si lasciano dietro, come rotoli di filo spinato, lattine, carcasse, odi, confini tracciati a caso” e qui il riferimento sembra proprio essere alla nostra mappa del dibattito culturale. Ammettendo che le donne sono una minoranza nel web culturale italiano italiano, proprio come nella storia del fumetto francese, in fin dei conti è proprio per questo che meritavano di essere rappresentate.

E quindi quale luogo migliore di questo per fare penitenza? Sono arrivato nella mia personalissima Siberia. È qui a Angoulême, nuova Armageddon della guerra tra i sessi, che il collettivo delle creatrici di fumetto ha convocato la battaglia finale per la parità di genere. Oltre alle più consuete rivendicazioni, il collettivo denuncia i tentativi di ricacciare le fumettiste nella riserva indiana del “fumetto femminile”. Eppure la gaffe del premio alla carriera insegna che quando i selezionatori non si pongono esplicitamente la questione femminile — ponderando in funzione del genere i dati forniti dalla loro limitata esperienza — finisce che si dimenticano le donne. Ne parlo con Francesca, titolare di una piccola casa editrice indipendente franco-italiana, che mi conferma un sentimento diffuso: “Non c’è nulla di più umiliante delle mostre o antologie sulle donne. Facci caso, perché non si fa lo stesso per gli uomini?” Perché le differenze di genere, suppongo, come le differenze di classe possono produrre sguardi diversi sul mondo; e su questa diversità può essere interessante riflettere per aprire gli orizzonti maschili, con la loro pretesa di universalità. Risposta sbagliata. “Anche l’idea di fare un numero di Linus speciale sulle donne, guarda, non mi convince tanto.”

Eppure scrittrici come Jane Austen o Riyoko Ikeda, l’autrice di Lady Oscar, m’interessano proprio perché la loro appartenenza di genere fornisce un particolare punto di osservazione sulle questioni sociali. Non credo che sia un caso che le migliori novità presentate a Angoulême siano di autrici donne: Noelle Stevenson, Xia Da, Amandine Meyer, Marietta Ren… Il dubbio cresce in me: a furia di aggirare la questione della differenza non rischiamo di perdere qualcosa, l’equivalente culturale della biodiversità? Il mio sesto senso mi suggerisce che si tratta di una domanda da non porre assolutamente e cerco subito una ragazza a cui porla. Quando chiedo a un’autrice se ritiene che vi sia qualcosa-di-femminile™ in quello che fa, come fanno in televisione, lei mi guarda con riprovazione: “Qualcosa, forse, come c’è qualcosa di legato a tutte le mie esperienze. Le mie origini cinesi, il quartiere in cui vivo, la mia classe sociale. È un mosaico di esperienze.” Ma evidentemente sono stato troppo diretto. “Devo dirti che la tua domanda è del tutto fuori luogo. Apprezzo la tua sincerità, davvero, però dovresti evitare di porla ad altre ragazze perché potrebbero risponderti in maniera meno cordiale.” Scopro con disagio che a questo festival sono tutti molto seri e ignorare le regole non scritte del dibattito in corso significa farsi automaticamente catalogare come bifolco. “Perché insistere tanto sul genere quando potresti parlare del nostro lavoro? È umiliante essere continuamente ricondotte al fatto che siamo donne.” Senza dubbio posso capire la sua stanchezza, tuttavia non mi pare meno stancante la mia condizione di elefante nella cristalleria. Il bello del fumetto, la sua biodiversità appunto, un tempo non consisteva proprio nella sua estraneità a certe ipocrisie della cultura alta?

Forse qui sta il cuore della faccenda: non si capisce quello che sta accadendo ad Angoulême se non si leggono le rivendicazioni femminili alla luce di un altro dibattito, vecchissimo e ben noto ai lettori di Linus, quello sulla legittimità della cosiddetta “arte sequenziale”. Gran parte delle autrici in lotta vengono da un certo fumetto: libri impegnati, mediamente più costosi, sostenuti da una certa stampa. Un fumetto che ha saputo sedurre il pubblico femminile se crediamo a Riad Sattouf quando sostiene che “più della metà dei miei lettori sono donne”. Ma mediamente sono anche libri che vendono poco, cioè meno di quanto sia necessario all’autore per vivere — lo dicono le statistiche presentate venerdì agli Stati Generali del fumetto — fintanto che non vengono miracolati da qualche premio com’è stato per Sattouf o, per citare una donna, Julie Maroh. L’autrice de Il blu è un colore caldo ha moltiplicato per dieci le sue vendite grazie al premio di Angoulême e all’adattamento cinematografico di Abdellatif Kechiche, La vita di Adele, ma quanti autori hanno questo successo?

Escludendo i pochi casi editoriali, stiamo parlando di un segmento di mercato complessivamente minoritario sebbene piuttosto visibile: tutti parlano di “romanzo grafico” ma questo pesa all’incirca un decimo della produzione fumettistica e molto meno in termini di vendite. Per quante ulteriori sovvenzioni e agevolazioni gli autori riusciranno a ottenere, per quanti anticipi potranno strappare con le unghie e coi denti, semplicemente non c’è modo di rendere attrattive queste carriere. Non va meglio agli editori indipendenti: uno di primo lavoro fa lo sceneggiatore per la TV, un altro lavora in un ristorante. Un’autrice su Libération parla di una “età dell’oro del fumetto femminile” e d’altra parte il suo ultimo libro, pur notevole, ha venduto in Francia seicento copie in tre anni. Lo stesso vale, naturalmente, per molti autori maschi. Di cosa stiamo parlando allora? Di un’illusione collettiva, di una bolla speculativa, di una grande scommessa che necessariamente ha più perdenti che vincitori. Quando il ministro della Cultura, in apertura del festival, proclama che “gli autori devono potere vivere del loro talento” non solo dice qualcosa che non corrisponde alla realtà, ma inoltre alimenta false speranze che esacerbano la concorrenza sul mercato del lavoro creativo. Insomma tutto quello che sta accadendo ad Angoulême potrebbe non essere altro che una tempesta in un bicchier d’acqua, un regolamento di conti in seno a una classe sociale allo stremo.

Io però sono qui per ascoltare e imparare, non per fare marxismo spicciolo. E le occasioni non mancano: il collettivo di femministe ha organizzato un blind test con tavole di uomini e donne al fine di dimostrare che non c’è modo di attribuire un genere allo stile. “Stronzate. Io potrei riconoscere senza problemi il disegno di una donna da quello di un uomo”. A cena con un importante fumettista della nuova generazione, raccolgo un parere mostruosamente politicamente scorretto — oltre che scorretto tout court visto che in molti casi (ho fatto il test) il genere è effettivamente irriconoscibile guardando una semplice tavola. Francesca, che ha pubblicato un Kamasutra illustrato per le sue edizioni Squame, ammette di avere trovato in quell’occasione un fil rouge per distinguere i disegni degli uomini da quelli di donne: “In questo libro gli uomini affrontano la rappresentazione del sesso in modo comico, o allora molto crudo. Le donne invece hanno scelto sempre un approccio, come dire, poetico”. Mi vengono in mente disegnatrici per nulla “poetiche” (l’americana Phoebe Gloeckner o la francese TanXXX) ma il mio epistemologo interiore, Karl, mi mormora che nessun modello della realtà è immune da eccezioni. Da parte sua il grande autore, un po’ brillo, aveva continuato a teorizzare: “Siamo onesti, nel disegno delle donne manca qualcosa. Perché il disegno, in fondo, non è altro che l’espressione di una frustrazione sessuale che soltanto il maschio conosce, fin dall’adolescenza.” E allora, non conoscono anche loro, sebbene forse in maniera diversa, la frustrazione sessuale? Con noi c’è anche un’autrice: lascia parlare l’autore con quella tipica indulgenza che hanno certe donne di fronte alle filippiche. Quando gli dico che sto scrivendo un reportage, lui sussulta: “Tutto quello che ti dico non devi scriverlo, non con il mio nome. Altrimenti sono morto, finito.”

Una gaffe sessista può rovinarti la carriera? Nel mio piccolo, ho avuto modo di sperimentare quanta suscettibilità c’è attorno alle questioni di genere, ma la verità è che sono ancora qui su Linus a scriverne. Non contento, insisto per fornire il mio punto di vista sulla questione anche se ho la sensazione che farei meglio a starmene zitto. Alcuni paradossi mi colpiscono: le donne del collettivo vogliono che si parli della questione femminile però quando provo a parlare proprio di quello la maggior parte si ritrae accusandomi di dare troppo peso al fatto che sono donne. “Chiederesti la stessa cosa a un uomo?” In verità ho fatto anche questo e lui, giovane ex-vincitore del premio di Angoulême, mi ha pazientemente risposto: “C’è qualcosa di maschile in quello che faccio, certo, perché sono un uomo. Ma siccome nei miei disegni e nelle mie storie mi ritrovo spesso a essere una donna, c’è anche tanto di femminile.” La verità è che dopo quattro giorni di festival, ragazzi e ragazze sono estenuate dal dibattito. Una giovane autrice, che ha appena pubblicato il suo primo reportage a fumetti proprio sul tema del sessismo nella cultura popolare, deplora: “Avrò visto dieci giornalisti e tutti mi hanno chiesto le stesse cose.”

E così alla fine ops, I did it again. Sono partito con le migliori intenzioni, ho imparato molto, ma ho sempre l’impressione di sbagliare qualcosa. Me ne farei anche una ragione se non fossi circondato da persone che sembrano ritenere illegittima l’espressione di pregiudizi che, tutto sommato, definiscono la mia identità di genere — il mio punto di vista, molto parziale, sul mondo. Prima di andarmene, assisto a una riunione a porte chiuse della più importante rete di librai di fumetto in Francia: su ottanta librai nella sala, conto soltanto quattro donne. Eppure quando l’editore si vanta di avere 30% di autrici donne nel proprio catalogo, ovvero sopra alla media del 12%, il pubblico si sente obbligato ad applaudire il progresso verso la parità. In un articolo su Prismo, Lucia Brandoli Bousquet ha denunciato la schiacchiante minoranza di donne tra chi contribuisce ai siti culturali italiani come se fosse il riflesso di uno sbarramento virile. La dirigente di una casa editrice mi confida: “Quello del fumetto è un ambiente molto maschile e non è raro sentirsi un po’ a disagio in mezzo a tanti uomini”. Tuttavia è vero anche il contrario, poiché in certe professioni e in certi segmenti dell’editoria le donne sono addirittura maggioritarie. Cosa significano tutti questi numeri, se non una fede piuttosto preoccupante nelle virtù taumaturgiche della statistica?

Una statistica è come il sedimento sul fondo di una tazza di tè: sebbene la sua forma possa ricordarci qualcosa, si tratta di un oracolo complesso da decifrare. Ogni disparità segue a cascata da innumerevoli fattori concreti, piccoli e grandi pregiudizi ma anche legittime scelte individuali che si ripercuotono in maniera imprevedibile, cozzano tra loro e per effetto di composizione producono conseguenze del tutto dissimili dalle loro cause. E se molte donne, semplicemente, se ne fregassero del fumetto, delle sterili polemiche in rete e di tutte le costose “avventure e imprese” che c’inventiamo noialtri per illuderci di essere importanti? In fondo i criteri per mezzo dei quali definiamo “successo”, “emancipazione” e dunque “parità” sono costruzioni sociali tanto quanto il genere. Da maschio, proprio non me la sento di propormi come modello da raggiungere.

Forse aveva ragione Herminie Hanin — inventrice della trappola per aerei, pittrice naif e lunatica con tendenze paranoiche,— a disdegnare le onorificenze e i premi descrivendoli come “sonaglietti fatti per divertire gli uomini, che per tutta la vita restano dei bambini”. Ad Angoulême il suo comportamento avrebbe spiccato per dignità. Sul treno del ritorno parlo di questa donna bizzarra a una giovane autrice di successo passata dal genere “girly” delle riviste di moda a romanzi grafici più impegnati. “Che bella storia! Potrei raccontarla in un fumetto”. E se davvero lo farà, allora forse avrò dato anch’io — malgrado tutto — un piccolo contributo alla causa.

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Abbasso la scuola (e anche i blog)

Il tempo è poco, e forse la forma-blog non è più adatta a quello che cerco di fare. Per le segnalazioni, gli aforismi, gli appunti, le battute, bastano i social network. E per riflessioni approfondite, c’è bisogno di più spazio e anche più disciplina. Ultimamente la forma-articolo mi sta dando qualche soddisfazione, una ventina di pagine a botta sono un buon modo di mettere giù le idee in maniera non troppo frammentaria. E allora cominciamo con questo Abbasso la scuola: effetti perversi di un’utopia democratica, un primo tentativo di mettere ordine nelle cose che ci siamo detti negli ultimi quattro, cinque anni; un primo tassello di quella “teoria della classe disagiata” che sto scrivendo poco a poco. Grazie ad Antonio Vigilante aka Naciketas, vecchia conoscenza dei tempi di splinder, per aver voluto rischiare la sua reputazione pubblicandolo sulla rivista Educazione Democratica.



Adoro l’odore della carta che brucia il mattino presto

Ecco due cose che potete trovare gratuitamente online cercando bene. Ma chi ve lo fa fare? Per soli ottantanove centesimi, potete leggere questi e-book comodamente sul vostro kindle, sul vostro smartphone o sul vostro Ipad. Ai primi dieci verrà rimborsata la coerenza.

Guy Debord contro la modernità

Forza d'Arte

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L’apocalisse neoliberista

La crisi economica assomiglia a una macchia di Rorschach. Ognuno la interpreta come vuole, ognuno ne attribuisce l’origine a una causa differente:
– Una farfalla.
– Un uomo e una donna che fanno l’amore?
– La testa spaccata di un cerbiatto…
– Il neoliberismo!

Ecco, prendiamo il neoliberismo. Come ha scritto Francesco Costa sul giornale di Confindustria, affermare che in Italia siano state messe in pratica delle politiche neoliberiste è inesatto perché in questo caso si sarebbe “ridotto il peso dello Stato nella sua economia, abbattendo le tasse e la spesa, privatizzando le grandi aziende pubbliche, riducendo drasticamente la burocrazia, abolendo la contrattazione collettiva e gli ordini professionali, lasciando mano libera ai privati”: tutte cose che semplicemente non sono mai avvenute. E tuttavia del neoliberismo, per come viene descritto da chi ricorre al termine, si è verificato in tutto l’occidente l’effetto principale, ovvero il trionfo del capitale sul lavoro: in pratica, una progressiva diminuzione della remunerazione media negli ultimi venticinque anni, dopo trent’anni d’incremento.

Sembra dunque avere senso parlare di discontinuità, e dare un nome – “neoliberismo” – a questa discontinuità. Si tratta di una scorciatoia linguistica che tuttavia lascia aperte alcune questioni fondamentali: primo, se siano effettivamente delle specifiche politiche economiche – reaganomics, thatcherismo… – la causa di questo fenomeno; secondo, se altrove l’applicazione di politiche differenti abbia generato effetti più soddisfacenti; terzo, se non sia piuttosto la coesistenza forzata tra politiche di segno opposto a produrre i più gravi effetti. Per tentare di chiarire questi punti è necessario partire da molto lontano, dall’alba della rivoluzione industriale…

Il capitalismo è un sistema economico in continua trasformazione, caratterizzato da alcune tendenze strutturali. Una di queste è la divisione sociale del lavoro, ovvero la frammentazione sempre più importante dei processi produttivi. Questa divisione, che garantisce l’incremento della produttività, nello stesso tempo erode la qualità del lavoro e quindi il suo costo. Il leggendario Ned Ludd fu il primo a prendere coscienza di questo fenomeno (leggermente più antico di qualsiasi svolta neoliberista) e reagì pigliando a spaccare macchine come un forsennato. Per giunta il capitale tende a concentrarsi in maniera monopolistica, annientando la concorrenza in ogni settore e riassorbendo in qualità di salariati le vittime della propria espansione. Insomma al movimento che imborghesisce i consumatori si associa un movimento che proletarizza i produttori. Ma il vero paradosso del capitalismo è ancora un altro: per effetto della libera concorrenza la produttività tende continuamente a scavalcare la domanda esistente, col rischio che la merce non trovi sbocco sul mercato e che il sistema si paralizzi. A dire il vero molti vorrebbero pure acquistarla questa merce, il problema è che – ricordate – Ned Ludd non ha più un soldo.

Sopraffatto dalle sue contraddizioni, il capitalismo industriale è sostanzialmente tragico. Fatta pace con questa spiacevole diagnosi, nel tempo che resta è possibile deliziarsi a inventare palliativi, narcotici e altri rimedi utili a rallentare o accelerare la catastrofe. Thomas Malthus ebbe un’intuizione: abbiamo bisogno di una classe di rentiers che si faccia carico di consumare l’eccesso di offerta. Non era già questa, fin dai tempi degli antichi sacrifici, la funzione dei sacerdoti, chiamati a distruggere un surplus di risorse che poteva perturbare l’equilibrio economico? John Maynard Keynes sviluppò l’idea malthusiana investendo un nuovo soggetto del sacro compito: lo Stato. Il potere pubblico non si limiterà a una funzione regolatrice, bensì dovrà trasformarsi in consumatore esso stesso. La sua missione sarà di produrre la principale delle risorse scarse ovvero la domanda. Così lo Stato keynesiano eredita dalla Chiesa il ruolo di potere che frena: katéchon che argina il flutto impetuoso dell’accumulazione capitalistica.

Insomma lo Stato faccia al capitalista quello che il capitalista fa al lavoratore. Da una parte preleverà una quota del profitto privato, dall’altra la spenderà per assorbire il surplus prodotto dagli incrementi di produttività. Tutto perfetto, se non fosse che non c’è limite agli incrementi, quindi non c’è limite alla ricchezza che deve essere consumata per inseguirli, quindi non c’è limite alla quota che deve essere prelevata… Ma in un contesto concorrenziale caratterizzato dalla corsa al ribasso dei prezzi – la famigerata competitività – questo inseguimento infinito non è possibile. C’è una soglia oltre la quale il prelievo fiscale incide sulla sostenibilità stessa delle attività economiche: una soglia, dunque, che segna l’inizio di una fase apocalittica in cui riemergono d’un tratto tutte le contraddizioni che erano state occultate.

Alla fine degli anni Sessanta, in effetti, l’oliato meccanismo comincia a incepparsi. La domanda ricomincia a scarseggiare e stimolarla risulta sempre più costoso. Disoccupazione e inflazione si presentano contemporaneamente, contraddicendo la logica keynesiana. Negli Stati Uniti vanno in crisi sia il modello di produzione fordista che gli strumenti politici di sostegno alla crescita. La bilancia commerciale entra in una fase deficitaria e, per non essere costretto a svuotare Fort Knox in cambio dei miliardi di verdoni sparsi per il mondo, Richard Nixon nel 1971 abolisce la convertibilità del dollaro in oro. Come se non bastasse, la crisi energetica del 1973 pone fine allo sfruttamento precapitalistico del petrolio. Certo, una nuova generazione di turbo-consumatori è stata formata dai “cattivi maestri” della controcultura libertaria, ma resta il problema di come finanziare tutto questo desiderio liberato.

C’è chi parla di crisi di accumulazione del capitale, ovvero di un’erosione della quota di profitto ottenuta dai capitalisti. Si tratta di un’interpretazione accettabile fintanto che non appiattisce l’economia sulla psicologia, attribuendo cioè all’avidità di una ristretta cerchia di capitalisti la responsabilità di fenomeni ben più profondi. Se il correttivo keynesiano aveva sanato definitivamente le contraddizioni del capitalismo, perché mai d’un tratto si sarebbe voluto infrangere quest’equilibrio? I capitalisti saranno pure dei lemming impazziti, ma qui c’è qualcosa che non torna. Il punto è che, ovviamente, le contraddizioni non erano state risolte; si erano segretamente accumulate. Il lavoro aveva continuato a dividersi e il capitale aveva continuano a concentrarsi. Non solo per il potere pubblico era diventato sempre più difficile correggere le disfunzioni generate da queste tendenze, ma inoltre lo sviluppo ipertrofico dello Stato aveva iniziato a produrre nuove disfunzioni.

Le politiche di Reagan e Thatcher – ispirate alla scuola neoliberista e integrate con altre politiche di segno opposto – furono l’ennesima manovra di correzione del capitalismo per garantirne la sopravvivenza. Si parla di privatizzazioni, lotta ai sindacati, lotta all’inflazione, tutte misure volte a sostenere la competitività dell’offerta da una parte compensando la caduta del saggio di profitto e d’altra parte recuperando sul costo del lavoro quello che si era ceduto e si continuava a cedere sul costo dello Stato. In effetti non si abbandonarono le misure di stimolo della domanda e la politica monetaria espansiva, che associata alla deregolamentazione dei mercati finanziari permise d’inondare il mercato di “soldi facili”. Lo sviluppo del commercio internazionale accentuò il processo di divisione mondiale del lavoro e nello stesso tempo aprì colossali sbocchi per l’esportazione del più tipico e apprezzato dei prodotti americani: il granoturco? No, il dollaro. L’intera economia americana si sarebbe fondata, negli anni a venire, su questa monocultura paradossale. E con tutto ciò, alla fine, si riuscì ancora una volta a rimandare l’apocalisse. La quale si ripresentò, puntale, allo scoppio della bolla finanziaria del 2008.

Tutto questo dovrebbe permettere di relativizzare la responsabilità del feticcio chiamato neoliberismo nelle amare faccende che affliggono la nostra vita quotidiana, e forse invitarci a riflettere in maniera più originale sulla maniera corretta di reagire. Le misure prese negli USA riassestarono la sovrastruttura normativa (la politica, il diritto) alla struttura materiale (l’economia). In questo senso l’effetto di discontinuità è puramente prospettico. Per anni abbiamo visto come in uno specchio, in maniera confusa: ora vediamo faccia a faccia. La presunta scossa neoliberista è il conto del boom, pagato tutto in una volta sola: dunque per analizzare obiettivamente questa fase bisognerebbe, come dire, calcolarne l’ammortamento su un periodo più lungo. Siamo costretti a giudicare l’economia secondo una duplice scala di valori (breve termine/ lungo termine) che produce una disciplina precisamente schizofrenica. Come ogni cosa che esiste in questo meraviglioso universo retto da regole deterministiche, quello che è accaduto era necessario. E come ogni ogni cosa che esiste in questo maledetto universo governato dall’entropia, si è trattato di un ulteriore passo verso il caos.

Come spesso accade in questi casi, il “neoliberismo reale” si realizzò violando una parte dei principi sostanziali della dottrina che lo ispirava. Lo stesso Reagan fu artefice di una politica deficitaria e giustificò la riduzione delle tasse con l’argomento che ciò avrebbe stimolato la domanda aggregata. L’attuale debito pubblico americano, in fin dei conti, non è altro che il risultato della coesistenza scoordinata tra una politica di spesa ambiziosa (in particolare sul versante militare) e una politica fiscale concentrata sulla competitività. Per non parlare del debito italiano, risultato dell’aggiustamento utopistico della spesa sul gettito virtuale fantasticato al netto di un’evasione fisiologica.

L’esame della situazione italiana è particolarmente interessante come contro-esempio dell’ipotesi neoliberista. Se oggi in Italia una quota importante della ricchezza prodotta, invece di remunerare il lavoro, viene prelevata e spartita da un’abnorme classe di funzionari, questo ha poco che vedere con il neoliberismo. Al contrario: è il rimedio keynesiano che ha iniziato a produrre danni iatrogeni. Se oggi in Italia esiste un gigantesco esercito di riserva di disoccupati e semi-occupati “presso me stesso” che tirano verso il basso il costo del lavoro divorando grosse fette di patrimonio familiare, questo ha poco a che vedere con il neoliberismo. Al contrario: è una lotta fratricida in seno alla classe media, a colpi di quattrini. Se oggi in Italia migliaia di africani e slavi vengono sfruttati nei campi e nei cantieri, fuori da qualsiasi giurisdizione e indipendentemente da qualsiasi normativa, questo ha poco a che vedere con il neoliberismo. Al contrario: è un segnale dello scollamento tra la realtà concreta e un ordinamento giuridico sempre più fantasioso. E se per difendere questo status quo tirate in ballo Keynes o Marx, ridotti a prestanome di un capitalismo di Stato clientelare, allora forse significa che vi fa comodo così.

Faceva comodo a tutti. Il problema è che non funziona più.



Doppelgänger

« Gli specchi e la copula sono abominevoli,
poiché moltiplicano il numero degli uomini. »

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Il disertore ⨯


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Dieci poesie unte di Alessandro Longo

Smonto un porco

Smonto un porco.
Lo trovo colmo di lardo.
Scatto d’un appetito inconsulto, ingoio tutto.
Con il tonno non m’imbocco: troppo magro.
Grugno di mostro fritto.
O colostro d’orco.
Crostolo di mosto d’ulivo.
Culo d’asino intonso.
Sasso scotto.
Coscio d’orso.
Così m’occupo il gozzo.
Altro non bruco, o vado all’altro mondo.

Nuoto nel sugo

Nuoto nel sugo d’un mondo arrosto.
Insulto il cosmo con un tuffo d’olio.
Mi spalmo su uno scoglio.
Sasso su cui sdrucciolo.
Col calcagno sbriciolo parmigiano.
M’immolo al flutto fitto.
Liquido di cetaceo.
Umor di polipo condito.
Brodo d’abisso impaccato.
Manduco un celenterato.
Mi strozzo ogni minuto.
Ordisco un guscio d’uovo a siluro.
Sprofondo illuso, e mi ungo.
Pranzo: uovo di mostro, fritto.
Trasudo sebo di delfino.
Tronco di stucco, giù per il gozzo.
Occluso come piombo fuso.
Infinito indigesto.
Vedo un plumbeo molo oscuro.
Ho un miraggio d’Odisseo: un cono orrido.
Starò più sano nel Purgatorio.
Il sugo fuso mi ha sciolto di brutto.

Rombo di tuorlo

Col cuore colmo anelo boli.
Sbullono il forno, ne cavo unte croste.
Inanello pomi col pollo che spello.
Luccico di ciò che impecio.
Bando all’albume: m’immolo al tuorlo.
Blocco di brutto zucchero scuro.
Lo distruggo con affanno e mi drogo.
Impasto un mostro salso e lo mielo.
Inglobo un tonno morto.
Stracarico il mattarello.
M’infarino il cappello bruno.
L’alambicco urta un’orco.
Gli fa arrosto il polpaccio.
Lo trancio vivo e lo spremo nell’impasto.
Lo farcisco con uno stormo di pinguino.
È un fardello immane di lardo inumano.
Lo inumo a mano nel fornello.
M’aggrappo al manico nel panico.
Un rombo mostruoso è canto bituminoso.
Cotto a puntino in un diluvio di cedro.
Sgombro il convitato, al colmo d’egoismo.
Lo minaccio col coltello da nasello.
Mangio tutto o muoio matto.
Piatto unico che glasso.
Con un salto lo compatto tutto.
Con i denti mi ci affondo, grasso.
Sganascio a costo dell’inferno.
Ma sarà lui a mangiarmi intero.

Culto lustro

Culto lustro d’olio d’orso.
Bullo bisunto, cubo bolso.
Lardo fritto, narvalo crudo o cotto?
D’accordo.
Gozzo chiuso.
Sussulto di bolso muso bruno.
Muro di prosciutto.
Muto e sporco.
Frullo tutto con l’olio morto.
Un frutto nullo.
Dorso a corno, sordo al lutto.
Cotto o crudo.
Culto lustro.

Fritto un secolo

Figlio stolto.
L’olio ascoso per dispetto ho ritrovato.
Ti raddrizzo il comprendonio, obtorto collo.
Diseredo te e il tuo grembo.
Poi ti fisso un cupo imbuto giù nel gozzo.
Ti ci torchio succo d’uovo e tonno d’osso.
Ogni giorno per un anno, a più non posso.
Collo tondo e marmo al tocco, sarai pronto.
Poi scuoiato, ed affogato nel tuo lardo.
Unto estremo, ti riduco a un bell’arrosto.
Bel vitello, figlio grasso e già tonnato di ritorno.
T’allestisco un bel sepolcro in ferro e bronzo.
Bell’apposto sul pertugio d’un vulcano.
Serro tutto con il chiodo e col martello.
Con del porro tutto intorno al deretano.
Anni cento ten starai a frigger morto.
Corpo nero, agitato maremoto d’unto buio.
Fritto un secolo da morto per dispetto.
Figlio stolto, sarai cera al pavimento.

Scoppio di burro

Aiuto!
Corno di un dio unto.
Tornio di Bluto.
Scoppio di burro!
Chiuso in un muro mollo.
Bolo nell’olio, cuocio.
Colto sul fondo scuro.
Muoio d’unto fritto.
Assurdo scoglio di burro.
M’incaglio sul bordo e rutto.
Urlo tutto il riassunto.
Scoppio subito.
Bluto, aiuto!
Mordo il grugno.
Mungo l’Orco.

Un grasso astro

Dio moribondo.
Un grasso astro.
Culto d’infante.
Colto da infarto.
Occorro io nel mondo.
Pargolo tondo di cordoglio.
Sbrano un orso d’augurio.
Torco il collo d’un capro.
Ungo un cubo di sasso, canto.
Mostro arrosto.
Luccio di scoglio ostrogoto.
Strozzo il pollo più grosso.
Impano il mondo.
Lago fritto d’un olio sacro.
Moribondo il dio.
Vivo il culto del grasso.
Ausculto il grufolio del nuovo mostro.
Il suo turno è vicino.
Occupo un buco, muto.
Non oso motto al suo indirizzo.
Multo ogni suono.
Cotto o crudo.

Ho un porto nel mio corpo

Ho un porto nel mio corpo.
Al buio, un capodoglio.
Stomaco di narvalo.
Spaghetto allo scoglio.
Aglio ammollo nel budello.
Un riccio, sporco e minuto.
Zoccolo fritto, più d’uno.
Col fiato stronco un toro.
Se m’affamo, t’accorcio il giorno.
Accorro al nunzio di ristoro.
Sconvolgo il mondo.
Mi nutro, brano a brano, d’ogni mostro.
Lo scontro duro annuso e voglio.
Pollo stravolto, il guanto raccolgo.
Col tuo odio mi c’imburro il muso.
Col tuo grasso ungo un cucchiaio.
Occhio al morto risorto.
All’oscuro fa solo rimbombo.
Privo di gancio, ti fa morto.

Urlo Unto

Urlo unto in un incubo di burro.
Profilo di narvalo emerso in un fosso fritto.
Ormeggio il mestolo.
Opprimo il mozzo con un prosciutto immenso.
Sgozzo un toro per olocausto.
Scivolo sul grasso che spillo.
Crollo, vegliardo muro di burro.
Occludo tutto.
Spando strutto d’ogni poro.
Pattino d’olio in un formaggio umano.
Includo un mostro nel vitto.
Estrudo strudel dall’orecchio.
Mungo un toro e me ne nutro.
Corro poco, peso troppo.
Rovino al suolo e sprizzo d’intorno.
Non c’è vento che m’asciughi.
Non c’è lama che mi raschi.
Son giaciglio pel bisonte.
Sono unguento pel tricheco.
Se m’affetto, non ho un centro.
Se mi centri, non ha effetto.

Globo Mollo

Attorno al mondo barcollo.
Globo mollo, uomo di strutto.
Coll’inganno ingollo un uovo.
Fuggo il mastino.
Gli cuocio il cucciolo.
Con contorno di midollo.
Son satollo, ma per poco.
Non temo randello, ché rimpallo.
Non m’allungo al materasso.
Mi molleggio su me stesso.
Corro a rullo sul fratello.
Mangio tutto ciò che frollo.
Mi rinfranco nel bugliolo.
Urlo all’oste del novello.
Sbrano pure il menestrello.
Dentro al torso celo il collo.
Sono nuvola di bolo.
Foro botti col succhiello.
Suggo tutto e immondo rutto.
Sempre a zonzo per il mondo.
Dio del grasso, globo mollo.

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Il complotto

Gli amici dell’Associazione Ustioni proseguono, con straordinaria dedizione e fantasia e puro genio, l’avventura dell’Associazione Amici di Arrigo Boito che lanciai nel lontano 2003. Per chi fosse dalle parti di Verona sabato 17 marzo, intimiamo di recarsi al Teatro Laboratorio Arsenale per assistere alla lettura musicata del Re Orso da parte degli eroici Alessandro Conti e Alessandro Longo.

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