Ideologie nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



La società multiculturale sopravviverà alle nozze gay?

Vivere assieme è complicato. Ci sono i ricchi e i poveri, i bianchi e i neri e i razzisti e i credenti e gli eterosessuali e gli omosessuali e tutti gli altri. Nel breve termine, forse anche nel medio, forse persino nel lungo, queste cose non cambieranno: bisogna davvero trovare un modo di vivere tutti assieme. E questo significa riuscire a darci delle regole comuni. Ma come si trova questo equilibrio, se ogni parte in causa rischia di subire come danno i diritti di un’altra parte in causa?

Penso alla sentenza della Corte Suprema USA in merito al matrimonio omosessuale e alle sue implicazioni politiche, anzi meta-politiche. Alcune osservazioni private di Roberto Buffagni, cattolico da combattimento, mi hanno fatto riflettere e pure un po’ spaventato. Per lui, che evidentemente ha il gusto di un certo vittimismo roboante, questa sentenza «è l’atto d’insediamento ufficiale di una nuova religione con la sua teologia civile, l’Editto di Milano di una nuova Cosa che imporrà a tutti i cittadini americani, e a tutti i livelli di governo USA, l’alternativa secca: sacrifica all’imperatore o accettane le conseguenze».

Cosa significa? Che oggi un cattolico come Buffagni non si sentirebbe pienamente cittadino di uno Stato che riconoscesse le nozze gay, proprio come un cattolico inglese del Seicento non poteva essere un suddito del monarca scismatico ed era perciò di fatto un potenziale cospiratore. Uno di questi cospiratori cattolici gode oggi di rinnovata fama: si chiama Guy Fawkes e provò a far saltare in aria il parlamento.

A molti pare del tutto banale, evidente, logico riconoscere un diritto che «nulla toglie» alle coppie eterosessuali, dando una forma giuridica a rapporti che di fatto già esistono. In un’ottica democratica, nessuna eccessiva timidezza deve ostacolare l’azione politica che si ritiene adeguata per garantire i diritti dei cittadini di orientamento omosessuale, laddove ne esistono le condizioni politiche — anche se questo significa imporre la volontà del governo federale a quattordici stati «ribelli». Tuttavia la feroce resistenza di una parte della popolazione dovrebbe spingerci a porci qualche domanda relativa alla convivenza tra gruppi sociali così apertamente in conflitto.

Queste domande non me le farei, è vero, se confidassi nella scomparsa progressiva dei valori tradizionali: in questo caso vedrei la sentenza della Corte Suprema come un salto, magari un po’ brusco, nel senso della Storia. Insomma subiremmo quelle due o tre scosse di assestamento e ci ritroveremmo tra cinquant’anni a riderne tutti assieme. Queste domande invece me le pongo perché credo che mentre oggi in Occidente si prendono misure dirette ad amministrare una società sempre più «aperta», è invece probabile che il peso delle minoranze conservatrici continuerà ad aumentare per effetto congiunto della demografia, dell’immigrazione e della recessione. Si andrà così a creare un tragico sfasamento tra l’ordinamento giuridico e la realtà sociale, che può anche prendere la forma di un conflitto tra dominanti (élites «progressiste») e sconfitti (immigrati e masse «arretrate»).

Cosa intendo dunque per implicazioni «meta-politiche»? È semplice: mi chiedo se per gli Stati democratici, e in questo caso per lo Stato federale americano, non rischi di porsi a un certo momento un problema di legittimità. Esistono, di fatto, fasce di popolazione — cristiani e musulmani principalmente — che considerano l’omosessualità come un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio. O comunque un terribile pericolo per la società. Per Buffagni, per esempio, la sentenza segna addirittura l’atto di nascita di una «teologia civile incompatibile con il cristianesimo». Incompatibile, addirittura? Ad essere in gioco è il fragile equilibrio della società multiculturale.

Nella variante più razionale di questa avversione, non è il matrimonio in sé a preoccupare. I conservatori temono piuttosto di essere limitati nella loro libertà ed emarginati da ulteriori misure che potrebbero discendere logicamente dalla decisione della Corte. Potranno esprimere pubblicamente la loro concezione della famiglia? Potranno predicare il Vangelo anche quando contraddice esplicitamente i «valori non negoziabili» della modernità? Potranno rifiutare di mandare i loro figli in una scuola dove insegna un omosessuale? Che ne sarà, insomma, della loro libertà religiosa? D’altra parte, lasciare immutata la legislazione pur di non toccare la libertà religiosa di cristiani e musulmani avrebbe danneggiato i cittadini omosessuali e non sarebbe stata in alcun modo una soluzione.

Bisogna riconoscere ai conservatori che l’interdetto sull’omosessualità (o sulla contraccezione) aveva sicuramente un senso in altri tempi e in altri luoghi. E oggi? La classe media occidentale non ha le risorse economiche sufficienti per finanziare la crescita demografica che seguirebbe dal rispetto di una morale sessuale tradizionale: è quindi totalmente opportuno dotare questa classe delle forme giuridiche adeguate alla regolazione spontanea del suo surplus relativo di popolazione. Questo non incide in alcun modo sulla libertà, per coloro che lo vogliono, di continuare a godere dei vantaggi del matrimonio eterosessuale.

È dunque anche questa «doppia velocità», in fin dei conti, che spaventa i conservatori: da una parte la classe media impoverita che cessa di fare figli, dall’altra un nuovo e più fecondo proletariato alloctono. Spaventa la minaccia di un passaggio di testimone dall’Occidente all’Oriente, il «grand remplacement» sventolato dall’estrema destra francese. È una paura comprensibile, ma confonde la causa con il sintomo o forse il male con il rimedio. È una paura peraltro condivisa dagli stessi progressisti, che devono affrettarsi a modificare l’ordinamento e adattare le istituzioni fintanto che hanno i numeri.

Non è certo che questa mutazione culturale sarà del tutto indolore. Ad oggi, il gesto più eclatante contro «la perdita dei valori tradizionali» e «la massiccia invasione migratoria» da parte di un militante conservatore è stato il suicidio dello storico Dominique Venner davanti all’altare della cattedrale Notre-Dame di Parigi. Ma anche Anders Breivik si considerava «100% cristiano» e giustificò i suoi atti con argomenti omofobi e (soprattutto) xenofobi. I gesti di Venner e di Breivik resteranno casi isolati o il matrimonio gay sarà capace, come sembrano suggerire le prime reazioni, di catalizzare il disagio dei conservatori radicali?

È altamente improbabile che la sentenza della Corte Suprema scateni una nuova guerra civile negli Stati Uniti, malgrado qualche timida resistenza. Le reazioni scomposte del mondo conservatore sembrano essere ad oggi, per gran parte, un sofisticato bluff. Alle nozze gay si dovranno abituare come si sono abituati al divorzio e all’aborto. Eppure il malessere palpabile che i cristiani esprimono non può essere sottovalutato. È l’ennesimo segno di un’incrinatura sulla superficie del corpo politico delle democrazie occidentali. E inoltre annuncia le difficoltà che ci troveremo ad affrontare per assimilare e integrare i nuovi cittadini di cultura islamica, già oggi stigmatizzati quando non si sottomettono alle ordalie della modernità: bestemmia, apostasia, esibizione del corpo femminile, ecc.

La politica essendo tutt’altra cosa che la morale, arroccarsi sulla presunta evidenza di un diritto non serve a nulla. Nessun diritto esiste in natura e nessuno può pretendere di governare una società democratica in nome di valori più giusti degli altri. E questo vale per i conservatori come per i progressisti. Il problema è che una risoluzione salomonica di questo conflitto non era possibile: un perdente doveva esserci per forza.

Forse non c’era modo di essere più prudenti e questo non è un invito ad esserlo. È un invito a ripensare la convivenza civile in un contesto in cui sembra definitivamente caduta la finzione della legittimità come fondamento del potere politico. Quello che resta è la governance più o meno efficace di un permanente conflitto a bassa intensità tra gruppi inassimilabili. Vivere assieme è complicato — finché dura.



La società industriale e il suo destino…

… Ovvero due articoli che ho scritto per Internazionale e Prismo (curiosamente c’entra sempre Guy Debord, curiosamente si parla sempre di strani loop tra rimedi e soluzioni).

Le scritte, bisogna leggere le scritte. Così mi ha detto Leonardo Bianchi, che il primo maggio era a Milano e che sugli scontri ha scritto un reportage per VICE. Bisogna leggere le scritte sui muri per capire chi sono questi ragazzi in felpa nera, cosa pensano, cosa vogliono. Bisogna leggere le scritte per interpretare delle pratiche di guerriglia urbana che, malgrado le evidenti analogie e continuità, in qualche modo segnano una rottura rispetto alla vecchia tradizione della sinistra extra-parlamentare. E allora ho letto le scritte. Ho cercato di trattarle come indizi, anzi come tracce di un’ideologia nuova della quale una parte degli antagonisti non è nemmeno consapevole. Espressioni enigmatiche come “AUTONOMIA DIFFUSA MONDIALE”, “WE ARE GOD”, “LIBERI E SELVAGGI”, e poi una che mi ha colpito in particolare, “PLAY THE CITY”. Le ho lette, le ho analizzate, le ho googlate, e quello che ho scoperto mi ha fatto esplodere il cervello…

Play the Riot ! “Dark tourism” e “gamification” dello spazio urbano — continua a leggere su Prismo.

Questa volta Tony Stark l’ha fatta grossa. L’idea di partenza sembrava anche buona: costruire un sistema informatizzato, Ultron, per proteggere la terra dalle consuete minacce che popolano l’universo Marvel — razze extraterrestri, divinità impazzite, divoratori di mondi. E poi è successa la catastrofe: il sistema ha iniziato a evolvere, è diventato autocosciente e adesso non vuole più obbedire al suo creatore. E dire che bastava aver visto Terminator o Matrix per farsi venire il sospetto che progettare un’intelligenza artificiale capace d’imparare a ritmo esponenziale non fosse proprio l’idea del secolo. Presto o tardi la macchina arriva alla conclusione necessaria che l’unico modo di salvare il pianeta sia sottomettere la razza umana. Come darle torto? Ci vorranno oltre due ore di parapiglia e un’intera squadra di supereroi — i potenti Vendicatori — per confutare definitivamente il suo argomento…

Avengers 2 o la società del rischio tecnologico — continua a leggere su Internazionale.



Io non sono qui

Il Political Compass è uno dei più noti questionari online che permettono di “misurare” la propria collocazione politica. Chi lo compila ammette volentieri che gran parte delle domande sono mal poste o contraddittorie: grazioso eufemismo. Prendiamo la prima:

“If economic globalization is inevitable, it should primarily serve humanity rather than the interests of trans-national corporations”: Strongly Disagree/ Disagree/ Agree/ Strongly Agree

Come si risponde a una domanda del genere? E più in generale, come si risponde a una domanda non pertinente? Una prima ipotesi di soluzione è non rispondere: questo test è assurdo, passiamo ad altro che abbiamo di meglio da fare. Ma davvero abbiamo di meglio da fare? Via, facciamo uno sforzo e rispondiamo diligentemente. Allora diciamo che sì, certo, ovviamente, la “globalizzazione economica” (qualsiasi cosa intendano e ammettendo che sia inevitabile) dovrebbe essere “utile al bene dell’umanità” e non agli “interessi delle multinazionali”. Strongly Agree, e chi mai potrebbe rispondere altrimenti? Di domanda (incongrua) in domanda, finiamo esattamente dove i compilatori del test volevano che finissimo: libertari e socialisti, in basso a sinistra del loro quadrato magico. Lontanissimo da tutti i governi europei, considerati in vario modo autoritari e di destra.

C’è da chiedersi quale sia l’utilità di un modello incapace di rappresentare le differenze politiche tra la Svezia e l’Italia, tra la Francia e il Regno Unito, tra la Germania e la Spagna; allorché proprio queste differenze costituiscono le opzioni reali alle quali siamo confrontati quando prendiamo delle decisioni. Il Political Compass invece mette sullo stesso piano teorie, aspirazioni, buoni propositi (in basso) ed esperienze storiche (in alto), con l’esito catastrofico di cancellare ogni differenza pertinente. Non è una questione di verità del modello ma di efficacia: sarebbe come cercare il miglior ristorante giapponese di Milano usando una mappa dell’inquinamento luminoso. Il problema è che i compilatori del Political Compass non vogliono trovare un ristorante giapponese, né peraltro modellizzare lo spettro delle opzioni politiche reali, ma insistere sulla distanza tra le presunte aspirazioni dei cittadini (i quali ovviamente vogliono il bene dell’umanità) e le presunte posizioni dei governi (i quali ovviamente difendono gli interessi delle multinazionali). Orientando le risposte con domande tendenziose, se questo è necessario per corroborare la loro tesi.

Invischiati nella trappola linguistica del Political Compass, ci troviamo in fin dei conti a dare ragione alla loro visione del mondo. Se invece di stare davanti a un questionario online stessimo discutendo con una persona in carne ed ossa (e dunque disponessimo della possibilità di reagire, riformulare, precisare, ribattere) probabilmente riusciremmo a comunicare la nostra perplessità e infine riconoscere delle differenze tra le nostre posizioni. Nella migliore delle ipotesi, finiremmo a urlarci dietro i peggiori insulti dopo avere consumato un numero esagerato di birre. Avremmo passato una bella serata, facendo emergere — come direbbe Mao — le contraddizioni. Il problema è che nella maggior parte dei casi non abbiamo la possibilità di tradurre i termini del discorso. Spesso sono i duri fatti a imporci delle scelte che non corrispondono al nostro sistema di segmentazione della realtà; altrettanto spesso è il linguaggio degli altri. Confrontati a schemi che non ci appartengono, siamo continuamente costretti a rispondere a domande non pertinenti.

E allora, come si risponde a una domanda non pertinente? I filosofi del linguaggio si sono arrovellati a lungo per stabilire se una proposizione come “L’attuale Re di Francia è calvo” sia banalmente falsa (perché non esiste alcun Re di Francia) oppure né vera né falsa (perché si riferisce a un’entità inesistente). Ma che cosa rispondereste voi nel Political Compass se vi venisse chiesto se l’attuale Re di Francia sia calvo, lasciandovi la sola opzione tra un Sì e un No? Voglio dire, sapete che gli autori del test sono inglesi e conoscono vagamente la politica francese: magari hanno semplicemente fatto un po’ di confusione. Pragmaticamente, se volete arrivare alla fine del test, potreste considerare che “Re di Francia” è un modo impreciso di parlare del Presidente della Repubblica François Hollande, il quale effettivamente è praticamente calvo, e decidere di rispondere Sì. Questo approccio collaborativo è molto simile a quello che ci porta a rispondere Strongly Agree alla prima assurda domanda del Political Compass. Ma c’è un altro approccio, conflittuale, che consisterebbe nel rispondere negativamente alla domanda per sanzionarne l’incongruenza. Il Re di Francia è calvo? No. Credi che la globalizzazione debba essere utile all’umanità più che alle multinazionali? No, accidenti, come posso condividere un pensiero così stupido? Le descrizioni e i concetti che compongono la proposizione sono privi di senso — “globalizzazione”? “umanità“? — quindi la proposizione è falsa. E soprattutto, come posso condividere l’opinione di qualcuno che concepisce le questioni politiche in questo modo? Strongly disagree.

L’approccio conflittuale era quello di Martin Lutero. Le sue posizioni in materia eucaristica vennero condannate al Concilio di Trento, e oggi ancora si afferma che Lutero rifiutasse la transustanziazione preferendogli la consustanziazione. Eresia? Eppure altrove accusava i papisti di “furto” e “rapina” del Santissimo Corpo: se avesse creduto che si trattava di un semplice tozzo di pane, perché avrebbe dovuto prendersela? In verità, Lutero rifiutava soprattutto l’impiego delle categorie della teologia scolastica: parole del lessico aristotelico come “sostanza” e “specie” che stavano alla base di un approccio procedurale e tecnocratico alle materie religiose. Il monaco tedesco non hai mai voluto confutare la presenza del corpo di Cristo nell’Eucarestia, ma di fronte al Theological Compass scolastico ha rivendicato il suo strong disagreement nei confronti della dottrina della transustanziazione. Era per lui, semplicemente, un modo troppo assurdo di spiegare una cosa vera.

Così il povero Lutero è finito tra gli eretici, e noi rischiamo di finire nel quadratino dei nemici dell’umanità. Ce ne faremo una ragione. D’altronde Mao ci è sempre sembrato più filosoficamente interessante di Gandhi.



La tirannia dei valori

(Il mio pensiero ha raggiunto un tale livello di astrazione — diciamo così — che ormai mi esprimo solo più per memi e fotomontaggi. Per non farmi mancare nulla, cerco anche di rovinare la reputazione di un noto disegnatore italiano fornendogli spunti esoterici per commentare l’attualità sul Post.)

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La radice del male

In questa campagna elettorale specialmente caratterizzata dalla vaghezza dell’offerta politica, sia Beppe Grillo che Silvio Berlusconi hanno flirtato con i temi del sovranità economica e monetaria. A un primo livello, più superficiale, ammiccando ai sostenitori dell’uscita dall’euro; a un secondo livello, meno evidente, suggerendo la possibilità di rivedere l’attuale posizionamento geopolitico dell’Italia; e a un terzo livello, quasi occulto, dando l’impressione di dare credito alla stravagante teoria del signoraggio bancario™. Flirtare, ammiccare, suggerire, dare l’impressione: tutto sta nel formulare enunciati che siano interpretati in maniera diversa secondo l’interlocutore, impiegando metafore che alcuni leggeranno sub  figura e altri in veritate. Perché i cospirazionisti fanno comodo fino a un certo punto, però a dargli troppa corda si rischia anche di perdere credibilità. Ancora una volta tutto è nella vaghezza. Mentre andava in onda una campagna elettorale ufficiale si stava svolgendo un’altra campagna elettorale, non-detta ma perennemente evocata, a base di allucinazioni e semplificazioni.

Prendiamo appunto il signoraggio: una truffa di cui siamo vittima da millenni, anzi no da secoli, o magari solo dal 1971, truffa per cui ci troviamo tra le mani delle banconote da dieci, venti o cinquanta euro che però valgono solo pochi centesimi, perché se ci pensate sono solo pezzi di carta, e così i banchieri ci fregano la differenza tra valore nominale e costo di produzione! C’è da dire che l’argomentazione fa acqua, come spiega bene Thomas Morton. Persino Paolo Attivissimo, dal pulpito di uno che confuta ufologi e apparizioni mariane, rifiuta di occuparsi di signoraggio col pretesto che é una scemenza. Questo non ha impedito alla teoria di diffondersi, entro e fuori Internet, grazie anche agli improbabili spot di Alfonso Luigi Marra — alla cui diffusione abbiamo contribuito tutti noi, forse lasciandoci un po’ scappare la burla di mano.

Il successo (crescente) della teoria del complotto sul signoraggio non insegna forse nulla di sensato sull’economia monetaria, ma racconta molto della nostra società. Quella del movimento anti-signoraggio é una storia italiana, vero orgoglio del made in Italy. Emerge in superficie a metà degli anni Novanta con la proposta del giurista Giacinto Auriti di azzerare il reddito da signoraggio, ovvero il profitto ottenuto dalla banca centrale che emette la moneta. Auriti, animatore fin dal 1971 di un circolo di studi politici ed economici, si è ispirato alle teorie del poeta fascista Ezra Pound che vedeva nella moneta, come fonte del debito e dell’usura, la radice di tutte le disfunzioni economiche. Sono proprio queste idee ad ispirare nel 2003 la fondazione di un movimento chiamato, appunto, CasaPound. Ma è tutto il mondo della piccola imprenditoria ad essere sensibile alla critica delle banche “usuraie”, e tanto più sensibile quanto l’accesso al credito si fa difficile.

A rendere popolari le idee di Auriti non è tuttavia un movimento politico bensì un comico di cui si parla molto ultimamente… Nel 1998 Beppe Grillo collabora con l’anziano giurista per lo spettacolo Apocalisse Morbida, nel quale descrive il meccanismo di “stampa e prestito” del denaro e il “sistema del debito” come una truffa ai danni dei cittadini ordita dalle “banche private”. Accortamente Grillo non usa mai la parola “signoraggio” — a rischio di essere confutato — e per questo oggi ancora alcuni accusano di essere “amico dei banchieri”, sottovalutando in maniera ingiusta il suo contributo alla causa. Non è forse anche merito della sua influenza se nel 2011 Antonio di Pietro (che all’epoca si faceva dettare la linea da Gianroberto Casaleggio) credette opportuno presentare un’interrogazione parlamentare sul signoraggio, suscitando un certo sconcerto?

Se Grillo diffonde un certo frame intepretativo (come direbbe Giuliano Santoro) capace di accogliere in sé il concetto per rispondere a una domanda politica ancora latente, la parola “signoraggio” sale alla ribalta nel 2005, con un’incredibile sentenza che accoglie una domanda di risarcimento “derivante dalla sottrazione del reddito di signoraggio”, intentata da un’associazione di consumatori. Il risarcimento, per un totale di 87 euro, equivale a una quota individuale sul totale di cinque milioni di euro che sarebbero stati indebitamente accumulati da Bankitalia tra il 1996 e il 2003. In seguito alla sentenza (diffusa massicciamente su Internet) Bankitalia si è vista recapitare numerose domande di risarcimento, prontamente rimandate al mittente. Per chiudere la questione, il 21 luglio 2006 la Corte Suprema di Cassazione ha stabilito che sussiste difetto assoluto di giurisdizione in ordine a simili pretese in quanto “al giudice non compete sindacare il modo in cui lo Stato esplica le proprie funzioni sovrane, tra le quali sono indiscutibilmente comprese quelle di politica monetaria, di adesione a trattati internazionali e di partecipazione ad organismi sopranazionali”. Ma è troppo tardi: come una palla di neve, la teoria del signoraggio inizia a rotolare e ingrossarsi, assorbendo frammenti di altre teorie economiche e fantaeconomiche…

Il signoraggio è ancora un guscio vuoto, o semi-vuoto, fino all’esplosione della bolla americana dei subprimes nel 2008. D’un tratto, l’onda d’urto del terremoto nella finanza americana lo trasforma in un concetto economico capace di spiegare in maniera semplice la crisi: la finanza è una truffa, il denaro è un inganno, la cartamoneta è un furto. La crisi non esiste. O meglio esiste soltanto come simulazione, come realtà virtuale che ha preso il posto di un’economia sana: non esistono crisi economiche, esistono soltanto crisi finanziarie. Adesso Grillo non è più il solo a denunciare i danni del capitalismo finanziario: mentre la sinistra si ostina a credere nelle virtù miracolose dei rammendi keynesiani, la destra si scopre “antimercatista“. Sei mesi prima che sulle prime pagine dei quotidiani si potesse leggere a caratteri cubitali del fallimento della banca americana Lehman Brothers, Giulio Tremonti pubblicava un libricino di grande successo, La paura e la speranza, che annunciava “la crisi globale che si avvicina”. Tremonti di fatto impostò la campagna elettorale di Berlusconi, che vinse le elezioni legislative del maggio 2008 dimettendo i panni del politico liberale per quelli, oramai pienamente consoni, del leader populista. La diffusione delle idee signoraggiste nell’entourage del cavaliere getta una luce nuova e suggestiva sulle famose “cene eleganti” di Arcore.

Il simultaneo sdoganamento del neo-fascismo, la nuova fortuna dell’anticapitalismo e il crescente euro-scetticismo hanno fatto da terreno fertile alla diffusione delle teorie del complotto sul signoraggio. Nel 2007, le edizioni Macro pubblicano, tra un libro sui rettiliani e l’altro, il saggio Euroschiavi di Marco della Luna e Antonio Miclavez, che deve il suo successo editoriale alla rivelazione dei presunti “segreti del signoraggio”. A questo punto, la storia tipicamente italiana del signoraggio incontra un’altra traiettoria: quella di Zeitgeist: Addendum, secondo capitolo di una serie di documentari cospirazionisti di Peter Joseph visti su YouTube da qualche milione di persone. Dopo un primo Zeitgeist centrato su Gesù Cristo e l’Undici Settembre, L’Addendum muove da una critica dell’economia monetaria per pubblicizzare l’utopia fricchettona del designer Jacque Fresco. Qui la parola “signoraggio” non viene mai formulata, ma le argomentazioni sul potere delle banche, la moneta come debito e la riserva frazionaria si ritrovano nella dottrina italiana del “signoraggio secondario”. In questo caso però Ezra Pound non c’entra nulla: i film e il movimento Zeitgeist sembrano piuttosto un’eredità sfilacciata della controcultura americana, tra no-global, X-Files e new-age scientista.

Le teorie legate al signoraggio si articolano in varie forme e linguaggi, da sinistra a destra, e possono risultare più o meno ragionevoli: si va dal delirio di tipo semi-patologico (i signoraggisti in senso stretto, che denunciano una “differenza tra valore nominale e costo di produzione del denaro”) a formulazioni vaghe che sembrano conciliabili con modelli economici riconosciuti come legittimi. Nel mezzo si parla di “credito sociale“, “fiscalità monetaria“, “reddito di cittadinanza“, “moneta del popolo“, “riserva frazionaria“. Ma come collocare, ad esempio, le opinioni formulate da Luciano Gallino nel suo Finanzcapitalismo, che gode di una certa reputazione tra i lettori di Repubblica? In un certo senso, il capitolo sugli “Effetti perversi della creazione del denaro” nel libro di Gallino non è altro che una versione ripulita, razionalizzata e socialmente accettabile delle teorie anti-signoraggio. Anche per lui, in un certo senso, la crisi è soltanto virtuale, o più precisamente una contaminazione del reale da parte del virtuale. La radice di ogni male è questa zecca impazzita che inonda l’economia di simulacri.

Questo non significa che i signoraggisti dicono le stesse cose del sociologo Luciano Gallino. Significa tuttavia che potremmo considerare alcune loro formulazioni come delle metafore di fenomeni monetari più complessi, cui ricorrono nell’incapacità di descriverli più esattamente, o ancora come delle versioni primitive, infantili, di teoria economica. Poetiche, tornando a Ezra Pound. La “differenza tra valore nominale e costo di produzione” sarebbe allora un modo semplice e istintivo, quasi religioso, di rappresentare qualcos’altro: ad esempio lo scarto tra la ricchezza “reale” e i suoi significanti, gli attivi finanziari in generale. Il signoraggio è una nuova grande narrazione™ che spiega il tracollo dell’economia italian come crisi finanziaria prima che economica, causata da uno scompenso nella rappresentazione del capitale invece che dal calo della produttività del lavoro, dal sottoconsumo, dalla caduta del saggio di profitto o da altri fattori economici strutturali.

In fin dei conti tutte le teorie cospirazioniste possono essere considerate come delle metafore, o personificazioni, metonimie, amplificazioni. Con questa dimensione metaforica e poetica della politica è necessario fare i conti: e nell’impossibilità di educare il maggior numero ad abbandonarla, anzi nell’impossibilità di pensare una politica che non sia fondata sulla retorica, sarebbe opportuno perlomeno lavorare a costruire metafore migliori.



Mister Bombastium

Post suffragium omne animal perplexe. Per una settimana mi sono chiuso nel silenzio — con qualche concessione ai bons mots su facebook — poi d’un tratto mi si è accesa una lampadina sopra la testa. E ho cominciato a capire: il movimento di Beppe Grillo è l’equivalente politico del Bombastium.

Bisogna tornare ai classici, e in particolare alla storia Zio Paperone e il tesoro sottozero firmata da Carl Barks nel 1957. Entrato per caso in una sala d’aste, il multimiliardario paperopolese acquista una palla di Bombastium, un misterioso elemento ambito dai servizi segreti brutopiani, ovvero sovietici. In mezzo a mille peripezie, da Paperopoli fino al Polo Nord, i nipotini scopriranno per caso che il Bombastium è una specie di grosso gelato con una caratteristica specialissima: ogni volta che lo si assaggia, esso ha un sapore differente. Ma prima di capire che la “semiosi infinita”, per così dire, è una caratteristica sostanziale del Bombastium, Qui Quo e Qua perdono tempo a bisticciare sul vero sapore del gelatone: Fragola! Ma vaffanculo, è cioccolato! Sei un morto vivente, è vaniglia!

Così va per il Movimento 5 Stelle. Sostenitori e avversari lo assaggiano e traggono le più disparate, e talvolta disperate, conclusioni: Beppe Grillo è comunista! Beppe Grillo è nazista! Beppe Grillo è per la decrescita e dunque per l’austerità! Beppe Grillo è keynesiano, infatti il programma gliel’ha scritto Stiglitz dopo essersi scolato una bottiglia di grappa Nardini! Chi ha ragione? Chi ha torto? Tutti quanti. L’ideologia grillina è come il Bombastium: il suo sapore dipende dal punto di vista. E ce n’è per tutti i gusti.

Questo spiega anche il successo elettorale, che non può essere attribuito ai soli grillini “lecca-matite” delle barzellette. Basta un minimo sforzo di sospensione dell’incredulità, e si troverà nel discorso grillino ciò che si vuole. Il liberista, che avrebbe magari votato Oscar Giannino, trova la denuncia degli sprechi pubblici e dell’iniquo sistema fiscale. Fragola! Il fascista trova una critica del parlamentarismo e un leader carismatico che strabuzza gli occhi. Vaniglia! Il keynesiano trova il reddito di cittadinanza. Pistacchio! L’hacker di Anonymous trova la democrazia digitale. Stracciatella! Il cospirazionista trova le scie chimiche, il signoraggio e tutte le puttanate che ha letto su Internet. Aloe! E l’uomo qualsiasi spera solo in una forte scossa che basterà, forse per magia, a risolvere i problemi dell’Italia. Tiramisù!

Straordinario questo Bombastium. Il famoso venticinque percento di Grillo è prodotto dall’aggregazione di domande politiche molto differenti. Dal grillino duro e puro stile “siamo la gente, il potere ci temono” al giovane startupper milanese, passando per il militante di sinistra che ha perso ogni punto di riferimento: domande apparentemente inconciliabili, forse contraddittorie. Ma è qui che le cose diventano interessanti. Inconciliabili, non c’è dubbio che lo siano nella pratica: d’altronde Grillo stesso non pensava sicuramente a un programma di governo. Ma che siano state conciliate in un discorso politico, questo è già stupefacente. Ed è nell’ordine del discorso che l’operazione grillina è interessante da analizzare.

Grillo gioca in maniera straordinaria sulla vaghezza del proprio messaggio, adattandolo in funzione dei contesti e degli interlocutori, abbandonando via via certi temi senza mai ammettere gli errori passati (AIDS, metodo di Bella, biowashball, signoraggio…) così da non tagliare fuori nessuno dei suoi potenziali elettori. Questa cosa si chiama retorica politica, e non l’ha certo inventata il comico genovese. La campagna elettorale di Berlusconi era ugualmente vaga, tra brandelli di liberismo ed echi sovranisti: ricordiamo quando da Santoro rispose evasivamente a una sedicente imprenditrice veneta, lasciando intendere a lei di condividere la sua teoria del complotto e agli altri di essere un convinto europeista. Il Partito Democratico, da parte sua, ha scelto di essere vago su temi “eticamente sensibili” che rischiano di costituire una linea di separazione al suo interno. Il mediocre risultato elettorale, da questo punto di vista, non dipende dalle qualità del leader: ma dal limite intrinseco di quello che era possibile dire senza rompere il fragile equilibrio su cui era costituita l’unità politica di una compagine destinata a governare con Mario Monti: un “dettaglio” impossibile da nascondere ma piuttosto difficile da integrare in maniera indolore nel discorso politico di un partito di centro-sinistra.

La vaghezza non è un difetto del linguaggio politico, bensì la sua sostanza. Sta poi agli elettori mettere alla prova il discorso vago per orientarne l’interpretazione e gli sbocchi concreti. Oggi l’ideologia pentastellata ha una sola alternativa: lasciarsi mettere alla prova, chiarirsi, precisarsi, e così perdere molti elettori che ha conquistato sulla base di un malinteso; oppure (se ci riesce) restare vaga, ambigua, inoffensiva protesta, e vaffanculo. Il sociologo Ernesto Laclau, nel suo La ragione populista, illustrava bene i meccanismi di aggregazione della domanda politica: e definisce il discorso pubblico come un “significante vuoto” capace di esprimere significati di vario genere e perciò conciliare gli interessi di classi differenti. La politica si gioca nella costruzione di questi significanti vuoti, nell’occupazione degli spazi, in una continua dialettica con altre forze che naturalmente mettono in discussione la vaghezza del discorso concorrente per eroderne il consenso. Se volessimo spartire la nostra gustosa palla di Bombastium tra gli amanti della fragola, quelli della vaniglia e quelli del pistacchio, non avremmo presto più nessuna palla. Ma se ci rivolgiamo indistintamente agli amanti del gelato buono, senza distinzioni tra frutta e crema, dovremmo riuscire a soddisfare tutti. Chi non ama il gelato buono? A parte la casta, voglio dire.

In questo senso il il piano del linguaggio è interamente sovrapponibile all’estensione del consenso, e ogni variazione sul primo si ripercuote sul secondo. Come ha detto Carlo Freccero qualche giorno fa in un dibattito televisivo, “Grillo ha proletarizzato il piccolo imprenditore”. Ha inventato — sul piano simbolico, linguistico, ovvero strategico e sostanzialmente politico — una nuova classe sociale, composta nientemeno che da tutti coloro che si sentono vittime un’ingiustizia. Lo ha chiamato Popolo, proprio come i borghesi francesi nel 1789 parlavano di Nazione per mettere i proletari dalla loro parte contro l’aristocrazia (la casta dell’epoca). Con meno successo, alcuni sedicenti neomarxisti circoscritti nell’aria vendoliana hanno tentato di fare la stessa cosa con i precari cognitivi. Lo straordinario successo del nostro Mister Bombastium è di avere costruito un discorso capace di tenere assieme, per un attimo e con la forza fragile d’un vaffanculo, cose che sembrava impossibile tenere assieme. Ma questo attimo non durerà in eterno: via via che la vaghezza si dissiperà, l’elettorato grillino è destinato a sciogliersi — proprio come il Bombastium tra le mani di Zio Paperone.

Resta una domanda: quanto è possibile risparmiare usando una palla di Bombastium invece del normale detersivo? Meditate, gente, meditate.



La pietra filosofale

Nell’attuale processo di riproduzione del capitale, il consumatore va considerato alla stregua di un fattore produttivo: non tanto perché «lavora senza saperlo» quando gioca su Internet (come dice Wu Ming) quanto piuttosto perché il plusvalore si realizza soltanto quando la merce viene comprata e così compiuto il ciclo denaro-merce-denaro. Come per reazione alchemica, bisogna disporre la merce a contatto con il consumatore perché dalle sue tasche erompa moneta sonante. Solo in questo modo il capitale investito si trasforma in profitto. Ecco dunque la vera pietra filosofale, che trasforma la merce vile in oro! E su questa pietra fonderò la mia Chiesa…

Si dice che l’economia sia la disciplina che studia l’allocazione delle risorse scarse. Oggi, di tutta evidenza, si deve o rovesciare la definizione — il vero problema è l’abbondanza, non la scarsità — o includere il consumatore tra queste risorse scarse. Il problema fondamentale dell’economia capitalistica è riuscire a ricavare questa risorsa, individuando nuovi giacimenti e nuove tecniche di estrazione, o addirittura fabbricandola artificialmente. Nel romanzo Al Paradiso delle signore di Emile Zola, quando l’imprenditore Octave Mouret si rivolge al barone Hartmann per finanziare l’ambizioso ampliamento del suo centro commerciale, questi lo interroga:

- Capisco: voi vendete a buon mercato per vendere molto, e vendete molto per vendere a buon mercato… Eppure bisogna vendere, e torno dunque alla mia domanda: a chi venderete? In che modo sosterrete un volume di vendita tanto colossale?

Per convincere il barone, a Mouret basterà indicare un gruppo di borghesi parigine: eccole lì, con la loro civetteria e il loro gusto per lo spreco vistoso, la vera materia prima di tutto il processo. A garantire il profitto sarà lo «sfruttamento della donna», la consumatrice, prima ancora dello sfruttamento dei produttori. Rivoluzione copernicana. Tutto nei grands magasins è concepito per indurre la donna in tentazione ed estrarre da lei il plusvalore. Da parte sua, Hartmann capisce che l’ambizione di Mouret incontrerà comunque, prima o poi, le sue colonne d’Ercole ovvero il punto in cui l’offerta colossale non potrà più essere assorbita dalla domanda: «Allora finirete per inghiottire tutto il denaro di Parigi, come si beve un bicchiere d’acqua?».

In assenza di consumatori è impossibile generare profitto, proprio come non si possono fabbricare salsicce senza carne. Lo sanno bene i moderni esperti di Customer relationship management, per i quali i clienti si estimano, si acquistano, si coltivano e si fidelizzano. Proprio come ogni altro fattore produttivo, il consumatore ha un costo: ma naturalmente il costo dei fattori produttivi non può eccedere il valore realizzato sul lungo termine. Nel capitalismo keynesiano, questo costo è parzialmente preso in carico dallo Stato, che preleva quote di plusvalore per sovvenzionare il consumo (in forma di lavoro improduttivo) e generare nuovo plusvalore — fintanto che c’è acqua nel bicchiere. Al funzionamento di questo meccanismo partecipano inoltre le diverse strategie retoriche impiegate dal marketing culturale 2.0 per promuovere il lavoro improduttivo. Proprio come Mouret faceva belle le signore con guanti e ombrellini perché potessero conquistare un buon partito, oggi Apple o Samsung ci aiutanno a esprimere il nostro lato creativo per trovarci una buona posizione da dj, film-maker o scrittore. Certo, sempre fintanto che c’è acqua nel bicchiere.

E cosa accade quando il bicchiere si vuota, ovvero quando il giacimento di consumatori si esaurisce? Nello  schema denaro-merce-denaro, la merce invenduta non ha valore. Non è altro che un semilavorato del capitale. Certo si potrà sempre dire, come fanno i marxisti, che la merce comunque incorpora una certa quantità di lavoro e il suo valore è precisamente la quantità di lavoro che incorpora. Ma questa precisazione non cambia la cruda realtà ovvero che, parafrasando Marx, la presunta ricchezza delle società tardo-capitaliste potrebbe presto presentarsi come un’immensa accumulazione di merci invendibili.



Sul lavoro improduttivo

L’intellettuale e il borghese in generale si trovano, nei confronti della società, in un precario equilibrio simbiotico per via della natura delle loro attività economiche, classicamente definite «improduttive». Proveremo a prendere sul serio, giusto per la durata d’un post, questa distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo. Per farlo, è comunque opportuno evitare ogni banalizzazione in un senso (il borghese/intellettuale come «parassita») o nell’altro (il borghese/intellettuale come «proletario cognitivo»). Nel suo breve testo del 1971 Divisione del lavoro e coscienza di classe, il pensatore marxista Paul Mattick forniva una sintesi efficace del rapporto tra crisi del capitalismo, misure keynesiane e sviluppo del lavoro improduttivo:

L’espansione della produzione improduttiva indotta dallo Stato e da esso finanziata con il deficit del bilancio, cioè con massicce iniezioni di credito nell’economia ha mantenuto l’impiego a un livello che, lungi dal corrispondere al tasso di accumulazione indispensabile, è legato all’aumento costante del debito pubblico, della pressione fiscale e dell’inflazione. Allo stesso tempo, cresce regolarmente la parte del lavoro improduttivo nei confronti del lavoro sociale globale.

Mattick si riferisce all’attività di «insegnanti, medici, ricercatori scientifici, attori, artisti, ecc.». A questi settori si possono aggiungere, senza troppe difficoltà, la funzione pubblica e la speculazione finanziaria: insomma l’intera classe burocratica o manageriale, nel senso di Burnham. Ma il concetto di lavoro improduttivo non deve essere inteso in senso morale o moralistico: secondo Mattick «per quanto utile o necessario possa essere, è da considerarsi improduttivo» perché «tutto ciò che essi percepiscono proviene dal reddito dei capitalisti o dal salario dei lavoratori». Come ricorda Geminello Alvi nel suo Il capitalismo. Verso l’ideale cinese, sulla questione gli economisti marxisti sono restati fedeli al pensiero di Adam Smith, secondo cui il lavoro improduttivo «ha il suo valore e merita il suo compenso, ma rappresenta il consumo e non la produzione della ricchezza». Quello che Smith invece non aveva espresso distintamente, e che invece più tardi gli economisti marxisti esaminarono sulla scorta di Matlhus, è che prima ancora di fornire dei servizi la funzione del cosiddetto lavoro improduttivo nell’economia capitalistica è precisamente di consumare la ricchezza prodotta al fine di realizzare il plusvalore. Secondo Mattick, la crisi del capitalismo si manifesta proprio con la crescita ipertrofica del lavoro improduttivo, che come una spugna va ad assorbire gli eccessi della produzione:

Di qui la necessità di utilizzare improduttivamente tale surplus irrealizzabile per mantenere a un livello socialmente accettabile le capacità di produzione e d’impiego. Da questo punto di vista il problema del lavoro produttivo e improduttivo va ricondotto allo spreco del lavoro a fini improduttivi, cioè distruttivi.

L’improduttività insomma non ha nulla a che vedere con la natura intrinseca del lavoro, con la «concretezza» o la «mangiabilità» del suo prodotto, ma piuttosto con la sua vis destructiva. Conta non ciò che crea ma ciò che distrugge, e il rapporto tra ciò che crea e ciò che distrugge. Il lavoro improduttivo è una forma di consumo mascherato da lavoro, per così dire. Secondo l’analisi del pensatore marxista Hosea Jaffe, l’intera classe lavoratrice occidentale va considerata come tendenzialmente improduttiva, nel senso che assorbe e consuma un plusvalore derivante dallo sfruttamento indiretto del lavoro delocalizzato. Questo lavoro è fondamento dell’intero sistema, fintanto che sussistono le condizioni del suo sfruttamento. Occorre dunque mantenere sotto controllo «la parte del lavoro improduttivo nei confronti del lavoro sociale globale» di cui sopra scriveva Mattick, e tenere a mente — quando rappresentiamo la ricchezza — la distinzione tra queste due tipologie di lavoro, che si sostengono a vicenda. Non si può semplicemente riconvertire un’economia dal secondario al terziario col solo pretesto che i numerini del PIL restano gli stessi o addirittura aumentano: il problema è che i numerini di PIL non distinguono proprio là dove sarebbe utile distinguere.

Geminello Alvi attribuisce a John Maynard Keynes la paternità dell’attuale sistema di calcolo del PIL, un «indice ambiguo» che tende a classificare alcune attività di consumo della ricchezza come attività di produzione, dunque giustificando ogni sorta di sciagurate politiche di spesa. Il PIL così concepito non è altro che una bolla, la cui crescita virtuale può persino coesistere con una diminuzione dei redditi distribuiti. Se i keynesiani considerano l’aumento del lavoro improduttivo come un fattore di prosperità, che misurano poi con un indice costruito ad hoc, di contro Alvi propone una definizione ristretta del PIL, fedele a Smith. E addirittura si concede un paradossale elogio della contabilità nazionale sovietica, la quale ragionevolmente non includeva «i servizi dei civili e dei militari, le pensioni e gli affitti, i premi delle assicurazioni, i servizi dei medici, degli artisti, dei barbieri e di chi svolge servizi personali». Si tratta, ad ogni modo, di criteri soggettivi, ma non perciò inutili a fornire dei feedback sulla sostenibilità di un modello economico. Per quanto sfuggente e indefinibile, per quanto utile socialmente (per ciò che crea) ed economicamente (per ciò che distrugge), lo sviluppo del lavoro improduttivo è un sintomo di crisi da tenere sotto osservazione. A meno di prendere tutt’altra strada.

Non è solo nella contabilità che la teoria smithiana-marxista del lavoro improduttivo si è incarnata ai tempi dell’Unione Sovietica: esisteva addirittura una legge «contro il parassitismo sociale», che puniva chi rimaneva senza lavoro per oltre tre mesi. Gli intellettuali potevano operare solo se iscritti all’Unione degli scrittori, che rilasciava la qualifica ufficiale di letterato e li retribuiva. In caso contrario, soprattutto se invisi al partito, gli scrittori rischiavano di essere condannati ai lavori forzati, come avvenne a Mandelstam e Brodskij. Sicuramente il dispositivo servì a controllare la produzione culturale — ammettendo che un pugno di poeti fosse effettivamente una minaccia per il regime. Ma più profondamente si trattava di sanzionare il lavoro improduttivo perché questo non era una risorsa per il sistema socialista bensì una minaccia. Nell’economia pianificata non c’è nessun plusvalore da realizzare, nessuna sovrapproduzione da tamponare: ci sono soltanto delle risorse (limitate) da spartire.

Gli atti del processo a Brodskij del 1964 sono un documento eccezionale perché mostrano una concezione del lavoro culturale radicalmente diversa dalla nostra: anzi per noi spaventosa, assurda, ingiustificabile. Il premio Nobel a Brodskij nel 1987 fu anche un attacco contro questa concezione. Sicuramente la burocrazia sovietica non ha prodotto strumenti efficaci per regolare il rapporto tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, eppure se proviamo ad astrarci un attimo dalla nostra ideologia, molte delle osservazioni mosse contro il poeta in quell’aula non sono così assurde. Quando il giudice fa valere come argomento che Brodskij avrebbe cambiato impiego tredici volte — un anno in fabbrica e sei mesi senza lavorare, poi partito per una spedizione geologica e quattro mesi senza lavorare, eccetera — a noi vengono in mente i famosi «lavoretti» tra i quali si barcamenano gli studenti al fine di rimandare più lontano possibile l’ingresso nella vita attiva. E quando il giudice chiede a Brodskij «Chi ti ha riconosciuto come poeta? Chi ti ha arruolato nei ranghi dei poeti?», ci verrebbe quasi da rivolgere la domanda a tutti gli aspiranti geni che attendono un salario dalle loro illusioni.



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