Ideologie nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Blank generation

There is probably no future



Fanartikel

Ciò che preferisco di wikipedia sono le pagine discussione, sorta di backstage e traccia dei conflitti da cui è sorto l’articolo: aspre dispute ideologiche, questioni di metodo, divagazioni. Qui spesso si arenano informazioni non enciclopediche, curiosità o semplici assurdità. Per esempio, visitando la pagina del dottor Mengele, il medico che faceva esperimenti sui detenuti di Auschwitz, potremmo scoprire l’esistenza della Mengele Agrartechnik, ditta di famiglia ancora attiva, ma che opera – come dire – in un altro campo. In effetti, “sono piene anche le campagne italiane di macchine agricole (specialmente attrezzature per fienagione e foraggi) col marchio Mengele”. E fin qui, nulla di davvero strano. Giunti sul sito della ditta, la scoperta notevole è quella di una pagina di Fanartikel con tazze, maglie e pantaloni. Beh, immagino che il mondo sia pieno di orgogliosi fan di una ditta di attrezzature agricole, e che loro non stiano assolutamente lucrando sui nostalgici neonazisti.

Tuttavia, rimane un dubbio: la linea Mengele avrà la meglio sulle borsette firmate Bin Laden?



Cose che non troverete su twitter

Penso sinceramente (e lo scrivo da cinque anni su queste pagine) che il sedicente anti-imperialismo, pur nella sua apparente marginalità, sia una delle poche ideologie interessanti sorte dalle macerie del 2001, o del 1989, o del 1999; una delle poche (assieme al neo-cattolicesimo ratzingeriano) capaci di scuotere alla radice alcuni miti che ci perseguitano.

Sebbene dall’intelligenza delle intuizioni geopolitiche e sociologiche di Costanzo Preve o Gianfranco La Grassa non scivoli naturalmente verso la loro visione della società, anzi tutt’altro, la verità è che il blog Ripensare Marx è uno dei pochi luoghi in cui si sia letta un’analisi alternativa – ad esempio – dei fatti persiani, o quest’estate dei fatti georgiani, e prima ancora dei fatti tibetani. La prospettiva è chiaramente anti-americana e anti-israeliana, ma soprattutto sempre più anti-moderna, anti-liberale, e in definitiva anti-democratica, sempre più distintamente eurasiatica o nazionalista.

Ma la cosa davvero straordinaria è che, malvolentieri e un po’ sussurrando, i ripensatori di Marx hanno preso posizione anche sui fatti italiani, per infine giungere al vero salto mortale, al balzo intergalattico, al teletrasporto ontologico: se il premier italiano è vittima di una manovra orchestrata dai servizi segreti americani, allora egli sarà – inconsapevolmente – un baluardo dell’anti-atlantismo. Berlusconi dunque, scrive sul sito G.P.,

rappresenta una flebile opportunità per il nostro Paese di sganciarsi dal giogo occidentale a dominanza statunitense (…) lui che avrebbe i mezzi per candidarsi ad artefice della fondazione di una nuova politica estera, potenzialmente più performativa e di grande vantaggio per l’Italia.

Rien ne va plus!



A cosa servono le coincidenze

Visto che amo spararle grosse, da diverso tempo straparlo di un legame tra Matrix, 1999, e l’Undici Settembre, 2001: come dire che ciò che inoculiamo nell’immaginario prima o poi torna fuori in forma di realtà. E poi che scopro? Che in un fotogramma del film dei fratelli Wachowski appare il passaporto di Neo, e la sua data di espirazione è… 11 SEP 01.

Diamine, questo è davvero uno splendido aggancio per argomentare la mia teoria. Il fatto è che non la rende più vera o più credibile: la rende più bella. Potrai dirmi che non c’entra nulla, che è solo un caso, ma intanto avrò catturato la tua attenzione. Perché in fondo tu non vuoi sapere cos’è accaduto, vuoi solo che ti racconti una bella storia. Ed è la bellezza di questa storia che la farà vivere o morire, propagare, trasformare. Nessuno prenderebbe sul serio una coincidenza, qualora la reputi tale, proprio come nessuno prenderebbe sul serio un gioco di parole o un motto di spirito; ma intanto, un gioco di parole o un motto di spirito bastano a imporre un discorso, un sospetto, un riflesso. Poi provaci, a non pensare all’elefante.

La retorica, ovvero l’arte di persuadere e di persuadersi, è in fondo semplicemente l’arte di giocare con le coincidenze. Due rime azzeccate fanno la fortuna di un poeta; ma due rime azzeccate sono soltanto l’abile impiego di una coincidenza addormentata nella lingua.



Antisemitismo: usi ed abusi di uno zeugma

Il piano ideologico, che non è cartesiano e assomiglia piuttosto al labirinto magico, è percorso da canali che collegano gli estremi più impensabili. Potremmo chiamarli zeugma, cioè “passaggi”, rubando questo termine alla grammatica – che tanto, diciamo la verità, non se ne fa granché. Anche nella geometria ideologica lo zeugma può essere definito “un termine che governa due o più elementi semanticamente non omogenei”. L’antiparlamentarismo, ad esempio, mostra il nesso tra Terrore rivoluzionario e nazionalsocialismo, per mezzo del fantasma d’una volontà popolare non frammentabile: ed ecco che sulla nostra mappa disegneremo uno zeugma: una porticina, una freccia, teletrasporto. Qui si svelano le contraddizioni e le ambiguità, le continuità sepolte, i sottintesi e i presupposti. Io personalmente adoro gli zeugma perché scuotono le nostre convinzioni. Ci costringono a ridisegnare continuamente i nostri modelli. Dunque mi piace stanarli, per esaminarne la storia e la geografia. Tuttavia poiché di zeugma ce ne sono ovunque, sarebbe sconveniente usarli come prove di connivenza e colpevolezza; al massimo indizi.

E a proposito di estrema sinistra ed estrema destra, c’è un certo zeugma che si usa tanto di questi tempi: l’antisemitismo. Difficile negare che esista il terreno per una convergenza tra gli estremi su questo punto, ed è senz’altro interessante studiarne la genealogia nella storia del socialismo, confrontando le iconografie dell’anticapitalismo e del nazismo, indagandone le matrici gnostiche e cristiane; un perfido zeugma d’altronde collega chiaramente (e necessariamente) cattolicesimo e antisemitismo. Ci sono poi questioni infinitamente spinose, ma fin troppo note, come l’influenza di certo pensiero nazionalista europeo sul panarabismo, la diffusione dei Protocolli dei Savi di Sion nel mondo islamico, le vicissitudini del Gran Muftì, e vari fatti inquietanti nelle aree d’immigrazione araba in Europa.

Tutto questo è molto interessante per chi s’interessa della storia delle ideologie politiche; ma diventa d’un tratto assai meno interessante quando ridotto, sulle pagine dei giornali, a vigliacco espediente retorico per regolare conti di provincia. Premesso che il fatto che ci si calunni a vicenda della medesima cosa – «nazisti!» – è meravigliosamente rivelatore del nostro modo di mitizzare l’esperienza storica, l’abuso dell’accusa ha come conseguenza non soltanto di banalizzare il fenomeno dell’antisemitismo, fenomeno effettivamente concreto e attuale, sebbene disomogeneo e graduato e complesso, ma inoltre rischia (paradossalmente) d’inverare lo zeugma ex post. Assimilare nella sostanza fatti diversi, facendone gli epifenomeni di un fantomatico ur-antisemitismo, mi pare un gioco pericoloso.

A furia di costringere nella stessa gabbia – riviste, convegni, spazi virtuali – persone che non avrebbero mai pensato di trovarsi assieme, e mostrare loro quanto si assomigliano e quanto è granitica la religione civile contro cui si battono, si rischia di convincerli. Questo già avviene, in barba all’elementare insegnamento della strategia maoista: bisogna frammentare il nemico, mica aggregarlo e ingrandirlo. A furia di fare passare ogni idiozia, ogni errore magari, per morboso odio razziale e delegittimare le posizioni geopolitiche più aspre, ad esempio la contestazione dell’esistenza dello stato d’Israele, si prepara il terreno per un antisemitismo di ripiego, compatto, omogeneo. Qualcuno si sederà dalla parte del torto, perché altrove non c’è posto per lui.

Quando ogni cosa sarà diventata antisemitismo, quando ognuno sarà ormai stato definito tale, allora nessuno avrà più vergogna o timore di passare dallo zeugma, da una battuta volgare a una legge razziale. A furia di provare uno stesso sentimento, etimologia vuole che nasca la simpatia. E ci saranno i teatri pieni ad applaudire Faurisson. Che bel risultato. E infine, a furia poi di trasformare la storia in mito, la si sottopone a un inquietante processo di smaterializzazione. Non è negazionismo anche questo, anche se in buona fede, dissolvere la terribile realtà nella pura metafisica?

Esiste senz’altro un modo migliore per scontare la colpa dell’incredibile silenzio dell’Occidente (mica solo del Vaticano) di fronte alla distruzione degli ebrei d’Europa – ben raccontato, pare, nel recente libro di Saul Friedlaender – che uno sconsiderato chiasso.



Adamo vive e lotta insieme a noi

Le celebrazioni darwiniane di questo 2009 hanno il pregio, più unico che raro, di celebrare una materia viva. Non il solito mito inoffensivo cui si rende omaggio per riflesso condizionato, ma un mito offensivo sul quale oggi ancora si battaglia. Oggi ancora? Sarebbe più esatto dire oggi soprattutto. A leggere sui giornali certe ricostruzioni dell’impatto de L’origine delle specie sulla società dell’epoca, pare davvero che il testo fosse stato scritto e scagliato contro i creazionisti. I quali, invece di arrendersi all’evidenza, hanno voluto perseverare nella loro arcaica superstizione. Sfortuna vuole che i creazionisti siano un’invenzione piuttosto recente, e che il testo di Charles Darwin reagisse piuttosto contro i lamarckiani, che non erano superstiziosi ma scienziati. L’ingegnosa soluzione del naturalista inglese – la selezione naturale – risponde a un problema che non ha nulla a che vedere con l’ermeneutica biblica. Che gli occidentali abbiano creduto fino al 1859 che il racconto del Genesi fosse storicamente vero, poi, è una colossale panzana.

Qui il problema è ovviamente che cosa significhi credere. Prendete Origene: quando parla di Adamo, ci tiene a precisare che questa balzana leggenda ebraica è vera in senso non storico bensì spirituale, e questo è chiaro se la si interpreta correttamente. L’opinione è ovviamente personale, ma ci mostra in che modo veniva considerata – nel terzo secolo – una storia di creazione, costole, serpenti e alberi: assai poco plausibile, magari ridicola. Roba da ebrei. Origene era cristiano, cioè un pagano sedotto dallo gnosticismo giudaico, e considerava quella storia come un messaggio in codice. Sotto la lettera di un mito grottesco, il significato vero e proprio. Dubito che nella società ottocentesca si pensasse esattamente come il vecchio Origene, ma come lui si era capaci di giostrarsi tra diversi registri interpretativi, e sono certo che lo siamo ancora oggi. Io posso affermare, ad esempio, che la teoria dell’evoluzione riguarda il piano storico e che il racconto biblico sviluppa un discorso ontologico-tassonomico: ogni singolo animale “discende” da un archetipo: il cane, il gatto, l’uomo (Adam Kadmon). E buona notizia, questa versione è già insegnata nelle scuole: nelle ore di filosofia, alla voce platonismo.

Oggi, contrariamente al terzo e al diciottesimo secolo, il conflitto tra questi registri è diventata una posta in gioco politica locale: in America, catalizza la tendenza autarchica e anti-federale dei WASP repubblicani; nel mondo islamico (in Turchia, ad esempio) la lotta contro i regimi militari laici. Certi politici italiani, da parte loro, seguono la moda: un po’ per farsi notare dagli elettori cattolici, un po’ anche per rompere i coglioni. Non è un conflitto tra passato e presente, tra superstizione e ragione. Entrambe le posizioni nascono in seno al presente, disegnate e definite dai conflitti in atto.



Appunti per l’ideopedia, 1

L’idéologie est une offre intellectuelle répondant à une demande affective.
J. Monnerot

Qualche mese fa avevo deciso d’intraprendere una riflessione sull’ideologia nella forma di un wiki chiamato IDEOPEDIA; sfortunatamente la piattaforma è collassata, inghiottendo un paio di formulazione felici. Per cui tanto vale proseguire qui.

Una delle prime questioni cui mi sono scontrato è un’evidenza: la segmentazione del campo ideologico è essa stessa ideologica. Un elenco o albero delle “ideologie” è animato da principi tutto sommato arbitrari, che determinano il grado di precisione e la profondità dell’albero. Addirittura, si potrebbe dire che un’ideologia non è altro che una regola di segmentazione del campo ideologico. Un esempio chiaro della natura ideologica della segmentazione è il modo in cui si definiscono reciprocamente i tre poli proverbiali della politica novecentesca:

  • Il fascista (ad es. Schmitt) considera sostanzialmente assimilabili liberalismo e comunismo (ad es. progressismo)
  • Il comunista (ad es. Pasolini) considera sostanzialmente assimilabili fascismo e liberalismo (ad es. proprietà privata)
  • Il liberale (ad es. Arendt) considera sostanzialmente assimilabili fascismo e comunismo (ad es. antiparlamentarismo)

Tutte queste segmentazioni sono ugualmente legittime, quando non diventano paranoia, e danno ragione di certi fenomeni di slittamento. Quello che ci mostrano d’interessante è soprattutto che in fondo ogni segmentazione è sempre binaria: e dunque si riduce a un criterio di inclusione/esclusione. Il procedimento di segmentazione consiste non solo nell’identificare un carattere condiviso dalle varie posizioni escluse, ma inoltre di fare di questo carattere un aspetto essenziale. Ma questa essenza è un specchio in cui riconosce piuttosto il volto di chi l’ha formulata.



Il pensiero anonimo

Ai nostri campioni di perbenismo la lettura di queste pagine non apporterà nulla. O forse si: se saranno disposti a leggerle come fossero anonime. Questo è l’esperimento mentale cui li invitiamo a sottoporsi. Se non sanno chi scrive, non verrà loro in mente di scovare nella biografia, magari nei trascorsi nazionalsocialisti, i motivi per i quali l’autore scrive quel che scrive. Dovranno attenersi a quel che sta scritto e dire semplicemente: “E’ vero, è falso; mi piace, non mi piace; coglie nel segno, sbaglia”.

Strano suggerimento, questo di Franco Volpi alla fine del saggio che accompagna l’ultimo piccolo Adelphi di Carl Schmitt. Innanzitutto perché la mano dell’autore si riconosce non dico dalla prima riga, ma perlomeno dalla terza pagina, quando scrive: “La libertà puramente soggettiva della posizione dei valori conduce a un eterno conflitto dei valori e delle visioni del mondo, una guerra di tutti contro tutti, un perpetuo bellum omnium contra omnes al cui confronto il bellum omnium contra omnes e persino l’atroce stato di natura della filosofia politica di Thomas Hobbes sono autentici idilli”.

Altro che anonimato! Questa frase è una summa dell’ultimo pensiero schmittiano: per non accorgersene, il lettore deve proprio essere digiuno in materia. Ma soprattutto, questo è un pensiero interamente radicato “nella biografia, magari nei trascorsi nazionalsocialisti”, nell’esperienza della seconda guerra mondiale, nell’internamento, nel processo. Dietro la denuncia della “tirannia dei valori” si sente il dolore di un uomo umiliato, che della tiranna dei valori (incarnata nella “guerra giusta” degli USA contro la Germania) si considera la vittima più eccellente. Trattandosi poi del pensiero fondamentale da cui s’irradia, nel Novecento, a destra come a sinistra, la critica all’universalismo occidentale, tema quantomai attuale, non è chiaro poi perché si debbano tacere le vicissitudini storiche dell’opera di Schmitt, a monte come a valle. Giacché la denuncia schmittiana è, neanche troppo velatamente, una critica dell’ordine mondiale uscito dalla seconda guerra mondiale: l’ordine di USA e URSS, ma anche dell’ONU e dell’UNESCO.

Considerare che le teorie dipendono da condizioni di enunciazione e strategie extradiscorsive spero non basti a fare di noi dei “conformisti pronti ad intrupparsi”. Qui non ci s’intruppa contro Schmitt; semmai contro una certa concezione dei testi, degli autori, della storia. E se il campione di perbenismo fosse Franco Volpi, che stufatosi di fare il suo lavoro di storico della filosofia, o stufatosi di dover difendere il giurista dalle più surreali invettive, ci invita a decontestualizzare Schmitt per farne un opinionista da salotto?

L’effet d’actualité de Carl Schmitt repose sur une récéption paradoxale: nombre de ses textes paraissent “actuels”, frappants. Mais de la sagacité descriptive à la pertinence politique il y a un pas qu’on ne peut généralement franchir que si l’on oublie, efface, met délibérément entre parenthèses leurs arrière-pensées immediates, soit ce que Schmitt cherchait réellement à défendre ou à dénoncer. (Jean-Claude Monod, Critique, Novembre 2008, p. 835.)



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