Ideologie nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Antisemitismo musulmano?

Si √® parlato in questi giorni di un rapporto del¬†Centro della UE per il monitoraggio del razzismo e della xenofobia¬†(Eumc) che sarebbe stato¬†insabbiato diversi mesi fa perch√© tracciava il profilo di un ritorno all’antisemitismo anti-ebraico additando come colpevoli, oltre i soliti neo-nazisti,¬†gli immigrati di religione musulmana. Chi volesse leggerlo integramente lo trova¬†qui (con un esauriente¬†capitolo sulla situazione italiana) e¬†tradotto in italiano sul sito del¬†Manifesto.

Dell’antisemitismo di matrice musulmana¬†Umberto Eco sull’Espresso mette in evidenza la radice laica.¬†Nel mondo arabo non esiste antisemitismo teologico, perch√© il Corano riconosce la tradizione dei grandi Patriarchi della Bibbia, da Abramo sino a Ges√Ļ. Nel periodo della loro espansione i musulmani sono stati abbastanza tolleranti nei confronti dei cristiani e degli ebrei, cittadini di seconda categoria: nella misura in cui pagassero le loro tasse potevano seguire la loro religione, sviluppare i loro commerci.¬†Non essendo religioso,¬†l’antisemitismo islamico √® oggi di natura esclusivamente etnico-politica¬†(le motivazioni religiose sono di appoggio, non di fondamento).¬†In altri termini si tratta di un riciclaggio dell’¬†antisemitismo scientifico occidentale:¬†Per antisemitismo ‘scientifico’ s’intende quello che sostiene, con argomento storico-antropologico, la superiorit√† della razza ariana su quella ebraica e la dottrina politica del complotto ebraico per la conquista del mondo cristiano, di cui sono massima espressione i¬†Protocolli dei Savi Anziani di Sion. E questo √® il prodotto anche della ‘intellighenzia’ laica europea. Carlo Panella in un lungo e argomentato articolo sul¬†Foglio contesta la tesi,¬†considerando “assolutamente falso che il mondo islamico non sia innervato da un radicale e assoluto antigiudaismo teologico, sociale e politico”.

Un razzismo non esclude l’altro: l’altro giorno mia madre √® andata a comprare della carne macinata per fare delle¬†kefta (cio√® polpette arabe) e il macellaio le ha detto di stare¬†attenta che non esplodessero. La paranoia regna sovrana. Qualcuno si dovr√† occupare anche di questo. Il macellaio arabo dietro casa invece, ha appeso all’insegna delle decorazioni natalizie.



Il corpo di Ronald

La lezione metafisica che ho tratto dalla lettura de L’Era dell’Accesso di Jeremy Rifkin è che il mondo procede verso l’astrazione. Un mondo di loghi è un mondo d’idee platoniche, l’iperuranio degli scambi economici. Un articolo sul Monde Diplomatique di questo mese riflette (e poi s’inceppa in derive ideologiche ad ogni costo) sul simbolismo del prodotto alimentare McDonald’s e sul processo didisincarnazione della carne.

‚ÄúAlla fine di una lunga catena di trasposizioni semantiche e scenografiche, abbiamo pazientemente de-animalizzato le bestie da mangiare‚ÄĚ, negando a noi stessi la violenza dell‚Äôessere carnivori. Il fast-food porta all‚Äôestremo la strategia, proponendo ‚Äú¬†un avatar parodistico che si situa agli antipodi del tragico inerente alla carne. Questo ersatz degenere mente nel profondo giacch√© della carne non ha n√© il nome, n√© la forma, n√© il gusto ‚Äď nascosto sotto un avatar kitsch e zuccherino del sangue: il ketchup‚ÄĚ. Ci√≤ che viene consumato √® quindi a tutti gli effetti un‚Äô¬†idea, cio√® in altri termini una matrice trascendente infinitamente replicabile (come per un paio di Nike). Le repliche non sono a questo punto altro che intermediari,¬†significanti: come gli¬†idoli religiosi. Non pare d‚Äôaltronde simile il rituale del self-service a quello dell‚Äôeucaristia, nel quale il credente assaggia, mediato dall‚Äôostia, il corpo di¬†Cristo?

Update: In linea con questa metafisica della carne¬†Dhalgren segnala¬†The Meatrix, una divertente-inquietante parodia di Matrix dal punto di vista di un porcello che scopre la terrificante realt√† dell’allevamento intensivo, argomento sul quale tra l’altro¬†Wu Ming¬†sta conducendo una specie di battaglia (leggete¬†qui e soprattutto¬†¬†qui).



Il contagio delle idee

Qua in giro si parla un mucchio di¬†memetica, con quell’alone di cosa figa e un sconosciuta ai pi√Ļ che √® propria dei pi√Ļ classici virus della mente: e infatti, chiosava¬†Dhalgren, probabilmente l’unico meme √® l’idea di meme. Tant’√® che propongo il seguente esperimento: cercare di tracciare la¬†genealogia¬†dell’idea di meme che ci ha contagiati, per capirne i canali di trasmissione e le modalit√† (ricordarsi dove se ne ha letto/ sentito parlare, e da l√¨ regredire fin dove √® possibile). Il problema fondamentale per√≤, se vogliamo uscire dal campo della vaghezza, √® capire bene una cosa:¬†se di virus della mente di possa parlare in senso proprio o figurato. Se cio√® si tratti di una metafora molto evocativa oppure di un modello¬†scientificamente¬†fecondo per spiegare le cose sociali e culturali. Il linguaggio della sociologia √® ampiamente costituito da metafore lessicalizzate con valore scientifico approssimativo: dalle “forze” sociali alle “rivoluzioni”. Il problema della scientificit√† √® centrale quando si parla di memetica, la quale si vorrebbe “biologia” dei fenomeni sociali: e in quanto tale dovrebbe funzionare secondo le sue leggi (non solo su un piano analogico, valido tutt’al pi√Ļ per un saggio pubblicato da¬†Castelvecchi). Sul fondamento di una “teoria naturalistica della cultura” s’interroga¬†Dan Sperber¬†ne¬†Il contagio delle idee (¬†Campi del Sapere,¬†Feltrinelli, 1999), optando per una risposta affermativa alla domanda se sia possibile un’approccio materialista alla cultura (e noteremo che il passo √® breve per ritornare a¬†Marx, cio√® un approccio materialista alla storia). Sperber non cita mai il termine “meme” (forse un poco “sporcato” dalla sua diffusione capillare in ambiti extra-scientifici) ma propone un’epidemiologia delle rappresentazioni che, interpolata magari con certe intuizioni degli storici francesi (dalle¬†Annales¬†a¬†Foucault) e di¬†Feyerabend¬†e¬†Wittgenstein, potrebbe dare dei risultati interessanti.



La distruzione del tempo

Bell’articolo del New York Times Magazine (su Internazionale di questa settimana) sulle ragioni del filo-israelismo di destra cristiana e neoconservatori statunitensi. Ad un certo punto si parla del cosidetto sionismo cristiano, ed io ero rimasto ai tempi in cui questo significava pressapoco dare uno stato agli ebrei per liberarsene. Invece questi sono dei fondamentalisti cristiani che, interpretando alla lettera la Bibbia,

credono che Cristo ritornerà sulla Terra soltanto quando gli ebrei si saranno nuovamente impadroniti della Terra Santa.

Comunque poi finisce o con l’Apocalisse o con la conversione al cristianesimo in massa, quindi c’√® poco da stare tranquilli. Un’interferenza, quella tra storia universale ed ermeneutica teologica, tra tempo profano e tempo sacro, tra mito ed evento, che appartiene precipuamente alla religione ebraica, che ha in una nazione, in un popolo, il soggetto della Storia. Dobbiamo perci√≤ considerare l’esistenza d’Israele (alla stregua delle distruzioni del tempio e della Shoah) anche da un punto di vista teologico, dal punto di vista dell’economia della salvezza. Alla teologia √® dunque lecito ricorrere per comprendere le scelte dello Stato Ebraico, la cui sopravvivenza √®, anche, una questione metafisica.

Quello che colpisce (senz’altro perch√© conosco poco il protestantesimo americano) √® che un punto di vista messianico emerga ora anche dalle parti del cristianesimo. Ovvero una religione fondata sull’evento totalizzante della crocefissione, sulla quale si apre una semplice parentesi prima della fine dei tempi. Le debite eccezioni di millenaristi come Gioacchino da Fiore si presentano sempre sul filo dell’eresia. Oggi forse le cose stanno cambiando: quando nei suoi discorsi Bush evoca Dio e la fede, non si tratta soltanto di fare vincere dei valori su degli altri (Occidente contro Islam), ma forse di partecipare al compimento del divenire ultraterreno della Storia universale.



Una congettura fantasiosa

Il marxismo si pone, prima ancora che come teoria politica, come filosofia della storia. Ed √® in questa sua doppia pretesa (che ripetutamente √® caratterizzata come “scientifica”: teoria scientifica, pratica scientifica) che nasce il paradosso, in questa inconciliabile aporia, forse, si spiega il fallimento di entrambi gli obbiettivi. Se √® vero che il filosofo non deve limitarsi ad interpretare ma deve giungere a trasformare il mondo, palesemente, a maggior ragione della sua presunta scientificit√†, il marxismo si pone di fronte al terribile paradosso della fisica novecentesca, ovvero l’influenza dell’osservatore sul comportamento dell’oggetto sperimentale.

Perch√© in fondo la teoria marxista, che la storia si diriga inesorabilmente verso certe predizioni scientificamente desunte dal motore “materiale” del processo storico, non poteva conoscere in che modo questa consapevolezza, poi divenuta prassi massiccia dappertutto nel mondo, avrebbe influenzato la storia. Come se, in un certo modo, il marxismo come teoria, e poi come prassi, avesse interferito con l’altrimenti marxista corso degli eventi ed impedito alla storia di sfociare nella sua fine prevista. Come se, cercando di realizzare il destino dell’uomo, non si abbia fatto altro che allontanarlo.

Ma questa, ovviamente, è solo una congettura fantasiosa.



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