Ideologie nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



La regola del gioco

Il Prof. Antonio Caracciolo, di cui avevamo già scritto, è finito in prima pagina su Repubblica per avere tenuto dei propositi negazionisti in uno dei suoi trenta blog. Il problema, si difende il professore, è che lui non ha mai tenuto propositi negazionisti: l’articolo che lo accusa sarebbe composto da estratti dolosamente decontestualizzati. Secondo Miguel Martinez, Caracciolo sarebbe non un negazionista ma un “convinto liberale” che difende il diritto d’espressione dei negazionisti. Tuttavia la dedizione che il convinto liberale mette nel difendere proprio quella libertà, tra una denuncia della politica israeliana e una teoria dell’ebraismo come religione dell’odio, non è del tutto neutra.

Da qui al negazionismo senz’altro ne corre, almeno un pochino, e il Caracciolo di Repubblica non corrisponde esattamente al Caracciolo reale. Compilando un artificioso best of delle affermazioni del docente della Sapienza di Roma, ne è venuto fuori un ritratto effettivamente mostruoso, di certo deformato, senza dubbio ingeneroso, e tuttavia, in qualche modo, e per l’uso cui è rivolto, fedele. Caracciolo denuncia i tagli subiti e afferma di non riconoscersi nelle interviste a lui estorte: non è il primo e non sarà l’ultimo. Come dicono i cartografi, la mappa non è il territorio. Ugualmente, un articolo di giornale non è la verità, ma un modo di raccontarla. Un modo particolare, poiché per risuonare nello spazio pubblico le posizioni devono essere visibili da lontano: con grandi titoli, semplificazioni, amplificazioni, stereotipi.

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Le sfumature sono poche, e di certo non è prevista quella tra “negazionista” e “antisionista che difende i negazionisti perché magari le camere a gas non esistono”. Una frase forte non verrà accompagnata dalla frase seguente, che l’attutisce. Nessuno passa indenne dal tritacarne, ma qualcuno è in grado di accettare la maschera che gli viene imposta, consapevole che le maschere non hanno né rughe né pori, e sempre la medesima espressione. Gli altri si affanneranno nell’infinito girone delle smentite, come cavalieri contro i mulini a vento, sempre perdenti poiché ignorano la regola del gioco. Ma è come prendersela perché si appare schiacciati ai bordi d’una foto presa con il grandangolo.



Dreams That Money Can Buy

La prima volta che ho visto Fight Club di David Fincher (1999) ho pensato che fosse una critica straordinariamente lucida delle aspirazioni di ribellione spacciate dall’industria culturale, e un astuto dirottamento del romanzo moralista di Palahniuk. Ho anche pensato che fosse piuttosto lucido, da parte mia, cogliere l’ironia del film dietro la sua apparenza di radicalità.

Ieri sera ho rivisto il film e mi é parso che l’ironia fosse davvero troppo evidente, ovvero che sarebbe stato impossibile prenderlo sul serio. Insomma, attenti allo spoiler, si tratta pur sempre della storia di un assicuratore insoddisfatto che sogna di essere Brad Pitt vestito da tamarro deficente. Cosa c’é di più banale e patetico? Vi prego, guardatelo:

Quando Brad Pitt espone le sue teorie sulla dittatura del consumismo, é palese che il regista gli ha chiesto di comportarsi nel modo più finto-ribelle-demenziale possibile. E questo é un ruolo che a lui viene benissimo, coadiuvato da un truccatore e da un parrucchiere informati dei fatti. Quindi ho pensato che soltanto un adolescente avrebbe potuto cascarci, o al massimo qualche migliaio di ingenui (vedi gli allucinanti commenti al libro). Fight Club descrive bene la schizofrenia del borghese insoddisfatto, le sue segrete velleità fasciste rivoluzionarie erotiche e omoerotiche, obbligando lo spettatore a fare i conti con il loro fascino e con la loro idiozia. Più o meno consapevolmente, Fincher svela la penetrazione delle vulgate reichiane, marcusiane, debordiane nella cultura di massa contemporanea, passando alla cassa per conto della 20th Century Fox.

E tuttavia, malgrado l’evidenza di tutto questo, c’é una categoria di persone che interpretano il film proprio come gli adolescenti ribelli che l’hanno adorato, e sono i critici cinematografici che l’hanno aborrito. Io non volevo crederci, ma c’é davvero gente laureata che ha pensato bene di alzare la manina per sostenere che Fight Club non é abbastanza radicale, perché la critica sociale formulata da Brad Pitt — la critica sociale formulata da Brad Pitt! — non é credibile. Ah davvero?

« Il y en aura encore certains pour trouver ce film inventif et drôle (à condition de supporter un spot publicitaire de 2h15 et le cabotinage de Brad Pitt), mais ils n’oseront pas dire que Fight Club est objet gentil. » (Les Inrockuptibles)

« Fight Club se contente de délayer une mélasse sub-nietzschéenne épicée de violence gratuite. » (Télérama)

« David Fincher ne possède pas les moyens de son ambition. Son film est un objet étrange et assez antipathique, très proche de Tueurs nés d’Oliver Stone, qui lui aussi ressemblait à ce qu’il voulait dénoncer. » (Positif)

« Fight Club has nothing substantive to say about the structural violence of unemployment, job insecurity, cuts in public spending, and the destruction of institutions capable of defending social provisions and the public good.  » (Giroux e Szeman, Ikea Boy Fights Back: Fight Club, Consumerism, and the Political Limits of Nineties Cinema, 2001)



Credere quasi la stessa cosa

Così, il sacramento del Corpo di Cristo è in certo qual modo (quemdam modum) il Corpo di Cristo, il Sacramento del Sangue di Cristo è lo stesso Sangue di Cristo e il sacramento della Fede è la fede stessa. (Agostino, Epistola 98, 9.)

“Quemdam modum” é una locuzione latina che attutisce il significato di un enunciato, specificando che le parole descrivono in un certo modo la verità. In un certo modo, ad esempio, si ripetono il corpo e il sangue di Cristo nel rito eucaristico. E in un certo modo altrettanto misterioso, nel corso dei secoli, si ripete la credenza nella ripetizione sacramentale. Il tema teologico ne nasconde un altro, storico ed ermeneutico: di più, politico.

La credenza eucaristica non riguarda soltanto la presenza del sangue di Cristo nel nutrimento rituale dei cristiani, essa è inoltre il sangue stesso che scorre nel corpo della comunità. Nei secoli questa comunità cambia forma ed estensione – cambia il mito, cambiano le parole, cambiano le ontologie, cambiano i riti, e ogni epoca è in qualche modo straniera a quella precedente – mentre dietro permane la figura ideale di un discorso eucaristico originario, sempre più vago, sempre più contraddittorio, insomma sempre più credibile e sempre più incredibile.

Tutto questo per dire che, poiché tutto sommato mi spiaceva tenerla nel cassetto, ho deciso di pubblicare con Lulu la mia tesi di laurea: Quemdam modum. Indeterminatezza della dottrina della presenza eucaristica tra Antichità e Medioevo.

Per coloro che fossero spaventati dall’argomento (ma allora che ci fanno qui?) preciso che si tratta del tentativo di un moderno di penetrare nel significato di una credenza apparentemente assurda, cercando d’illustrarne la credibilità. Per gli altri, che temono un trattamento crudele della dottrina cristiana (e loro pure, che fanno qui?), preciso che ho intenzionalmente aggirato la tentazione “protestante” di ridurre ogni credenza sul piano metaforico-figurale. Mi preme segnalare a chi fosse interessato un breve estratto in pdf nonché il prezzo stracciato del volume: 321 pagine in formato tascabile a €12,68. Chi proprio non si fidasse mi puoi scrivere per avere il pdf completo, ma rimango convinto che sia più facile sfogliare il volume.

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Il pasto nudo

Questo articolo di Luca Simonetti non è solo un’inesorabile critica dell’ideologia Slow Food, ma un fotogramma nitido della nostra abitudine di raccontarci favole, confondendo i privilegi delle élites con dei modelli economico-culturali sostenibili, confondendo le forme più elaborate del consumismo con delle pratiche di resistenza (vedi anche questo esilarante seminario di debunking sulla decrescita). Attraverso l’avventura di Carlo Petrini, e con un occhio marxiano sui reali rapporti di produzione e consumo, l’autore mostra il (malo) modo in cui le nicchie di mercato si nascondono dietro l’illusione di essere “indipendenti” e “impegnate”. Da leggere, per ricordarci (anche se non è la tesi dell’autore, piuttosto sviluppista) che in molti casi un mondo migliore non ce lo possiamo permettere.



Filthy Lucre

Cari amici da casa, ho bisogno del vostro aiuto. Sto cercando di fare un elenco delle opere più radicali e sovversive che siano disponibili nei cataloghi di un grande gruppo editoriale, negli scaffali di un megastore o in una grande libreria online, e lo stesso per la musica, il cinema, eccetera, al fine d’inquadrare e documentare la propensione dell’industria culturale a vendere qualsiasi cosa che gli possa garantire un profitto, senza curarsi in alcun modo del suo contenuto e prendendosi — quando serve — persino gli sputi in faccia. Vedi la EMI con i Sex Pistols, che pure (erano altri tempi) finisce presto per rompere il contratto. O Walt Disney con Michael Moore. Ma fu vera sovversione? Di certo é un’offerta che corrisponde a una domanda.

(Mai come oggi la conquista delle “masse critiche” é stata tanto forsennata, mai é stato tanto palese il processo di svuotamento e depotenziamento d’ogni significato. Lenin aveva soltanto in parte ragione quando scriveva che il capitalista venderebbe la corda per impiccarlo: se é vero che la vende, nessuno penserebbe mai d’usarla. Se il capitalista venisse impiccato, non ci sarebbe più nessuno cui comprare la corda!)

Ho cominciato a dare un’occhiata al catalogo del gruppo Mondadori, con il suo Che Guevara e i suoi Einaudi marxisti (Mao si guardano bene dal ristamparlo, ma suppongo che sia solo ragioni di mercato); ho notato un evocativo Viva la rivoluzione della BUR, ma l’elenco potrebbe essere infinito.  Escludendo allora i classici della sovversione confluiti nel pensiero liberale antitotalitario, dalla Bibbia a Robespierre, se qualcuno ha un’idea può scriverla nei commenti, magari spiegando perché ritiene paradossale la pubblicazione di un’opera simile, o perché ritiene che se segni avessero ancora un significato nessun grande capitalista si sognerebbe mai di pubblicarla.



Get on the bus

Sarà una notizia il fatto che un ragazzo bianco si fa picchiare da un gruppo di ragazzi neri? Intendo dire: davvero i lettori di Repubblica e del Corriere non sanno che fatti del genere – neri che picchiano un bianco, bianchi che picchiano un nero – accadono ogni giorno in America? Davvero non osano sospettare che in certi quartieri popolari a maggioranza afroamericana la prima combinazione possa persino essere la più frequente? Ma che razza di film guardate, lettori di Repubblica e del Corriere? Invece di torturarvi con Wim Wenders (e per questo qualcuno prima o poi pagherà) che ne dite di buttare un occhio a Get Rich Or Die Tryin’?

Proprio come per i liberal americani dei Sessanta, che a furia di raccontarsi le favole alla fine hanno sbroccato e prodotto l’ideologia neo-conservatrice, i lettori di Repubblica e del Corriere, con la loro ossessione per il razzismo unita a un totale disinteresse per le difficoltà concrete della convivenza tra comunità differenti, sono l’anticamera del leghismo. Direi quasi che se lo meritano, se non dovessi subirne anch’io le conseguenze.

Torniamo alla domanda: se sia una notizia un bianco picchiato dai neri. No, la notizia che raccontano gli articoli è un’altra, ovvero che un bianco non ha potuto sedersi sull’autobus con dei ragazzi neri. Forse mi sbaglio, ma un filmato che avesse mostrato dei ragazzi neri che picchiano un bianco in una discoteca, o davanti a un negozio di dischi, non sarebbe mai finito sul sito di Repubblica. Ma il bus, accidenti, il bus è sacro.

Perché quella dell’autobus è una notizia, per il lettore di Repubblica e Corriere? Perché la scena puo’ essere raccontata come il negativo esatto di un’altra scena, simbolica e celebre, una scena che si vede nei film ambientati nell’Alabama degli anni Trenta: quella dei neri costretti a sedere in fondo agli autobus, separati dai bianchi. Una scena madre della storia dei diritti civili, che si risolve con il gesto simbolico di Rosa Parks nel 1955. Una scena che vale come emblema del razzismo.

La notizia data da Repubblica e Corriere, dunque, consiste in un rovesciamento dell’emblema del razzismo americano, e il messaggio che suggerisce è quanto di più banale: come prima i bianchi erano razzisti con i neri, ora accade che i neri siano razzisti con i bianchi. L’implicito di questa notizia è l’argomento del razzismo rovesciato, e si tratta di un argomento leghista. La storia è semplice: a furia di lottare per i diritti degli altri, i bianchi, occidentali, europei, americani o italiani sono finiti essi stessi vittime di una nuova forma di razzismo di cui non parla mai nessuno, tranne pochi coraggiosi.

Nel caso del bus, il rovesciamento avviene implicitamente attraverso la citazione di una scena che appartiene al pantheon dell’ideologia liberal. Questa è forse la ragione per cui la notizia appare sul sito di Repubblica e del Corriere e non del Giornale, che preferisce mettere avanti, in tema di razzismo rovesciato, soltanto “islamica ama ragazzo italiano: il padre la accoltella” e “pensionato ucciso da giovane rom dopo lite“. La forza d’urto della notizia del bus è data dal rovesciamento violento di una memoria condivisa, e forse dal senso di colpa di chi sottovoce sussurra: Guarda un po’ questi, bella riconoscenza!

Personalmente credo che l’argomento del razzismo rovesciato sia una logica conseguenza dell’ossessione per il razzismo. A considerare “il razzismo” non come una semplice parola con cui raccontiamo (molto male) dei fatti disparati, ma una sostanza che puo’ causare dei fenomeni, ci si trova a lottare contro i mulini a vento. La verità è che “il razzismo” è una comoda scorciatoia per evitare di parlare delle cause dei conflitti e delle ingiustizie che dipendono dalle differenze di lingua, di aspetto, di abitudini e di condizioni, e che non verranno cancellate dalle belle parole. Perché la differenza non è bella, ma grandiosa e terribile. Di tutta evidenza, abbiamo nascosto troppa roba sotto al tappeto.

Aggiornamento: Secondo Luca Sofri, Corriere e Repubblica hanno un po’ montato il caso.



L’ironia nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

Per chi non l’avesse notato, la storia del manifesto satirico di Mauro Biani (vignettista peraltro del tutto deprecabile) che viene preso alla lettera dai leghisti segue la trama del Pendolo di Foucault. Il mondo é pieno di scherzi che vengono presi sul serio – prendi Thelema, un’invenzione di Rabelais che diventa una setta satanica. Io da tempo lo ripeto: l’ironia, nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, é la malattia mortale dell’Occidente.



Welcome to the tarrordrome

Nella foto: un ateo illuminista, per farla finita con i secoli bui,
brandisce la sua candela in una polveriera



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