Fumetti nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



La tirannia dei valori

(Il mio pensiero ha raggiunto un tale livello di astrazione — diciamo così — che ormai mi esprimo solo più per memi e fotomontaggi. Per non farmi mancare nulla, cerco anche di rovinare la reputazione di un noto disegnatore italiano fornendogli spunti esoterici per commentare l’attualità sul Post.)

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L’invenzione del romanzo grafico

Si dice che il termine graphic novel sia stato coniato alla fine degli anni Settanta, ma il termine picture novel appariva nel 1946, forse per la prima volta, sulla copertina di un albo della Ventura Editore: Per voi ! For you ! (raro esempio di fumetto bilingue dagli scopi chiaramente didattici) di G. C. Arutnev e Lina Buffolente. In verità sulla copertina del primo albo appare un maccaronico “pictur-novel”, che verrà corretto sulle copertine seguenti, oltre che le menzioni in italiano “settimanale sceneggiato” e “interamente a quadretti”.

Gli albi della Ventura si presentano innanzitutto come “romanzi”, ma Arutnev (alias Giulio Cesare Ventura) ammicca al cinema definendosi come “regista” dell’opera. Da parte sua, Lina Buffolente (non accreditata in copertina) costruisce con grande talento delle tavole “cinematografiche” e dinamiche.

27 ottobre 1946

Titolo dell’episodio 6.

Tavola 12, episodio 9.

Tavola 3, episodio 1.

Raccolta dei nove albi
20 novembre 1947

Pubblicità 1946



Avventure a quadretti

Gli Albi della Ventura, che oggi chiameremmo semplicemente fumetti, erano allora definiti appunto albi, o ancora romanzi con disegni o tavole a colori. Addirittura spunta la definizione, ineccepibile quanto macchinosa, di avventure “interamente illustrate a quadretti”. Coloro che hanno seguito negli anni recenti le vicissitudini del termine “romanzo grafico” si stupiranno forse nel ritrovarlo all’origine stessa del genere, ma con una connotazione del tutto opposta a quella attuale. I “romanzi” della Ventura sono popolari e didattici, più vicini a una Biblia pauperum che alle smanie di canonizzazione dei fumettisti contemporanei.

Ma proprio spingendosi lontano dai canoni — out of time” dal titolo di una straordinaria raccolta di fumetti della prima metà del Novecento, compilata da Dan Nadel — si possono trovare certe visioni suggestive, come quelle della serie K

12 gennaio 1947

26 gennaio 1947

9 febbraio 1947

23 febbraio 1947

16 marzo 1947

30 marzo 1947

Raccolta “12 avventure in tutto il mondo”
25 novembre 1947



Gli albi della Ventura

Missione per le feste: in attesa di mettere maggior ordine nel materiale e nella storia della Ventura Editore — che a metà degli anni Quaranta pubblicava fumetti, racconti illustrati, adattamenti letterari, cineromanzi e romanzi rosa — ho iniziato a digitalizzare alcune copertine. A cominciare con la serie I due Pat, illustrata da G. Andreoli e scritta da Arutnev – ovvero l’editore Giulio Cesare Ventura, mio nonno. Una piccola (e completamente sconosciuta) pagina della storia del fumetto italiano…

Ottobre 1945

Novembre 1945

Novembre 1945

Novembre 1945

6 dicembre 1945

20 dicembre 1945

3 gennaio 1946

17 gennaio 1946

31 gennaio 1946

14 febbraio 1946

28 febbraio 1946

14 marzo 1946

28 marzo 1946

11 aprile 1946

Raccolta nn. 1-6
10 aprile 1946

Raccolta nn. 7-14
10 aprile 1946



L’Association, il futuro del fumetto

Chi segue il fumetto francese (o il blog di Matteo Stefanelli) saprà che L’Association ha festeggiato i suoi vent’anni con uno psicodramma sindacale, concluso con l’addio del direttore in carica Jean-Christophe Menu. Se di questa situazione molti danno la colpa al management catastrofico di Menu, la crisi dell’Association può essere letta (simbolicamente, almeno) come una tragedia, il cui motore è un mercato che ha rapidamente assimilato, cannibalizzato, recuperato, un po’ corrotto e infine svuotato il suo doppio “indipendente”.

La drammaturgia insegna che nulla finisce in tragedia che non sia già iniziato in tragedia — e che dunque, nel caso dell’Assò, a essere tragico era il progetto fin dal fondamento. Ma chi l’avrebbe mai detto, diciamo dieci anni fa? L’Association festeggiava il suo primo decennio, gli autori crescevano in popolarità e stava per concludersi il fortunatissimo Persepolis di Marjane Satrapi. Io, abbonato alle pubblicazioni dell’associazione da un paio di anni, nel 2002 pubblicavo sul sito Prospettiva Globale (ora editore) un articolo il cui titolo, oggi, non può che suonare tristemente ironico… Lo incollo di seguito come documento e testimonianza.

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L’arte visibile

Ultimamente ho letto molti fumetti, riprendendo un filo che avevo interrotto qualche anno fa. Nel frattempo l’arte invisibile di cui parlava Scott McLoud è diventata fin troppo visibile…  Di ritorno dal festival di Angoulême (vinto da un libretto docile e noioso) colgo l’occasione per fare una piccola lista di titoli recenti che mi hanno colpito. Consigliati a chi già manda a memoria i nuovi classici — Daniel Clowes, Chris Ware, Charles Burns, Joann Sfar, ecc. — e ne ha anche un po’ abbastanza; a chi cerca fantasia e invenzione, divertimento, sorpresa, ma per carità niente struggenti saghe familiari premiate da Time Magazine.

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Max Ernst o la sequenzialità astratta

Dal 30 Luglio al Museo di Orsay espongono le tavole di Une semaine de Bonté di Max Ernst. Trattandosi di un’opera a stampa, intesa dall’autore come romanzo grafico composto da incisioni, l’idea di esporla in un museo é una bizzarria per filologi. Il risultato é comunque affascinante, e permette di riscoprire quest’opera anomala.

Nel vortice della decontestualizzazione, il romanzo grafico di Ernst guadagna qualcosa (l’esibizione del procedimento di collage da cui sorgono le visioni di Ernst) ma perde qualcos’altro (la surreale dimensione narrativa). Il catalogo ufficiale é fedele ai difetti dell’esposizione. Scorrettissima, ma in qualche modo interessante, l’idea di fotografare a colori i collages, invece d’imprimerli senza svelare la finzione, come invece fecero Dover e Adelphi.

In maniera palese, il processo di museificazione incide sul significato dell’opera, falsificandola: e in onore della perduta dimensione narrativa del romanzo grafico di Ernst non posso che ripubblicare un mio vecchio articolo che evocava il tema della sequenzialità “astratta” di Une semaine de bonté.

Il testo apparve nel mese di ottobre 2003 sul compianto sito di critica fumettistica Prospettiva Globale, nella mia rubrica “Borderline”, che rifletteva sui limiti dell’arte sequenziale, trattando di esperienze grafiche assimilabili a forme primitive di fumetto. Gli amici di Proglo, nel frattempo, si sono trasformati in questa lodevole casa editrice.

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Who watches the lost girls?

Mentre si palesa l’orrendo trailer dell’adattamento cinematografico di Watchmen (curiosamente accompagnato da un vecchio pezzo degli Smashing Pumpkins, parte della colonna sonora di Batman & Robin), è uscito il terzo e ultimo volume di quello che, in momenti di trasporto forse eccessivo, ho avuto modo di definire il capolavoro di Alan Moore, illustrato dalla moglie Melinda Gebbie, ovvero il pornografico Lost Girls. Consigliato agli amanti del genere, delle favole, del marchese de Sade, di Thomas Mann, eccetera.

Da poco ho ripreso a frequentare le fumetterie e a guardare l’offerta devo dire che il mercato sembra davvero fiorente, rispetto a cinque o dieci anni fa. Ora resta solo da sincronizzare al mercato, saturato dalle ristampe, una rivoluzione vera e propria: perché l’ondata britannica è pur sempre roba di vent’anni fa, e anche i vari Daniel Clowes stanno facendo il loro tempo. Ogni tanto sento parlare con entusiasmo di qualche fumetto disegnato male (che i coglioni chiamano “romanzo a fumetti”), ma mi guardo bene dal prenderlo in mano. Per il resto, prometto di stare più attento.

Lost-Girls


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