Nomos basileus nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Primo sangue

Esiste un circolo vizioso della vendetta e noi non abbiamo idea di quanto profondamente incida sulle società primitive. Perché questo circolo non esiste per noi. Ma qual è dunque la ragione di questo privilegio? Ebbene, sta in una particolare istituzione. E’ il sistema giudiziario che evacua la minaccia della vendetta. Questo non sopprime la vendetta: ma la circoscrive in una rappresaglia unica il cui esercizio è affidato a un’autorità sovrana e specializzata nel proprio ambito. Le decisioni dell’autorità giudiziaria si affermano sempre come l’ultima parola in materia di vendetta.

René Girard, La Violenza e il Sacro

C’è del vero nell’idea berlusconiana che la magistratura sia un potere politico. Del vero in assoluto — come mostra bene L’idéologie de la magistrature ancienne di Jacques Krynen, da poco uscito, che sviluppa la tesi secondo cui “la justice est devenue concurrente du pouvoir politique” — e del vero nella particolare situazione politica italiana. Che non vuol dire che la giustizia sia di parte ma che è essa stessa sostanzialmente una parte, come mostrava Montesquieu. Ma è giusto dire questa verità? Non sarebbe più opportuno giocare secondo le regole, piuttosto che infrangere una finzione necessaria?

Se ha ragione René Girard a proposito della funzione del sistema giudiziario nell’interruzione del ciclo della violenza, allora il nostro conflitto istituzionale permanente lambisce un conflitto ben più serio. Là dove la Giustizia non è più in grado di formulare l’ultima parola e l’Esecutivo non ha più l’autorità per esercitare l’ultima violenza, la comunità non può che tornare al caos della vendetta privata. Per citare ancora Girard, “in assenza di un’organismo sovrano e indipendente in grado di monopolizzare la vendetta, sussiste il rischio di una scalata senza fine”.

Il buon Girard ama ripetere che il suo modello è in grado di spiegare qualsiasi cosa. Ebbene, se un paragrafo del 1972 è in grado di dare senso al gesto di Massimo Tartaglia, sono proprio tentato di dargli ragione.



Gorboduc o dell’entropia

Gorboduc era un buon re, e Porrex e Ferrex dei buoni figli, ma fecero l’errore di dare ascolto agli adulatori piuttosto che ai saggi consiglieri. Così Gorboduc decise — contro natura, contro il diritto, contro la consuetudine — la separazione del regno, che era poi la Britannia: una parte a Porrex e l’altra a Ferrex. Ma come può un solo corpo obbedire a due teste? Dal tragico errore s’innescò il meccanismo tragico. Porrex e Ferrex, temendo ciascuno che l’altro aggredisse per primo, come nel dilemma del prigioniero e nella teoria dei giochi, un po’ spinti dalla paranoia e un poco dall’ambizione, finirono per farsi la guerra, e allestire arsenali atomici per assicurarsi la reciproca distruzione. Ferrex venne ucciso da Porrex, e Porrex dalla madre, e così in un baleno fu la guerra civile. Il popolo si macchiò d’un crimine più orrendo del fratricidio e del figlicidio, parola che peraltro non esiste: il regicidio, uccidendo Gorboduc e la regina. Allora il saggio consigliere del Re, uomo di buona volontà, ordinò il massacro degli insorti; e senza pietà, poiché non esiste ragione che giustifichi i sudditi a contestare il sovrano, con pensieri con parole e tanto meno con la spada. Ma intanto qualche nobile si montò la testa, un po’ per ambizione e un poco per paranoia, e il duca d’Albania — ovvero di Scozia — mosse il suo esercito per conquistare il trono vacante. In questo deserto di rovine e distruzione, il Parlamento è pronto a intervenire, ex machina

Gorboduc di Thomas Norton et Thomas Sackville è considerata come la prima tragedia della storia inglese, e sarà giusto iniziare da qui per condurre non tanto una storia politica del teatro, quanto piuttosto una storia teatrale del politico, che vedremo dove ci porterà. Una storia delle idee che porteranno al Leviatano di Thomas Hobbes — ovvero alla teoria della rappresentanza e allo stato moderno — deve senz’altro passare da questo dramma per mezzo del quale due parlamentari e studiosi di diritto, vicini alla corte, intendevano avvertire Elisabetta I, sovrana da tre anni, dei terribili rischi che correva un regno senza erede legittimo.

Elisabetta si lasciò volentieri avvertire, accettando che lo spettacolo venisse rappresentato in sua presenza nel gennaio 1562, interpretato dai giuristi del College di Whitehall. Di fatto, lasciò che s’aggirasse il decreto del 16 maggio 1559, che proibiva gli spettacoli a tema politico e religioso. Il contesto (un manipolo di giuristi e una regina) suggerisce la dimensione pienamente politica di una simile rappresentazione, e questo ben oltre l’ovvia sua finalità di persuasione: se Gorboduc ha la forma di una dimostrazione drammatica della validità di certe teorie, la sua messa in scena finisce per costituire un’arringa rivolta ufficialmente e direttamente — fuori dalla scena, dall’interno della scena — alla regina. Il dramma è fatto di parole, con abbondanti eccessi didascalici e allegorici, e i terribili fatti di sangue vengono solo riportati dai messaggeri. I buoni consiglieri e i cattivi consiglieri enunciano le loro posizioni, pro et contra, ed è l’esito drammatico a fornire la forma del teorema, la morale della favola: “Ecco ciò che accade, vedete, quando il principe, colto dalla morte o da un male improvviso, non dispone d’un erede certo, diciamo un erede che non solo sia legittimo, ma che come tale sia noto al regno” (V, II). Quod erat demonstrandum.

A parte l’evidente riferimento alle conseguenze della condotta virginale della regina, e il garbato invito a darla via, Norton e Sackville stanno enunciando una teoria politica sull’indivisibilità del potere sovrano, quella stessa che ritroveremmo da Hobbes in forma di larvata confutazione della dottrina papista delle due spade, anche nelle variante bellarminiana della potestas indirecta. Si potrebbe forse avanzare il sospetto (forse inedito, forse immotivato) che Gorboduc sia una tragedia anglicana, tragedia del potere scisso ovvero della monarchia insidiata dal potere ecclesiastico: ipotesi davvero curiosa, dal momento che i due autori sono (secondo le cronache) un calvinista e un simpatizzante cattolico… Bisogna credere che il problema dell’ordine civile fosse prioritario, che un parlamentare inglese non potesse essere altro che “anglicano”, e tutto il resto nient’altro che decorativo.  Ma la portata politica dell’opera di Norton e Sackville è molto più vasta e generale. Se ogni tragedia è una forma di entropia, che spiega l’origine del caos da una condizione d’ordine e da un evento scatenante, allora Gorboduc è effettivamente la tragedia originaria della modernità — o meglio la tragedia che la teoria politica moderna intende arginare.

Come in Hobbes, un secolo più tardi, il male assoluto è la guerra civile (lo Stato moderno, in un certo senso, non è altro che la tecnologia politica intesa risolvere il problema della guerra civile). Come in Hobbes, al cuore di tutto il sistema stanno la paura e il desiderio (di cui l’ambizione è una specie, cf. Lev. VI, 24). Come in Hobbes, l’unico argine al male che naturalmente si scatena dal libero gioco di queste passioni è il monopolio del potere. Come in Hobbes, è un patto indissolubile, stabilito chissà quando, che lega i sudditi al sovrano (V, 2: ma gli storici fanno iniziare il dibattito sul contrattualismo qualche anno dopo, con un testo ugonotto anonimo del 1579, Vindiciae contra tyrannos). Come in Hobbes, l’obbedienza al sovrano deve essere cieca e assoluta (cf. ad esempio Lev. XXX, 9). Il lettore contemporaneo potrà essere urtato da questa concezione totalitaria — direbbe lui — dell’obbedienza politica, ma nel contesto il suo senso è di chiudere ogni spiraglio ai tentativi della Chiesa (e ad ogni “coscienza individuale” al soldo di un secondo potere) di scavalcare il sovrano.

Entropia, dunque, o fuoco, braciere, come ripetono continuamente i personaggi della tragedia per descrivere il contagio della violenza, cioè questo misto di paura e desiderio di cui oggi solo il vecchio René Girard osa parlare davvero. L’ignoranza di questa verità del potere — custodita nella natura, nel diritto e nella consuetudine — è la molla della tragedia. Re Gorboduc, di carattere debole, s’inganna quando afferma: “Non ho ragione di pensare che ci sia qualcosa da temere dalla natura dei miei figli affezionatissimi” (I, 2). Re Gorboduc ignora la legge inesorabile della paura e del desiderio, e perché non s’inganni anche Elisabetta le si presenta la dimostrazione in forma di dramma. Gorboduc è lo Speculum principis delle brame elisabettiane, avverte il Coro, nel quale i sovrani “apprenderanno come non cadere” (I, 2). Il meccanismo che scatena il disordine tiene tutto nelle parole del saggio consigliere, parole che qualcosa insegnano persino su noialtri che siamo — non dimenticate la fraternité — una folla di Ferrex e Porrex:

Tanta è nel cuore dell’uomo la passione di regnare, tanto è il desiderio di raggiungere la vetta per interpretare sulla scena del mondo i primi ruoli, che lealtà, giustizia e affetti naturali, tutto sparisce di fronte al desiderio di essere sovrano, là dove un rango uguale dona una speranza uguale di conquistare ciò che ognuno vorrebbe. (I, 2)

Norton e Sackville non si risparmiano il riferimento alla consueta (ma non ancora) scena del mondo, e dunque al teatro come modello dei rapporti sociali e politici: scrivono proprio “worldly stage”, due anni prima della nascita di William Shakespeare. Nel Damon and Pythias di Richard Edwards (1564), questa immagine è attribuita (impropriamente, si suppone) a Pitagora. Perciò faremo ancora attenzione a un ultimo dettaglio. Quando il consigliere del re proclama che “Chi indossa la corona non ha bisogno di alcun diritto, né nulla che dimostri attraverso una lunga discendenza il lignaggio che attesta la legittimità del proprio regno” (V, 2), ciò che noi intendiamo è che la forza fa la legge, e inoltre che questa forza è innanzitutto una messa in scena, una liturgia. La posta in gioco della teoria politica moderna sarà di andare oltre a questa terribile e oramai inevitabile confusione tra sovranità e imitazione della sovranità; confusione inevitabile dal momento che l’unico potere capace di formulare la distinzione, il potere papale, deve essere evacuato per garantire l’ordine civile. Qual è allora la verità del potere? Cosa lo distingue da un semplice spettacolo? Il problema, all’alba della modernità, è fondare la rappresentanza altrove che nella semplice rappresentazione.

Nessuno più crede, alla corte di Gorboduc e di Elisabetta, che vi sia un potere naturalmente legittimo, e dunque garantito dall’unzione dei sacerdoti, e tuttavia tutti sanno che un potere unico e indivisibile e preferibilmente nazionale è necessario, a costo di essere solo una convenzione. La costruzione di una convenzione stabile, attraverso il mito del contratto, sarà appunto il lavoro di Hobbes, ma è un lavoro che l’opera di Norton e Sackville mostra essere già a buon punto — con un secolo di anticipo.



La rivolta ermeneutica

CALIBANO: Perciò ti colga la peste bubbonica per avermi insegnato il tuo linguaggio!
W. Shakespeare, La tempesta

È nella lingua di Prospero che Calibano è schiavo, e per questo lo maledice. Ha perduto l’isola della quale era padrone e unico abitante, ha perduto la libertà. Le arti magiche lo hanno sopraffatto. Raffinata metafora del colonialismo, e sembra una banalità: per dominare bisogna innanzitutto condividere la lingua nella quale dare gli ordini. Insegnare allo schiavo il linguaggio del padrone, perché la colonizzazione culturale e linguistica accompagna la sudditanza politica ed economica. Hegel noterebbe forse che questa è la forza stessa dello schiavo, che in realtà è sua la vera vittoria. Perché il padrone, in fondo, guadagna molto meno di ciò che dona. Il padrone parla una sola lingua. Ma Calibano non comprende: “l’unico vantaggio ch’io ne traggo è questo: che ora posso maledire”. E ti sembra poco?

La condivisione di una lingua è condizione fondamentale per stabilire dei legami di dominazione. Per questo le fluttuazioni del linguaggio sono relative fluttazioni del potere. Due sono le forme di anarchia: l’arbitrio del padrone, che agisce senza regole, e l’arbitrio dello schiavo, che non rispetta gli ordini. Da parte sua, il potere – ordine, ordinare, ordinamento – si manifesta compiutamente nella forma del linguaggio perfetto. Ovvero un linguaggio nel quale non esista polisemia. Nel quale il significante sia chiaramente accordato al relativo significato. Una lingua condivisa nella quale non sia possibile fraintendere o interpretare. L’interpretazione è un margine di libertà, un presagio di rivolta. La certezza della specularità tra realtà e linguaggio, la possibilità di una loro intercambiabilità non arbitraria ma ben definita, fonda la stabilità di un rapporto di potere.

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L’uso dei piaceri

Ceterum secreti licentiam nanctus et quasi ciuitatis oculis remotis, cuncta simul uitia male diu dissimulata tandem profudit… (Vita Tiberi)

All’estero piace immaginare la politica italiana come un’appendice a Svetonio, ma bisogna ammettere che Svetonio non era il più affidabile dei testimoni. Le sue leggendarie descrizioni dei vizi imperiali hanno nutrito i concetti di tirannide e totalitarismo, edificando il mito mostruoso di un potere assoluto, sregolato, folle, in definitiva anarchico. Nel negativo di questo mito é stata pensata la democrazia moderna, come sistema di limitazione, regolazione, distribuzione dei poteri – ovvero dei piaceri. Il cittadino repubblicano, dice Robespierre, é destinato ad essere virtuoso ; Sade aveva già dimostrato il contrario, mettendo in scena la natura tirannica del desiderio.

Per nostra sfortuna, l’Italia é rimasta ad incarnare il mito imperiale, con i suoi papi depravati e il suo Machiavelli, e infine con il porno-teo-kolossal berlusconiano. Per nostra fortuna, dietro ogni Robespierre c’é un Sade, e ai confini della Repubblica sta una coda di macchine desideranti che ci disprezza e ci compra, perché (come annuncia il premier sul sito del turismo italiano) “L’Italia è il Paese del cielo, del sole, del mare. Un Paese magico, capace di incantare e di conquistare il cuore non solo di chi ci vive, ma anche di chi lo visita”. Questa retorica potrà anche sembrare ridicola, ma é tutto ció che vogliono sentire i russi che comprano il nostro cibo, i francesi che ascoltano la nostra musica, i tedeschi che visitano i nostri laghi. Le fantastiche leggende sui costumi dei nostri governanti non fanno che aggiungere sapore all’esperienza nella “culla di Cosa Nostra“. Come resistere al sogno di passare una vacanza tra le pagine di Petronio?

L’Italia é il sogno proibito del buon democratico occidentale: oscena e irresistibile come il potere assoluto, come centoventi giornate di Sodoma, come le giovani vergini e il sangue umano.



Grammatica elementare

Ammettiamo che sia giusto che una marea di cretini siano rappresentati in parlamento da una giusta percentuale di cretini. Tuttavia, una sana democrazia parlamentare dovrebbe disporre di adeguati strumenti per rendere inoffensivi questi rappresentanti cretini, sottomettendoli al rispetto di una schiera paralizzante di leggi, regole e norme, che anche scoraggi gran parte di loro dall’intraprendere una carriera politica. L’idea di democrazia che si sta diffondendo in Italia è invece tutt’altra, ovvero che ai rappresentanti sia concesso di dire e fare qualsiasi cosa, anteponendo una specie di mandato popolare “in bianco” al rispetto della legalità, delle consuetudine, della decenza, della competenza. Ebbene, così non funziona. Va bene la rappresentanza, necessario fondamento metafisico della legittimità democratica, ma diamine che resti una finzione, un pretesto, e si sottometta al più presto ogni cretino ai vincoli della razionalità procedurale dell’ordinamento statale, alla sua grammatica elementare. Basta parole in libertà, che vengano processati questi ministri e questi parlamentari e questi amministratori locali, gli si metta almeno una multa sul parabrezza.



Prima della guerra civile

Il ritardo culturale dell’Italia sulla questione dell’immigrazione è soprattutto imbarazzante. Stiamo davvero dibattendo sul diritto dei cittadini musulmani di disporre o meno dei luoghi di culto? Un parlamentare ha davvero chiesto di espellere dal paese i musulmani che manifestano contro Israele? Un ministro della Repubblica ha davvero proposto di tassare i permessi di soggiorno? Non so se la politica italiana sia razzista (sarebbe concedergli una profondità eccessiva) ma di certo è straordinariamente stupida. Va bene così: se rimandiamo a tra dieci anni i dibattiti seri, nel frattempo possiamo continuare a mettere annunci spiritosi sugli autobus, e filosofeggiare su probabilità e agnosticismo.

Chi vuole portarsi avanti rifletta invece su quanto poco ci metta la militanza illuminista, cioè l’ideologia delle élites dominanti, a farsi discriminazione sociale. Con ciò non voglio dire né che le élites illuministe siano oggi un problema dell’Italia (!), né che sia sbagliato militare per le proprie convinzioni, né che un morbido proselitismo ateista sia in sé dannoso: dico che è oggi necessario – prima della guerra civile – iniziare a riflettere alla costruzione di uno spazio pubblico condiviso, nel quale alla libertà di espressione corrisponda una responsabilità di espressione. Gli illuministi, se vogliono anche essere laici, dovranno abituarsi al compromesso. Personalmente credo che la laicità vada correttamente intesa come dispositivo giuridico che garantisce le condizioni di coesistenza pacifica tra diverse comunità attraverso non soltanto la protezione dello spazio privato ma contemporaneamente la regolamentazione (soft, se possibile) dello spazio pubblico. In questa direzione, appoggio la proposta di Sherif El Sebaie per una legge contro l’anti-islamismo da affiancare alle altre già esistenti. Oggi potete anche storcere il naso, ma tra dieci anni mi ringrazierete.



La semilegittimità democratica

Si les gouvernants ne doivent agir qu’en vertu de la loi, il est evident que cette loi ne peut pas etre leur volonté, mais celle des gouvernés.
E.-J. Sieyès

Una spiacevole conseguenza della sovranità popolare è che la responsabilità della violenza esercitata dallo Stato ricade sul popolo. Essendosi inoltre diffusa l’opinione che non esiste violenza legittima, è dunque ovvio che per liberarsi da eventuali sensi di colpa gli elettori democratici tendono a votare chi gli nasconde meglio la violenza che esercita per loro conto. Il sistema democratico consiste perciò nel mascheramento degli interessi sotto forma di principi e valori, che è ciò che intendiamo per ideologia. Quando però questo mascheramento viene a cadere nell’esercizio effettivo del potere statale, per conservare l’innocenza basta che vi sia un rappresentante imperfetto sul quale fare ricadere tutte le colpe. (Ad esempio, un texano con la faccia da ebete.) Questo è il paradosso della rappresentanza democratica: perché il Leviatano funga da capro espiatorio – da capo espiatorio – è necessario che il rappresentante non sia del tutto rappresentativo. In una certa misura, ci rappresenta sostanzialmente (de facto) ma non formalmente (de iure). Ed è questo il motivo per cui la crisi della legittimità è consustanziale al sistema democratico: poiché il riconoscimento della legittimità della rappresentanza significherebbe l’assunzione delle responsabilità da parte dei rappresentanti, il governo democratico necessariamente vive in uno stato perenne di semilegittimità. Periodicamente si sacrificano i capi, per garantire la nostra innocenza.



Che cos’è uno stato totalitario?

Scovando per caso un breve testo di Benito Mussolini contro l’ora legale, mi sono accorto di come il concetto di Stato totalitario si adattasse assai meglio – diciamo come tendenza – allo Stato di diritto contemporaneo, piuttosto che ad un regime fascista o nazionalsocialista (cui spetta piuttosto il nome di dittatura). Addirittura, nell’argomentazione mussoliniana è proprio la critica della “enorme macchina burocratica” che da forza alla pretesa di abbattere lo Stato democratico e sostituirlo con un regime autoritario.

In effetti la cifra peculiare del fascismo è di sospendere ovunque lo Stato e sostituirlo con il Partito (PNF, NSDAP) per garantire una totale discrezionalità dell’esercizio del potere e configurando così una tendenza anarchica. A invadere le sfere della vita pubblica (scienza, cultura, arte) non è lo Stato, bensì il Partito, che sostituisce inoltre direttamente diversi organi statali (governo, polizia). Se lo Stato è un sistema impersonale contraddistinto dalla regolarità e dall’oggettività, le dittature di Mussolini e Hitler non corrispondono a uno Stato ipertrofico, bensì al contrario a uno Stato piccolissimo, ridotto al lumicino e paralizzato. Se lo Stato è l’ordinamento giuridico, colui che decide sullo stato d’eccezione decide la stessa sospensione dello Stato: Mussolini governava per decreti, che è come dire che sospese il Parlamento, ed Hitler decretò addirittura, appena giunto al potere, la derogabilità della Costituzione, che è come dire che sospese lo Stato (il problema della democraticità della decretazione è quantomai attuale, come ho già avuto modo di scrivere). Inoltre, le esperienze fasciste del Novecento sono state caratterizzate da una forte semplificazione dei meccanismi amministrativi, dallo sfoltimento degli organi statali, da un progressivo accentramento del potere, da una lotta senza quartiere contro la burocrazia (la quale, almeno in Italia, ebbe vinta la partita: e se sconfisse Mussolini, non oso immaginare cosa farà a Renato Brunetta).

Se così stanno le cose, come siamo finiti a parlare di “stato totalitario” per definire una dittatura? Il termine nasceva, negli anni Venti, in relazione all’esperienza sovietica, che annetteva in seno allo Stato la sfera dei rapporti economici: “il moltiplicamento, il perfezionamento dello Stato”, scriveva in proposito Mussolini nel passo sopra evocato. La confusione sorge dall’impiego programmatico da parte di Hannah Arendt del concetto di “totalitarismo” per abbracciare indiscriminatamente nazionalsocialismo e comunismo; impostazione per nulla neutra, e ripetutamente stigmatizzata da parte marxista (sulla questione del fascismo, invece, si veda questo recente intervento di Emilio Gentile). La fortuna del concetto potrebbe essere l’immagine rovesciata dell’ideologia di chi l’ha prodotta e consumata: la cultura liberale di matrice anglosassone, che diffidando dall’ipertrofia statale e normativa, ha sintetizzato l’esperienza fascista in un’esperienza statalista e totalitaria. Al contrario, se vincoliamo il concetto di Stato alla Costituzione e all’integrità dell’ordinamento giuridico (che è tutto sommato un criterio alquanto arbitrario) l’esperienza fascista apparirà evidentemente anti-statale, e di conseguenza non potrà essere detta totalitaria.

Va tuttavia ricordato che il concetto di totalitarismo non fu assente dal discorso pubblico interno alle dittature novecentesche. Di “Stato Totale” parlano Carl Schmitt e il suo allievo Ernst Forsthoff, intendendo con ciò lo Stato completamente realizzato, l’entelechia del politico a fronte dello Stato liberale. Goebbels avrebbe dichiarato – ma la citazione è riportata – che la Germania nazista vuole essere uno “stato totalitario che copra ogni sfera della vita pubblica“: il riferimento è qui alla dottrina hegeliana dello Stato, e in questo senso il totalitarismo evoca la sovrapposizione definitiva tra la vita della razza e la vita politica, e il superamento della coppia di società civile e Stato nella totalità sostanziale della comunità. Similmente Giovanni Gentile rivendicò il totalitarismo dell’ideologia fascista poiché non doveva esserci alcunché al di fuori dallo Stato. Se accettiamo le definizioni di Goebbels e di Gentile, arriveremo al concetto di totalitarismo attraverso un banale inganno: essi lo chiamano Stato, ma pensano al Partito.

Tuttavia, per quante sfere della vita pubblica riuscisse a coprire, lo stato nazionalsocialista è assai poca cosa in confronto a una qualsiasi democrazia occidentale d’ispirazione illuminista, dal punto di vista della ideale pervasività dell’ordinamento giuridico e della tendenza, appunto, a regolare ogni forma di rapporto sociale. Non c’è dubbio che la quantità di “fatti” (o di “tipi di fatti”) che cadono sotto la giurisdizione statale sia oggi, in Italia perlomeno, enorme (ma lo era già nel 1920, a parere di Mussolini). Se così stanno le cose, dovremmo iniziare a fare i conti con il nostro totalitarismo e con l’ideologia che lo sostiene, oltre che con la sua sostenibilità: fin dove vogliamo e possiamo spingerci? E soprattutto, crediamo davvero che l’insieme dei rapporti di potere sia un insieme finito che potrà essere prima o poi esaurito con la sola buona volontà dei legislatori? Il problema è che, proprio quando il “totalitarismo democratico” mostra i suoi limiti e la sua inefficacia, si fa sempre più urgente la tentazione di “sospenderlo”, passando da Weimar a Hitler. Lo stallo legislativo produce emergenze, e le emergenze sono ingestibili dallo stato di diritto.

Tutta la faccenda si basa su una certezza abbastanza ingenua, come ho già scritto: l’idea che lo Stato sia in grado di applicare le leggi che produce, e che il mondo retto dalle sue regole sia l’immagine del mondo descritto dal corpo normativo. Una sorta di visione “magica” della legislazione. A questa illusione contribuisce la macchina spettacolare, che da rilievo all’infrazione sanzionata ma non può rappresentare gli spazi sostanzialmente estranei alla giurisdizione statale, retti da principi comunitari, tribali, feudali: il risultato è una rincorsa alla normazione totale di tutti i rapporti sociali (ovvero tutti i rapporti di potere), ma una rincorsa ovviamente vana. Lo Stato contemporaneamente si estende e si ritrae, o più esattamente s’intensifica per compensare la scoperta della sua non-estensione, per salvarsi dall’inesistenza.

Questo abisso tra utopia totalitaria e presenza circoscritta – incarnata perfettamente dal dispositivo carcerario (che sanziona l’infrazione della norma attraverso la temporanea esclusione dalla garanzia delle norme), dalla periferia, dalla violenza domestica – mi pare il paradosso definitivo sul quale misurare il senso e il fine del concetto di Stato, e più generalmente il senso e il fine del politico.



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