Nomos basileus nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Per farla finita con il positivismo giuridico

L’abisso tra la forma e la sostanza non può che scavarsi in una civiltà giuridica che, votata al culto della prima, dimentica che ciò che conta è (si suppone) la seconda. Ci troviamo dunque di fronte al paradosso di un’intensa codifica che riguarda diritti inalienabili fino alla terza generazione, con annesso dibattito, mentre dappertutto lo Stato va sfaldandosi, incapace di dare sostanza alle forme che produce, e garantire le condizioni di vita elementari: salario, sicurezza, sanità, ecc.

Si tratta senza dubbio della forma più evidente dello Spettacolo e la più terribile e anche la più idiota. Infatti non basta scrivere una legge perché questa esista. Tuttavia questa simulazione compone poco a poco un doppione spettacolare dello Stato, un ologramma inerte, una pura e vuota ideologia, che in molti casi può bastare. Questo Stato è l’ordinamento kelseniano, come duplicato del sistema normativo, ed è davvero bello, è davvero il paradiso; tuttavia, proprio come il paradiso, esiste soltanto sulla carta.

A governare la città è un altro Stato, cui forse non spetta nemmeno la maiuscola: è lo stato delle cose, è l’Azienda, è il Cantiere, è l’Ospedale, è la Famiglia, è la Scuola, è il Campo, è la Prigione, è Gomorra.



Democrazia parlamentare e decretazione d’urgenza. A proposito dei “provvedimenti immediati e forti”.

«I disegni di legge sulla sicurezza vanno in Parlamento e contengono norme che dovrebbero incontrare consenso in Parlamento e sollecita approvazione. Proprio per questo li mandiamo come disegni di legge e non come atti del Governo. Ove queste misure non venissero approvate in tempi ragionevoli, il Governo dovrà riconsiderare la sua scelta » (Giuliano Amato, 30 Ottobre 2007)

I fatti

Martedì 30 Ottobre, nella periferia di Roma, intorno alle 20:30, il cittadino romeno Nicolae Romulus Mailat aggredisce e riduce in fin di vita Giovanna Reggiani, la quale morirà il giorno seguente. Mercoledì 31 Ottobre, il premier Romano Prodi convoca un consiglio dei ministri straordinario, che in mezz’ora (dalle 19:40 alle 20:10) approva un decreto-legge caratterizzato da “provvedimenti immediati e forti”, stabilendo Disposizioni urgenti in materia di allontanamento dal territorio nazionale per esigenze di pubblica sicurezza (DL n. 181 del 1/09/2007). Come previsto dalla Costituzione, il decreto entra in vigore immediatamente, con forza di legge, senza passare dalle camere.

Il decreto

Si tratta in verità dell’approvazione in fretta e furia di alcune norme previste da uno dei disegni di legge che compongono il pacchetto sicurezza (presentato il 30 ottobre 2007, poco prima dell’omicidio), sull’onda di una reazione emotiva della fantomatica opinione pubblica: un pacchetto sicurezza che, probabilmente, non sarebbe mai uscito vivo da un voto delle camere (e soprattutto, non ne sarebbe uscito vivo il governo). In sostanza, il decreto facilita le espulsioni dei cittadini comunitari per motivi di pubblica sicurezza, dando maggiori competenze ai prefetti, ovvero ai rappresentanti locali del governo. I criteri di espulsione sono discrezionali ovvero vaghi e non definiti: può essere espulso chi “abbia tenuto comportamenti che compromettono la tutela della dignità umana o dei diritti fondamentali della persona umana ovvero l’incolumità pubblica, rendendo la sua permanenza sul territorio nazionale incompatibile con l’ordinaria convivenza”. Insomma, non soltanto la legge viene emanata per arbitrio dell’esecutivo, ma inoltre nella stessa applicazione prevede, di volta in volta, l’arbitrio dell’esecutivo. Vengono perciò aggirati in un primo tempo il potere legislativo, e in un secondo tempo il potere giudiziario. Come già notato per i Centri di Permanenza Temporanea da Marco Rovelli (Lager Italiani, Rizzoli 2006) e Giorgio Agamben (Beppe Caccia, “Nei campi senza nome”, il manifesto, 3/09/1998), in materia di gestione dei flussi migratori si ricorre tranquillamente allo stato d’eccezione.

Problemi e soluzioni

Il modo in cui il governo italiano ha affrontato un problema generale (la gestione della criminalità e microcriminalità di origine est-europea in seguito all’allargamento della Comunità Europea) a partire da un caso particolare ha scontentato molti, a destra e a sinistra per ragioni più o meno strumentali, e sgomentato tanti altri all’estero. Il Wall Street Journal ha trattato la questione in un articolo che inizia con queste parole pesantissime: “Baraccopoli rase al suolo e deportazione massiccia di una minoranza, usata come capro espiatorio per scopi politici. Non stiamo parlando della Russia di Vladimir Putin o dello Zimbabwe di Robert Mugabe, ma dell’Italia di oggi”. Imbarazzante, quantomeno. Il problema non è soltanto nella “severità” della legge, quanto nelle modalità della sua emanazione, nel pretesto della sua urgenza, e negli spazi lasciati aperti della sua applicabilità. In conseguenza a un caso di cronaca, l’Italia cerca un rimedio ad hoc, “immediato e forte”, per una situazione lungamente lasciata marcire per far sopravvivere l’esecutivo. Un articolo di Claudia Fusani sulla Repubblica del 3 Giugno 2007 riassumeva già bene la situazione, e l’inadeguatezza delle politiche italiane nel quadro europeo:

A scorrere i Rapporti del Consiglio europeo, l’Italia sembra avere la maglia nera nella gestione della questione rom. La lista delle “mancanze” italiane è lunghissima. Contrariamente agli altri paesi della vecchia Europa, non abbiamo una politica certa sui documenti di identità e di soggiorno mentre in altri paesi hanno la carta di soggiorno e anche i passaporti. Nonostante molti Rom e Sinti vivano in Italia da decenni, non hanno la cittadinanza col risultato che migliaia di bambini rom nati in Italia risultano apolidi; gli stessi bambini non vanno a scuola e non hanno accesso all’educazione; non sono riconosciuti come minoranza linguistica. L’Italia, soprattutto, continua ad insistere nell’errore di considerare queste persone nomadi segregandole in campi sprovvisti dei servizi e diritti basilari mentre invece sono persone a tutti gli effetti stanziali. Si legge a pag. 29 del rapporto: “Non si riscontra a livello nazionale un coordinamento. E in assenza di una guida a livello nazionale, la questione non potrà mai essere affrontata in modo valido”. Bocciati, su tutta la linea. Persino “puniti” nel dicembre 2004 per la violazione della disposizione sul diritto alla casa.

Principio di necessità

Rossana Rossanda, sul manifesto, ha definito “fascista” il DL 181, e in questo caso non si tratta soltanto di un vizio retorico come sinonimo di “razzista” o “violento”. Il problema posto dalle misure del governo è più di forma che di contenuto e riguarda l’impiego dello strumento del decreto, e delle categorie di urgenza, emergenza e necessità. Perché tutto sommato l’immigrazione est-europea non è un’emergenza, nel senso che non è un fenomeno nuovo e imprevisto; e nemmeno lo è l’entrata della Romania in Europa, a quasi un anno di distanza. La gestione emergenziale di un caso di cronaca tradisce dunque in primo luogo una reazione irrazionale, in secondo luogo la fragilità di un esecutivo che tenta di restare in piedi e di governare malgrado il parlamento.

Sfortunatamente, “governare malgrado il parlamento” non è esattamente l’idea che ci facciamo di democrazia parlamentare. Certo, il parlamento italiano non gode di buona salute, né il parlamentarismo come ideologia politica, come tra l’altro testimoniano gli attacchi di Beppe Grillo. E certo, il dispositivo del decreto è previsto dalla Costituzione, giustamente e legittimamente: esso è il correttivo indispensabile alla lentezza con cui un ordinamento giuridico si adatta alla realtà. In generale, le costituzioni democratiche lasciano aperte delle “porte” alla possibilità per l’esecutivo di decidere immediatamente e rapidamente. Questa locale e temporanea supplenza del potere legislativo da parte del potere esecutivo è subordinata al cosiddetto “Principio di Necessità”, noto fin dal diritto romano e fissato nell’Articolo 77 della Costituzione italiana. Di tutta evidenza però, e in virtù della natura eccezionale di questo dispositivo, la Costituzione non è in grado di regolamentare il ricorso alla decretazione d’urgenza. In questo caso però, una cosa è chiara: l’omicidio di Giovanna Reggiani, in sé, non può costituire ragione sufficiente per una misura emergenziale.Qual è perciò il senso del ricorso al decreto in questo caso? Le alternative sono due. La prima: non essendoci il caso di alcuna evidente emergenza o necessità, il decreto-legge 181 del 1 Novembre 2007 è stato legittimato da un abuso del Principio di Necessità.

La seconda alternativa è ancora più inquietante: la Necessità sussiste – e questa Necessità è l’ingovernabilità del paese. A determinare lo stato di emergenza (e la conseguente misura d’urgenza) non è l’afflusso di immigrati dalla Romania, ma lo stallo del meccanismo legislativo. L’esecutivo supplisce al parlamento perché il parlamento non è in grado di legiferare.

Rischi e abusi

Del potere di legiferare dell’esecutivo, costituzionalmente garantito, è sostanzialmente impossibile regolare l’abuso, ed è perciò che risulta sempre e comunque pericoloso. Spesso è accaduto che il ricorso al decreto sopperisse allo stallo del Parlamento, o che la percezione di uno stallo o una perdita di fiducia nei confronti del Parlamento abbia legittimato, ponendone le condizioni di necessità, il ricorso a un abuso di questo strumento di governo. Non è assolutamente un caso che fascismo e nazionalsocialismo abbiano potuto stabilirsi proprio in conseguenza della debolezza e all’immobilismo dei rispettivi parlamenti. La storia è in questo caso di esemplare chiarezza. La sospensione dei diritti fondamentali nella Germania nazista venne realizzata semplicemente ricorrendo a un articolo della costituzione di Weimar, che attribuiva al Presidente della Repubblica poteri eccezionali in caso di emergenza. Questo avvenne in seguito all’incendio del Reichstag, il 28 Febbraio 1933. Dal punto di vista della legittimità dell’esecutivo, il nazionalsocialismo si fondava su una particolare dottrina della rappresentanza che non prevedeva né la mediazione rappresentativa del parlamento, né quella razionale dello stato di diritto; una dottrina della rappresentanza fondata sul Carisma del Fuhrer e sull’unità organica del Popolo e della sua Volontà. La separazione tra democrazia e parlamentarismo è al centro della teoria nazista della sovranità, come lucidamente espressa da Carl Schmitt, sommo giurista del Reich.

Questa stessa separazione ha luogo nel dispositivo del decreto, il cui ricorso compulsivo caratterizza il ventennio fascista molto più di altri aspetti superficiali, ideologici o iconografici. Come mostra Alberto Aquarone nel classico L’Organizzazione dello Stato totalitario (Einaudi 2003), Mussolini lascia intatta gran parte della struttura democratica dello stato italiano, compreso il Parlamento, ma la “sospende” e l’aggira, privilegiando “l’uso spesso disinvolto della delegazione legislativa e l’interpretazione eccessivamente larga dei suoi limiti, quanto l’abuso della decretazione d’urgenza” (p. XVII). È il decreto è il principale strumento di governo dello Stato Fascista, che non abolisce né lo Statuto Albertino né il Parlamento ma vi si sovrappone, in una sorta di “commissariamento” dello stato liberale (p. XII). Il fascismo comincia a instaurarsi con l’approvazione della legge n. 1601 del 3 dicembre 1922 che stabilisce per un periodo temporaneo la facoltà del Governo di emanare disposizioni aventi vigore di legge; e con la legge n. 100 del 1926 che disciplinando “la competenza del potere esecutivo a emanare norme giuridiche” (p. XXI) per la prima volta in Italia istituisce la decretazione d’urgenza (che ritroviamo nell’Articolo 77 della nostra Costituzione, e poi ribadita nella legge 400 del 1988), che le leggi monarchiche non prevedevano per lungimirante timore di abusi.

Nell’Italia democratica di oggi, si continua ad abusare del dispositivo del decreto, costituendo di fatto una emergenza infinita, dal titolo di un libro collettaneo (Eum 2006) che affronta l’argomento:

Dopo la storica decisione della Corte costituzionale che ha posto fine al fenomeno della reiterazione dei decreti-legge, si è diffusa la convinzione che tale strumento normativo sia tornato in un alveo fisiologico. Al contrario l’abuso della decretazione d’urgenza in Italia non è affatto terminato e l’emergenza continua ad essere “infinita”. A dispetto della straordinaria necessitò ed urgenza richieste dall’art. 77 della Costituzione, la prassi indica che in Italia, da oltre trent’anni ormai, esiste un tasso di decretazione d’urgenza che rimane sorprendentemente costante (circa quattro decreti al mese) al variare dei periodi storici e dei Governi.

Noto con un certo stupore che un progetto di legge contro la decretazione d’urgenza (1996) veniva da due parlamentari di Alleanza Nazionale: questo è post-fascismo, chiaro e distinto; onore al merito dunque.

Crisi del parlamento e crisi del parlamentarismo

Il rischio maggiore di un Parlamento che non riesce a legiferare è che pone le condizioni oggettive di legittimazione del suo aggiramento o “commissariamento”, secondo un’interpretazione che la Costituzione concede (ed è forse inevitabile che conceda) attraverso il Principio di Necessità. Il ricatto incrociato del partitismo rende inefficace il sistema, e la percezione di una crisi operativa del parlamento, avvertito come casta parassitaria e deleteria per il funzionamento dello Stato, reca con sé una crisi del parlamentarismo e il ripiego su forme “eccezionali” di governo (che tra l’altro si rivelano anch’esse inoperative, velleitarie e perniciose). Questo aggiramento comporta la sopraffazione della razionalità universale del diritto da parte dell’irrazionalismo e del populismo, della distorsione mediatica, dell’isteria collettiva. Questo processo non è indolore, e miete le sue vittime – in questo caso minoranze d’immigrati comunitari – ancora una volta sottratte all’imperio giusto del diritto, e gettate nell’abisso dell’Eccezione.



Legge e libertà di espressione /3

Un’altra risposta alle mie riflessioni sulla libertà d’espressione (1, 2), da parte di Mauro de Zordo. Il problema sembra essersi spostato (e mi prendo il merito di averlo spostato, con l’aiuto del Dr. Nulla) alla questione dell’oggettività dell’espressione linguistica, ovvero la stabilità semantica e pragmatica del messaggio. Riformulo i miei propositi mentre rispondo alle obiezioni, che in parte accolgo.

1. Quando dico che “la libertà di un soggetto democratico consiste nella sua obbedienza alla legge” non sto citando Giuliano Ferrara (!) ma enunciando il fondamento dello stato di diritto. Ovviamente questo va preso con le molle: si sta sempre parlando di legge, ovvero di legge giusta, ovvero esercitata da un’autorità legittima. La prescrizione illegittima non è legge; il tiranno non è il sovrano. Questione di punti di vista, almeno dai tempi dell’elegantissima soluzione del paradosso dell’obbedienza nella teologia politica cristiana, da parte di Giovanni di Salisbury. La legittimità non è nulla che possa essere determinato in maniera oggettiva, nulla contro cui non si possa opporre la propria rivolta ermeneutica. Ma formalmente, le cose stanno in questo modo: come soggetto politico di un’autorità legittima sono libero in quanto soggiaccio alle norme emanate da essa. Si tratta di una delle tante versioni possibili della libertà, non certo l’unica. In questo caso sono libero come soggetto politico, ma non per forza come entità fisica, né come macchina desiderante (ma provate a immaginarla, una società di macchine desideranti). Può anche darsi che io non percepisca come legittima l’autorità dello stato nel quale vivo. Oppure, se mi trovo in carcere, che la mia libertà politica confligga con la mia libertà deambulatoria. Fatto sta che non si può azzerare la storia della filosofia del diritto, non si possono improvvisare norme e regolamenti sulla base dell’umore dell’epoca senza curarsi della coerenza dell’insieme. Come ho tenuto a fare notare, e lo ribadisco perché una certa distorsione prospettica potrebbe farmi passare per una specie di promotore della tirannide (vi vedo, avvoltoi), sto soltanto dimostrando a posteriori norme e istituti già vigenti in ogni stato democratico. Però insomma, quando mi dici che “il problema è decidere chi decide quali sono gli atti linguistici da censurare”, evidenziando quello scandaloso chi, mi lasci davvero sgomento: perché allora bisognerebbe anche chiedere chi decide che per votare devo usare la matita invece del pennarello. Ma scusa, chi vuoi che sia?

2. L’incertezza della stabilità semantica è un fatto, e nessuno intende negarlo. Io di sicuro no. Però non esageriamo, ci vuole un po’ di fede: il miracolo della comunicazione esiste! Ad ogni modo, dopo le prime obiezioni del Dr. Nulla ho creduto opportuno considerare come unità minima sulla quale discutere non la pura materia fonica o segnica, l’espressione de-contestualizzata, ma la coincidenza tra espressione e “condizioni di felicità“. Insomma, oggetto del diritto non sono i proferimenti ma gli atti linguistici. Così, si risolve automaticamente il problema della causalità tra evento linguistico e conseguenza pragmatica: le condizioni di felicità sono l’insieme delle situazioni extra-linguistiche che determinano l’effettività dell’atto linguistico. Ovvero, dal punto di vista legale, il fatto che un certo proferimento sia da considerare o meno un’infrazione o un crimine. Ovviamente rispetto alla pragmatica linguistica classica bisogna prevedere un modello probabilistico: una certa coincidenza tra evento linguistico e condizioni extra-linguistiche ha una certa probabilità di produrre tali conseguenze, e se la probabilità supera un certo valore è lecito intervenire. Ad esempio, se l’espressione è “Bisogna togliere di mezzo X” e le condizioni sono uno scambio di denaro tra un politico corrotto e un sicario della mala, la probabilità che l’atto linguistico causi la morte di X sono molto alte. Se invece la stessa espressione è pronunciata da un professore di matematica, si tratta soltanto di un’equazione. Ma questa “ambiguità” vuole forse dire che lo stato non deve sanzionare il mandante di un omicidio? Anche questa, però, è una limitazione della libertà di espressione. E’ dunque lecito riflettere sui criteri con i quali intervenire in questo ambito.

3. Però bisogna ammetterlo: la violenza linguistica mette in crisi la convivenza civile in modo molto più lento e meno immediato di quanto questo gioco mentale voglia fare sembrare, nelle situazioni di conflitto permamente o guerra civile latente (ad esempio, l’Europa dopo la Riforma). Insomma, il problema è che le percentuali di rischio potrebbero essere infinitesimali, o a termine troppo lungo per potere essere misurate o previste. Se così fosse, ed è possibilissimo, la mia argomentazione pseudo-raziocinante non porterebbe a nulla, o nulla di nuovo. Allora il problema è un altro, e riguarda le conseguenze indirette e a lungo termine. Per regolarle, il diritto non può fare riferimento ad altro che al proprio fondamento irrazionale e ideologico (in verità forgiato da secoli di utilissima “selezione naturale”): l’universo dei valori morali. Su questo piano, si tratta dunque di risolvere il conflitto tra due di essi: la tolleranza e la libertà di espressione. E non resta molto su cui argomentare.



Legge e libertà di espressione /2

La risposta del Dr. Nulla alle mie riflessioni sulla libertà di espressione fornisce un degno pretesto per continuare a riflettere. Tanto più degno che il Dr. Nulla si pone sullo stesso mio piano e accetta di affrontare la questione in termini realistici invece che valoriali. La mia realistica – per quanto provocatoria – domanda era la seguente: se un evento linguistico produce conseguenze che vogliamo evitare, è lecito sanzionare (alla fonte) l’evento linguistico? Partendo dal presupposto che sia più importante il concreto “bene comune” (o l’ancora più concreto “bene mio”) di quanto non sia l’astratto principio della libertà di espressione, ho risposto che una eventuale limitazione non avrebbe nulla di scandaloso; nulla, peraltro, che contraddica la nostra concezione di libertà. Non sto favoleggiando un regime totalitario, ma cercando di abbozzare delle linee-limite che vigono d’altronde già nella gran parte degli stati democratici, e persino previste dallo statuto di Amnesty International sulla libertà di espressione.

Un approccio realistico alla questione è necessario anche perché ciò che si guadagna sul piano della libertà formale (“sulla carta”) si rischia di perderlo su quello della libertà materiale (“sulla pelle”). Viceversa dunque, ciò che si perde de iure lo si potrebbe riguadagnare de facto. (Noto spesso, tra i progressisti e gli occidentalisti ad oltranza, un’irrazionale adorazione per la forma a scapito della realtà.)

Il mio ragionamento si basa sul semplice, ma contestabilissimo, assunto che in determinate situazioni sia più semplice agire sulla “causa prima” (l’espressione) che sulla “causa seconda” (la reazione); o che comunque sanzionando sia la prima che la seconda avremo maggiori possibilità di evitare la seconda. Una forma indiretta di sanzione della “causa prima” è già implicita nell’istituto della circostanza attenuante, che (se la si esamina con attenzione) è già una forma di limitazione della libertà di espressione. Un tifoso laziale che mi abbia preso a coltellate sarà sanzionato più debolmente laddove sia stato dimostrato che io avevo espresso l’opinione che sua madre passeggia sul raccordo anulare. E probabilmente conterà addirittura l’effettiva condotta della signora: se davvero è puttana che ci posso fare, ragazzo mio? E in questo caso la libertà di espressione intrattiene un certo sottile e metafisico legame con la questione della verità dell’espressione. Il diritto di dire cose false (o considerate false) è generalmente meno tutelato del diritto di dire cose vere, o ritenute vere. Forse dunque la circostanza attenuante non ha come effettiva funzione di attenuare la pena, ma piuttosto di distribuirla, di trasferirne un frammento su chi, esprimendosi, ha provocato la reazione.L’idea è che nell’espressione linguistica sussiste una responsabilità (morale) e una determinazione (causale) della reazione. Il Dr. Nulla risponde distinguendo tra “atto concreto” e “evento linguistico”, evidenziando il carattere diretto o immediato del primo, e quello indiretto e mediato del secondo. Questa sua distinzione opera appunto su due piani: il primo è quello causale, il secondo è quello morale. Li riformulerò a modo mio, cercando di avvicinarmi alla forma ideale del problema.

Sul piano causale, la distinzione del Dr. Nulla riguarda l’ineluttabilità della conseguenza. Se io affondo un coltello nel petto di un essere umano, ho (mettiamo) l’ottanta per cento delle possibilità che muoia. Può anche capitare che io sia un incompetente, e la mia vittima se la caverà con un polmone perforato. Invece, se pubblico una farsetta sul pontefice su Internet, le possibilità che un fervente papista venga a farmi fuori sono molto più basse. Ma questo, soltanto per contingenze storiche. Potremmo formulare una teoria politica del tipo: ha senso sanzionare un atto soltanto se la percentuale di rischio che implica è superiore ad una determinata percentuale, fissata arbitrariamente (ovvero politicamente). Uno stato che sovra-sanzionasse, al di là di ogni principio di economia, sarebbe uno stato (diciamo) totalitario o perlomeno paranoico. Le misure emergenziali hanno spesso questa caratteristica. In altri termini: se il legame causale tra A e B è più lasco, ha meno senso sanzionare A se si vuole evitare B; viceversa se questo legame è più stretto, ha più senso. Siamo sempre nel più crudo realismo. Come si vede, il problema non è l’opposizione (ab origine) tra linguaggio e realtà. Il fatto è piuttosto che solitamente – nella nostra esperienza – un evento linguistico ha conseguenza imprevedibili e ha percentuali di rischio basse.Tornerò però su questo “solitamente”: perché è proprio là dove la percentuale di rischio si alza (e la causalità si stringe) che io pongo la questione. (Ipotesi: lo stato democratico è conseguenza della pace sociale; là dove questa venisse a mancare, cadrebbero anche le condizioni per una regolazione democratica della vita civile.) (Un inciso: credo che ragionare solo in termini di “reazioni omicide” sia una inadeguata semplificazione dei problemi politici e sociali, come se la legge servisse soltanto a regolare questo aspetto della convivenza, ma per semplicità per ora continuiamo a usare questo esempio.)

Il Dr. Nulla nega che possa sussistere un legame causale determinante tra espressione e reazione. Si passa così al secondo piano, quello morale, e intendo con ciò il piano (precisamente giuridico) della responsabilità. Il Dr. Nulla sposta la responsabilità dal parlante all’agente, con l’intelligente introduzione del concetto di interpretazione. Egli sposta dal proferimento all’interpretazione il peso semantico e dunque il carico di responsabilità dell’evento linguistico. Si tratta di una posizione filosofica (che possiamo definire “relativismo ermeneutico”) che io vedo con particolare simpatia; una posizione che deve essere però attentamente temperata. Insomma, io distinguerei tra relativismo e nichilismo ermeneutico: il primo riconosce una tendenza a fluttuare del significato, il secondo asserisce l’assenza totale del significato. Si tratta di una versione estremista di decostruzionismo o di testualismo, da qualche parte ben oltre Derrida, Rorty e De Man. Cosa c’entra tutto questo? Beh, il fatto è che la stabilità semantica dell’evento linguistico riguarda anche la sua “stabilità pragmatica”. E dunque appunto la questione, sopra evocata, della percentuale di rischio, dell’im-mediatezza (e quindi dell’effettiva sussistenza) del legame causale. Se il senso viene prodotto dall’interprete, e non è contenuto nel testo, allora il testo ha effetti semantici e pragmatici imprevedibili, e dunque non è lecito stabilire un legame causale tra testo e atto. Sarebbe antieconomico sanzionare il primo per limitare l’occorrenza del secondo.

Spero di essere stato chiaro, e spero che la mia riformulazione sia adeguata, perché qui vorrei riprendere il filo della discussione. In effetti io parto da questi presupposti: a) che la stabilità semantica o pragmatica di un enunciato possa variare secondo i contesti; b) ergo, che la percentuale di rischio possa variare e diventare considerevole. Potremmo anche parlare di “condizioni di felicità” (ma sarebbe meglio dire d’infelicità) degli atti linguistici. Là dove si configurassero le condizioni di felicità per un determinato atto linguistico pernicioso, sarebbe lecito sanzionare l’atto linguistico. La sanzione non riguarda dunque il nudo testo, ma il suo proferimento in un determinato contesto (storico, sociale, geografico, istituzionale) che ne determina una “percentuale di rischio” avvicinabile alla causalità.

Vorrei concludere chiedendo al Dr. Nulla: se statisticamente risultasse che su dieci volte che si bestemmia la Madonna, otto volte muore un delfino, lei sarebbe disposto a proibire le bestemmie? Un delfino, Dr. Nulla! Un tenero e indifeso mammifero acquatico! Ma quest’ultima domanda, ovviamente, potrebbe essere soltanto un sofisma. O un vile ricatto. Forse dovrei portare degli esempi reali. Mi riservo il tempo di rifletterci, e di ritornare sul tema qualora il Dr. Brullo (o chiunque altro) se ne mostrasse interessato, e facesse dipendere dalla presenza o l’assenza di dati empirici la correttezza della mia argomentazione. E poi vorrei chiedermi, o chiedere a un giurista: quale soglia di percentuale di rischio dobbiamo considerare adeguata per sanzionare un atto, quale soglia vige in un ordinamento democratico, quale nel nostro?

Una breve risposta sul secondo argomento del Dr. Nulla: che sanzionare l’espressione (o la sua diffusione) non significa soffocare l’opinione; insomma, non si uccide un’idea. Io rispondo che non è questione di opinioni e d’idee. Insomma, io odio il Dr. Nulla e vorrei ucciderlo, ma non lo faccio, e finché non lo faccio, beh, certo c’è sempre il rischio, e magari prima o poi capiterà, però insomma, per adesso, vai in pace.



Legge e libertà di espressione /1

Per riflettere sulla libertà di espressione dovremmo forse iniziare col definirne il primo termine: un termine apparentemente trasparente e invece opaco, un termine molto usato o meglio abusato: il concetto di libertà. Nella lingua comune, chiamiamo “libero” colui che non obbedisce a nulla, che agisce secondo la propria volontà, senza interferenze esterne. E qui ci sarebbe senz’altro da discutere ancora, per capire se sia possibile davvero essere liberi, o se la volontà sia invece sempre il prodotto di un’interferenza. Ma ben oltre questo dilemma psicologico e morale, la libertà ha anche un’ambiguità politica. Addirittura, potremmo dire che nel sistema politico che noi conosciamo come democrazia, nel sistema politico nel quale viviamo, il concetto di libertà ha un senso rovesciato.

Perché in fondo la libertà di un soggetto democratico consiste nella sua obbedienza alla legge; è l’obbedienza alla legge che garantisce la libertà. Questa idea si trova già nel pensiero medievale, che la consegna alla filosofia politica moderna e illuminista. Tommaso d’Aquino aveva colto l’esistenza di un rapporto tra la legge e la libertà, un rapporto di filiazione della libertà dalla legge. Questo è forse il fondamento ideologico dello stato di diritto, e lo stato di diritto è il nucleo della democrazia. Il voto è soltanto il momento spettacolare della democrazia, o meglio, proseguendo la metafora botanica, potremmo considerarlo come una semplice buccia: bella d’aspetto e buona a proteggere. Ma ciò che definisce lo stato democratico è proprio questa normazione universale, razionale, astratta – che considera tutti uguali e garantisce a tutti lo stesso trattamento, garantisce la libertà nella sottomissione alla legge. E’ il principio per il quale si obbedisce alla legge per non dovere obbedire a nessun uomo. La legge è sovrana, dicevano gli antichi. E soltanto la legge può porre fine al conflitto permanente, alla guerra di tutti contro tutti.

Quando parliamo di libertà d’espressione, allora, non dobbiamo dimenticare questo: ovvero che se libertà è la sottomissione alla legge, e questa sottomissione è la garanzia che non si sarà sottomessi a nient’altro se non alla legge, allora anche la libertà d’espressione potrà, o dovrà, essere intesa entro questi limiti, in un significato “tecnico” di libertà che ci costringerà forse ad abbandonare l’idea un po’ infantile (e irresponsabile) della democrazia come grande asilo nido nel quale tutto è concesso, nel quale il concesso diventa obbligatorio. Perché se le parole sono atti, se le parole hanno un valore, se le parole sono capaci di trasformare la realtà – e noi vogliamo, crediamo che le parole abbiano questo potere – ed è per questo che le teniamo in grande considerazione – allora le parole, come tutti gli atti, come tutti gli atti politici, come tutto ciò che fa parte del mondo, fanno parte anche di ciò su cui è possibile legiferare, qualora esse rechino danno. Le parole possono colpire, ferire, cambiare, trasformare. E non mi riferisco a una nonnina offesa da una bestemmia, ai bigotti inoffensivi di casa nostra: penso alle polveriere sempre più diffuse dei conflitti etnici e religiosi. Lì dove una parola di troppo è come un dito sul grilletto.

Se studiassimo la storia della censura con meno superficialità, ci accorgeremo forse di come essa sia stata più spesso uno strumento di amministrazione civile che di repressione politica. Pur senza rimpiangerla, possiamo intuirne la necessità. Ma ci basta guardare all’attualità, all’attualità così poco moderna che ci circonda, che la modernità la circonda, la divora, la inghiotte poco a poco. Lì dove le parole contano ancora, pesano come macigni. Lì nel conflitto permanente. Sarà il caso di essere gli ultimi giapponesi della libertà di espressione in un mondo nel quale una vignetta di troppo può provocare una sommossa? O forse questa ostinazione è soltanto un’altra forma di fondamentalismo, il fondamentalismo illuminista? Forse dovremmo semplicemente lavorare a una concezione più matura di libertà.



arbitro e arbitrio

Un giovane storico inglese ha scritto un libro sul calcio, e in un’intervista dice una cosa molto profonda:

In breve l’arbitro rappresenta lo Stato nel campo del calcio: lui ha il potere assoluto durante i 90 minuti, però non ha l’autorità. Tutti pensano che sia corrotto, che faccia parte di un gioco di potere più grande di lui. Così si trova nella strana posizione di avere il potere ma non l’autorità. Questa è una posizione quasi tragica perché tutto ciò che fa non viene mai considerato legittimo.
J. Foot intervistato su Epolis del 17/04/07

In verità, l’arbitrio ha una legittimità formale, visto che le due squadre accettano di giocare a condizione che ci sia un arbitro. La sua è un legittimità per contratto tra le parti che gli trasferiscono il potere, come per il Leviatano. A questo punto, ogni sua decisione ha forza di legge. Ma sappiamo bene come vanno le cose: l’adesione al contratto non è un atto di libertà, è sempre già data. La squadra è costretta a giocare (per ragioni di “sopravvivenza”), anche se non riconosce l’imparzialità dell’arbitro. Mi pare che la tragicità si riferisca a questo doppio legame: l’obbligo del riconoscimento, e l’impossibilità di effettuarlo pienamente.



sfigati

Le pagine di Wikipedia sui partiti politici italiani sono l’unico modo di avere una panoramica delle formazioni minori che costituiscono l’inutilizzabile alternativa ai due poli: i monarchici, i marxisti-leninisti, i fascisti, gli umanisti… In cima alla lista dei partiti più sfigati svettano Italia di nuovo, il partito giovanilista e ciellino di Maurizio Scelli (ascoltate l’inno, mi raccomando), e il surreale Italia Moderata, il partito degli orsetti del cuore (ne testimonia il logo con bandiera, arcobaleno e nuvolette) che darà “voce alla gente di estradizione moderata”.

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paranoia’s poison door

Parlare di servizi deviati, oggi, evoca dietrologie anacronistiche, eventuali ma stravaganti, ipotesi prive di buon senso (se non di senso), rovine di un discorso politico trapassato e di una verità storica inverificata. Io stesso ne parlerei con imbarazzo. I commentatori politici più arguti non perdono occasione di ridicolizzare saggiamente chi, ancora oggi, osa esprimersi in questi fantasiosi termini. Renzo Foa (fondazione liberal) un anno fa, a proposito delle rivelazioni di Repubblica su Telekom Serbia (la cui inevitabile estetica dietrologica non mancò di affascinarmi), scrisse di una “sinistra deviata”, allucinata dall’idea di un Doppio Stato. I servizi deviati evocano “la stagione in cui una parte della sinistra, quella di derivazione sessantottina, ha cercato di giustificare se stessa e le sue ‘devianze’ con l’esistenza, appunto, del ‘doppio Stato’ eversore e quindi nemico”. Pierluigi Battista, il moderato e affabile Pierluigi Battista, nel 1999 stigmatizzava questa sindrome descrivendo in tali termini chi tira in ballo strateghi occulti, servizi deviati, entità: “i loro palati sempre più esigenti, per la loro fame sempre più vorace di trame occulte, di disegni nascosti in cui tutto si tiene, tutto si spiega, tutto si subordina a una Mente Superiore”. Insomma, al di là delle legittime teorie avanzate da storici più o meno visionari, i “servizi deviati” sembrano avere assunto nell’immaginario collettivo la sagoma se non di leggenda fomentata dall’ideologia, perlomeno d’ipotesi mai suffragata a sufficienza per ambire ai libri di storia e al serio dibattito giornalistico. E va bene. Ma poi cosa troviamo, sul sito ufficiale dei servizi segreti italiani? Una confessione candida e sommessa, che vale più di ogni solida ricostruzione, perché consegna alla storia ufficiale una verità che nessuno oggi si permette di affermare senza apparire ridicolo, poco moderato e per nulla affabile. Ma continuamo pure a fare finta di niente.

:: Perché si è parlato di Servizi “deviati” ?

Nel corso della storia anche recente dei “Servizi segreti” si sono a volte verificati gravi comportamenti divergenti e in contrasto con i fini istituzionali dei Servizi: quelli di lavorare esclusivamente per la sicurezza dei cittadini e dello Stato. Comportamenti di taluni individui senza scrupoli; si è trattato di avvenimenti e comportamenti gravi, che hanno comportato e comportano ferme reazioni da parte dello Stato sul piano della sanzione penale e impongono risposte adeguate riguardo al coordinamento, al controllo e ai sistemi di garanzie; avvenimenti e comportamenti imputabili alla cattiva coscienza di singole persone o gruppi di persone che hanno inciso negativamente sull’immagine dei Servizi ma che non possono certo mettere in discussione l’importanza della funzione dei Servizi e soprattutto le ragioni della loro esistenza.

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