Cinema nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



I giorni contati

La redazione di Eschaton é orgogliosa di mostrare qui in anteprima il trailer del nuovo film di Paolo Sorrentino, I giorni contati. Interamente girato in bianco e nero tra Castel Volturno e Uppsala, il film racconta la storia di Cesare, un idraulico esistenzialista combattuto tra l’amore per una giovane escort e il sogno di frodare l’assicurazione. Lo stile di Sorrentino, oramai un marchio di fabbrica, é qui riconoscibilissimo: ma si apprezza l’encomiabile sforzo di rinnovamento e le discrete citazioni dal cinema di Elio Petri.



Ad nauseam

Cigno Nero

Il Dogma 95, sembra una vita fa. Un manipolo di cineasti danesi che s’inventano un astruso decalogo fatto di camera a mano, unità di tempo e luogo, rifiuto degli effetti speciali e così via. Panico in sala, noia, nausea, mal di mare. Intanto l’eminenza grigia Lars von Trier se la rideva, infrangendo a casaccio gli articoli del suo stesso Dogma e realizzando alcuni dei più riusciti melodrammi degli anni Novanta — sadici e kitsch come devono appunto essere i melodrammi.

Lacrime e mal di mare: un gustoso cocktail a base di vomito, dunque, ma anche un grammatica cinematografica del tutto nuova ed esaltante. Lars von Trier aveva capito — molto prima di tutti gli altri — quale fosse il futuro del Cinema, e ce lo stava mostrando. Quindici anni dopo Le onde del destino (1996), il Cigno Nero di Darren Aronofsky è il compimento definitivo di una piccola rivoluzione, e la sua definitiva consacrazione: cinque candidature agli Oscar, ovazione della critica e sale strapiene per un film che sembra girato con la digitale comprata al mercatino.

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Adesso puoi uccidere anche me

Todo modo

La pellicola di Elio Petri liberamente tratta da Todo modo di Leonardo Sciascia è forse più bella del romanzo, e sicuramente più importante. Perché se due anni dopo le Brigate Rosse scelsero di rapire Aldo Moro, fu anche per come lo interpretò Gian Maria Volonté: viscido burattinaio e aspirante agnello sacrificale. In questo senso Todo modo non è una profezia innocente che riproduce ex ante la realtà, ma un evento che la produce, un tassello fondamentale della storia delle rappresentazioni che portarono a quel mistero tremendo che è la passione di Aldo Moro. È soltanto un’ipotesi: Elio Petri, mandante morale? Plausibile, se lui stesso dovette dichiarare, in seguito, che “Todo modo non era certo un invito a uccidere Moro” e che “No, il film non era terroristico”. Eppure non riesco a togliermi dalla testa che sia stato nella sala oscura d’un cinema che si é deciso di condannare a morte il presidente della Democrazia Cristiana.

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Per questo, tenderei a considerare una pia illusione quella di Sciascia che crede di avere scritto una semplice profezia :

Come uomo, come cittadino, di fionte al caso Moro sento lo sgomento e la pena di qualsiasi persona che abbia sentimento e ragione. Ma come autore di Todo Modo, rivedo nella realta come una specie di proiezione delle cose immaginate. Questo mi ha fatto da remora nell’intervenire, come scrittore, anche per un senso di preoccupazione e di smarrimento nel vedere le cose immaginate verificarsi…
(intervista a Repubblica del 23 marzo 1978).



United Red Army

C’est nous le véritable peuple opprimé, nous qui n’avons ni terre, ni armée, ni langue!

Tra coloro che valutano un’opera d’arte dalla sua verità, ci dividiamo in due grandi famiglie: coloro che amano l’opera per ciò che dice e coloro che l’amano per ciò che tradisce. I primi amano i capolavori e interrogano il genio dell’artista, i secondi (come Mario Praz) amano le opere minori e ne interrogano l’ingenuità. A dire il vero ci sono anche i terzi, detti decostruzionisti, che amano l’opera per quello che le si può far dire. E noi dove stiamo? Il problema é stabilire se un’opera dica o tradisca quello vi leggiamo. Questo ha poco a che vedere con l’intenzione dell’autore, ma piuttosto con l’equilibrio degli elementi, la loro gerarchia, il loro funzionamento, la loro forza argomentativa. In questo senso ho sostenuto che Fight Club di David Fincher fosse una “critica straordinariamente lucida delle aspirazioni di ribellione spacciate dall’industria culturale”, sebbene gran parte dei critici vi avesse visto esattamente il contrario. Qualcuno ne ha difeso il valore sociologico, io lo difendo esteticamente perché mi pare dire quello che lo si accusa di tradire. Di 300 ho affermato che fosse un film più jihadista che neo-conservatore, e che giocando su questa ambiguità neutralizza (e non propaganda) l’ideologia dello scontro di civiltà. Ugualmente ho sostenuto che Marie Antoinette di Sofia Coppola é un film geniale perché dice, meglio di qualsiasi trattato, la condizione le aspirazioni la playlist e il destino tragico della borghesia contemporanea. Forse sono andato un po’ oltre quando ho iniziato a sottintendere che i film di Cristopher Nolan fossero sceneggiati male apposta. A fronte di ogni accusa di paranoia, sono costretto a rispondere con un’accusa di cecità. Il problema dei critici è che, credendosi troppo intelligenti (o perlomeno più intelligenti di un film americano), scambiano spesso per lapsus il contenuto patente dell’opera. Eppure gli indizi sono chiari: Tyler Durden é un buffone, gli spartani sono kamikaze, la regina viene ghigliottinata perché ascolta troppo i Cure. O forse sono io che leggo i film al rovescio?

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Tutto questo per dire che ieri ho visto un bellissimo film, Notre jour viendra di Romain Gavras, già regista del video inquietante per Stress dei Justice. La critica é unanime nel sostenere che il film é confuso e fallisce nel realizzare una coerente parabola sull’esclusione sociale. Ma appunto: i critici non capiscono niente. Loro non vogliono il lieto fine ma una lieta morale, rassicurante e progressista, mentre la morale di Romain Gavras é crudele, come già in Stress. In questa favola surreale su due rossi di capelli che si rivoltano contro la società, colpevole di discriminare il rutilismo, sta una riflessione terribile e originale sull’identità comunitaria come principio di disgregazione, prima che di aggregazione (un tema di cui ho già scritto qui). Uno straordinario Vincent Cassel fomenta e cristallizza l’odio di un giovane disgraziato dai capelli rossi, dandogli una forma politica, un vocabolario e dei nemici da abbattere: ebrei, arabi, omosessuali, donne… Gavras si era già sporto sul tema in un videoclip per la cantante MIA, che mette in scena una deportazione di rossi dando corpo alla fantasia vittimistica dei protagonisti del lungometraggio. Tutto chiarissimo, insomma, e reso tanto più chiaro dalla struttura argomentativa dell’opera. Ma il critico, senza ironia, si chiede :

On ne voit pas quelle logique de classe ni quelle injustice sociale justifient l’attitude des ces deux personnages, qui frappent sur tout ce qui bouge au nom d’une révolte sans nom.

Che il film di Gavras, che metodicamente scardina la figura dell’oppresso, abbia potuto essere interpretato come una banale allegoria dell’oppressione, é quantomeno bizzarro. Ma si sa, sono io che leggo il cinema al rovescio.



L’orbita ellittica

La prima regola di Inception è che non si parla di Inception, va bene. Parliamo di Christopher Nolan allora.

Io ho smesso di sottovalutare Christopher Nolan. Tranquilli, non dirò mai che Inception é una “macchina filosofica”, come non lo dissi del Dark Knight. Che cosa debba fare un film per essere filosofico, poi, non lo so. I personaggi devono dire cose che sembrano intelligenti? Il film deve risultare più intelligente dei suoi personaggi? O basta ripetere più volte la parola catarsi? A voler sembrare intelligenti, c’é sempre il rischio di passare per stupidi. Inception non sfugge a questo rischio, anche se alcune belle intuizioni e metafore ci sono.

No, ciò che lascia allibiti nel cinema di Christopher Nolan é che c’é qualcosa di davvero nuovo nel modo di mettere assieme le sequenze per raccontare una storia. E non é tanto il disordine cronologico o la confusione tra piani della realtà (per quello c’erano Kubrick, Resnais, Tarantino o Atto di Forza) quanto la scelta di mostrare solo fette di azione e combinarle in modo che tutto sembri avere senso. Questo cinema che avrebbe i mezzi di mostrare ogni cosa, sottrae e nasconde. Come un disco rotto, non fa altro che “saltare”. Ai suoi puzzle narrativi, apparentemente perfetti, manca sempre la metà dei pezzi. Ne parlavo già per il cavaliere oscuro: mai visti tanti buchi in una trama, e mai scivolato tanto facilmente tra di essi. Per non parlare delle scene mai mostrate, inghiottite da quella che Scott McLoud, parlando di fumetti, chiamava la “grondaia“, e che fanno del cinema di Nolan, malgrado le esplosioni e gli inseguimenti, qualcosa di paradossalmente anti-spettacolare. Questa grammatica dell’ellissi ha dei precursori, tra i quali spicca Jean-Luc Godard. Ma di essa Nolan ci rivela una qualità supplementare: che può essere parlata.

Cinematografia negativa. Blockbuster apofatico. Inception va oltre, ma fermiamoci qui: per il solo tempo della visione, tutto — ovvero l’intreccio più intricato mai visto in un cinema senza sfociare nella demenza – sta in piedi perfettamente. Per poi crollare inesorabilmente, come in un sogno, sotto il peso di mille inutili domande, dettagli, incongruenze, congetture.



Polvere alla polvere

“Which is it to-day,” I asked, “morphine or cocaine?”
He raised his eyes languidly from the old black-letter volume which he had opened.
“It is cocaine,” he said, “a seven-per-cent solution. Would you care to try it?”
(Sir Arthur Conan Doyle, The Sign of the Four, 1890)

Premesso che se il noto canzonettista Marco Castoldi in arte Morgan davvero influenzasse i giovani, i giovani (oltre che fumare crack) leggerebbero Douglas Hofstadter e ascolterebbero Luigi Tenco, vorrei fare presente (tornando alla questione — tutto sommato, seria — dell’esposizione del cattivo esempio) che nell’opera di Conan Doyle ce n’é abbastanza per proibire al più presto il Sherlock Holmes cinematografico, per giunta intepretato da un altro noto tossicomane.

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Dreams That Money Can Buy

La prima volta che ho visto Fight Club di David Fincher (1999) ho pensato che fosse una critica straordinariamente lucida delle aspirazioni di ribellione spacciate dall’industria culturale, e un astuto dirottamento del romanzo moralista di Palahniuk. Ho anche pensato che fosse piuttosto lucido, da parte mia, cogliere l’ironia del film dietro la sua apparenza di radicalità.

Ieri sera ho rivisto il film e mi é parso che l’ironia fosse davvero troppo evidente, ovvero che sarebbe stato impossibile prenderlo sul serio. Insomma, attenti allo spoiler, si tratta pur sempre della storia di un assicuratore insoddisfatto che sogna di essere Brad Pitt vestito da tamarro deficente. Cosa c’é di più banale e patetico? Vi prego, guardatelo:

Quando Brad Pitt espone le sue teorie sulla dittatura del consumismo, é palese che il regista gli ha chiesto di comportarsi nel modo più finto-ribelle-demenziale possibile. E questo é un ruolo che a lui viene benissimo, coadiuvato da un truccatore e da un parrucchiere informati dei fatti. Quindi ho pensato che soltanto un adolescente avrebbe potuto cascarci, o al massimo qualche migliaio di ingenui (vedi gli allucinanti commenti al libro). Fight Club descrive bene la schizofrenia del borghese insoddisfatto, le sue segrete velleità fasciste rivoluzionarie erotiche e omoerotiche, obbligando lo spettatore a fare i conti con il loro fascino e con la loro idiozia. Più o meno consapevolmente, Fincher svela la penetrazione delle vulgate reichiane, marcusiane, debordiane nella cultura di massa contemporanea, passando alla cassa per conto della 20th Century Fox.

E tuttavia, malgrado l’evidenza di tutto questo, c’é una categoria di persone che interpretano il film proprio come gli adolescenti ribelli che l’hanno adorato, e sono i critici cinematografici che l’hanno aborrito. Io non volevo crederci, ma c’é davvero gente laureata che ha pensato bene di alzare la manina per sostenere che Fight Club non é abbastanza radicale, perché la critica sociale formulata da Brad Pitt — la critica sociale formulata da Brad Pitt! — non é credibile. Ah davvero?

« Il y en aura encore certains pour trouver ce film inventif et drôle (à condition de supporter un spot publicitaire de 2h15 et le cabotinage de Brad Pitt), mais ils n’oseront pas dire que Fight Club est objet gentil. » (Les Inrockuptibles)

« Fight Club se contente de délayer une mélasse sub-nietzschéenne épicée de violence gratuite. » (Télérama)

« David Fincher ne possède pas les moyens de son ambition. Son film est un objet étrange et assez antipathique, très proche de Tueurs nés d’Oliver Stone, qui lui aussi ressemblait à ce qu’il voulait dénoncer. » (Positif)

« Fight Club has nothing substantive to say about the structural violence of unemployment, job insecurity, cuts in public spending, and the destruction of institutions capable of defending social provisions and the public good.  » (Giroux e Szeman, Ikea Boy Fights Back: Fight Club, Consumerism, and the Political Limits of Nineties Cinema, 2001)



Virgolette, prego

La prima volta che ho fatto caso a Slavoj Zizek fu quando uscì Il soggetto scabroso, e lui venne a Milano a dire cose piuttosto strambe sul cinema di David Lynch. Da quel momento, dello psicanalista sloveno si sarebbe parlato sempre di più, e soprattutto pubblicato. Dal 2003 ad oggi in Italia sono stati tradotti almeno sedici libri. La sua presenza è costante nei giornali e nelle riviste – di sinistra, perdonate la semplificazione – e nel dibattito filosofico (soprattutto all’estero). Slavoj Zizek, studioso di Lacan, di Althusser e di tutto il bagaglio strutturalista e marxista degli anni Sessanta, è probabilmente il nome più importante della filosofia continentale contemporanea, in termini di vendite e di citazioni, e non soltanto per la sua scrittura spudoratamente pop. Le lettere Z I Z E K sono le coordinate di qualcosa che è accaduto nel campo ideologico, qualcosa che va compreso (e suppongo sia per questa ragione che Massimo Adinolfi non perde occasione di riflettervi, tenendo ferma la distanza che lo separa dal suo pensiero). Tra l’altro, ora che ci penso, il 2003 è anche l’anno in cui ho fatto caso per la prima volta a Massimo Fini, per via della sua partecipazione a una “storica” puntata di Otto e mezzo, nella quale esponeva – da destra, perdonate la semplificazione – le sue critiche sull’occidentalismo e l’universalismo. L’anno successivo, il suo Il vizio oscuro dell’Occidente fu un successo editoriale.

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Cos’è successo, dunque nel 2003? Cosa significa questo ricordo, questo doppio ricordo, questo accostamento tra Zizek e Fini? Ebbene, il fatto che i due autori hanno molto in comune, o meglio hanno pochissimo in comune eppure finiscono per essere leggibili come se dicessero la stessa cosa. L’Occidente non è la verità, la Modernità non è la verità, i diritti umani non sono la verità, l’ideologia liberale non è la verità e nemmeno il parlamentarismo, e forse nemmeno la democrazia. Il primo lo dice da “destra”, il secondo da “sinistra”, ma ormai – è appunto ciò che ci dicono Zizek e Fini – queste parole siamo costretti a metterle tra virgolette. Proprio come la letteratura postmoderna, costretta a mettere tra virgolette tutto ciò che non può più essere detto sul serio. Qualcuno iniziò a parlare – proprio in quel 2003, ma senza collegare i due casi editoriali – di una convergenza tra destra e sinistra, e in un esercizio giornalistico avventato e aggressivo, diffamatorio sul piano dei fatti, ma tutto sommato profetico sul piano simbolico: Magdi Allam, sul Corriere, scrisse di un’internazionale dell’estremismo nella quale convergevano estrema destra ed estrema sinistra. Due mesi dopo, Giuliano Ferrara a Otto e Mezzo radunava un socialista nazionale, un vecchio comunista e un anti-imperialista per indagare le ragioni del loro paradossale accordo sul destino dell’Occidente.

In quel 2003, dunque, divenne ancora più chiaro che stava accadendo qualcosa sul piano ideologico: era in un certo senso l’onda d’urto del 2001, ma era anche la reazione in diretta a un altro evento contemporaneo, nel marzo di quell’anno, ovvero l’aggressione statunitense all’Iraq, attorno alla quale si mobilitò sciaguratamente il meglio (o il peggio) dell’ideologia universalista e occidentalista. In un certo senso la si bruciò definitivamente, la si mostrò dal suo profilo più orrendo, la si stuprò come non si era riusciti a fare nel 1999 con le bombe su Belgrado: retrospettivamente c’è da chiedersi se non fosse questa la strategia dei dirottatori dell’undici Settembre, che proprio come i terroristi rossi degli anni Settanta intendevano costringere lo Stato borghese a svelare la sua vera natura fascista. Altri, proprio in quel periodo, iniziarono a sospettare che dietro gli aerei dirottati ci fosse un gigantesco complotto, e qualcuno addirittura sostenne che l’undici Settembre non fosse mai avvenuto: si era passati direttamente dal dieci al dodici. Ma nel frattempo sembrava realizzarsi la profezia di Osama Bin Laden (Raccomandazioni tattiche, 2002): “Il mito della democrazia è crollato!”

L’Occidente prese a dubitare di sé stesso come non aveva fatto mai, mentre autori radicali come Zizek e Fini invitavano a rileggere la realtà storica con nuove lenti. Le loro idee provocatorie presero a nutrire il tarlo del dubbio di molti occidentali, gettando una nuova luce su dogmi che sembravano assoluti. In un certo senso, e in modo più o meno consapevole, i due autori raccolgono l’eredità di Carl Schmitt, il giurista del Reich che influenzò intellettuali di destra e di sinistra, e persino il Sessantotto (come raccontato benissimo in un libro recente di Jan-Werner Muller). Prese ad andare di moda il vecchio motto di Proudhon: Chi dice umanità vuole fregarvi. Fini racconta le conseguenze nefaste dell’universalismo e Zizek scrive un testo come Contro i diritti umani, che la quarta di copertina presenta come segue:

Nati come costruzione ideologica a salvaguardia del privilegio, i diritti umani coprono e legittimano l’imperialismo occidentale, gli interventi militari, la sacralizzazione del mercato, l’ossessione del politically correct.

L’anno seguente (l’anno in cui furono rese pubbliche le oscene immagini del carcere di Abu Ghraib), un altro dettaglio che, modestamente, non è sfuggito alla mia attenzione. Un gruppo di studiosi, uniti sotto il vessillo dell’eurasiatismo dall’interesse per tematiche e autori della destra radicale (Evola, De Benoist, Thiriart), escono dall’ombra – ovvero dalla galassia delle pubblicazioni “impresentabili” – con un progetto editoriale apparentemente apolitico, la Rivista Eurasia. Nell’epoca in cui le mappe dei conflitti ricominciano a mettere in primi piano i fattori etnici (pur sovrapponendoli a quelli economici, in una perfetta sintesi tra visioni di “destra” e di “sinistra”), la geopolitica viene ricollegata al suo inconfessabile significato originario. Sdoganamento pieno e, mi pare di capire, un certo successo editoriale, visto che la rivista procede a gonfie vele. Sulla rivista – e veniamo al punto – assieme a vari “bei fascistoni” iniziano ad apparire contributi di personaggi che con la destra non hanno nulla a che fare: professori universitari come Danilo Zolo, veterani del comunismo come Costanzo Preve, e persino Sergio Romano. Proprio Preve si fa notare come il più impegnato sdoganatore di destre, il più radicale ripensatore del marxismo, e il più acrobatico superatore della dicotomia destra/sinistra. Accanto a lui, altri come Gianfranco La Grassa propongono la necessità di “ripensare Marx” fino a sfociare anch’essi nell’eurasiatismo.

Tante cose sono cambiate in questi anni, nel modo in cui pensiamo, ed è difficile rendersene conto senza tenere nota dei dettagli, delle coincidenze. Ogni tanto, un piccolo evento ci fa capire quanta acqua sia passata sotto i ponti. L’ultimo si trova – forse – sul numero di Settembre 2008 del Monde Diplomatique, mensile di riferimento della “sinistra” europea, che pubblica spesso testi di Zizek. Al suo interno, un dossier durissimo contro l’umanitarismo che ricorda le argomentazioni sopra citate contro l’universalità dei diritti umani, che ne critica l’ambizione colonialista. Suona la campana a morto degli ideali di cooperazione internazionale che caratterizzavano la sinistra degli ultimi decenni. Io non sottovaluto la durezza di questo articolo, anche se non voglio sopravvalutare la sua novità: sappiamo tutti che la critica della Modernità faceva parte di un certo Sessantotto, quello di Marcuse ad esempio, sappiamo che Heidegger e Schmitt sono sdoganati da decenni, sappiamo che il parlamentarismo è sempre stato visto male da sinistra, che l’America non è mai stata un modello per i marxisti, che la dialettica East-West è nel DNA del Novecento. Per cui potrebbe non essere cambiato nulla. Tuttavia.

Tuttavia io ricordo le scosse di quel 2003. E percepisco la scossa di questa presa di posizione diretta e decisa contro l’ideologia umanitarista, questa linea tracciata che dice: non si torna indietro. Tuttavia abbiamo necessità di punti fermi per scaglionare il divenire ideologico, e allora oggi, nel Settembre 2008, io capisco che la sinistra non esiste più, non ha più ragione di esistere, non ha più sangue che le scorre dentro, e questa volta per davvero. Virgolette, prego: ne avremmo bisogno.



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