Musica nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Illuminazioni

Cinque dischi bellissimi per il nostro autunno, e non ho nulla da aggiungere.

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Il Figlio dell’Uomo

E sempre a proposito di cattivi esempi, direi che nessuno batte Charles Manson. Il quale oltre che pluriomicida fu anche musicista. Poco dotato, si dice. E invece ascoltando oggi Lie: the Love and Terror Cult, bisogna riconoscergli non solo un valore ma persino un’influenza considerevole, segreta e inquietante. E tralascio i vari gruppi metallo-industriali che ne coltivano il mito, a cominciare dall’omonimo Marilyn. Innanzitutto, quello che ci è stato tramandato come un mediocre disco country somiglia più alla psichedelia dei Love (o di Syd Barrett, o dei Beatles di Tomorrow never knows) che a Johnny Cash. Ma soprattutto, in una decina di tracce Manson ha anticipato (e in una certa misura influenzato) suoni che verranno più tardi: le ballate fatte in casa di Daniel Johnston, Jad Fair e They Might be Giants, il folk tremolante di Devendra Banhart. Il quale, non pago di giocare con le iconografie hippy al punto di fondare una propria Family, ha persino eseguito una cover di un pezzo di Manson. Ma se vi turba scoprire il nome del vero padre dei suoni più arditi dell’America rock/folk, pensate a come deve sentirsi questo tipo.

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Death Death Devil Devil Evil Evil Songs

Per me resterà sempre un mistero la ragione per cui il musicista new-yorkese Voltaire, all’anagrafe Aurelio Voltaire Hernández, non è oggetto di un piccolo ma robusto culto, anche fuori dalla comunità gotica: non dico masse alla Tom Waits, non dico nemmeno i Dresden Dolls, ma se si potesse fare qualcosa come per i Magnetic Fields sarebbe perfetto. Va bene, l’artwork dei dischi è pessimo e talvolta imbarazzante, la musica è sempre quella (rock orchestrato alla mitteleuropea) ma funziona alla grande, e poi i testi sono imperdibili. Tra i miei preferiti, cosa farei al ragazzo della mia ex, una ballata da pirati e nonna, ecco perché scrivo sempre canzoni oscure.

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Folkgeist

Michael Gira, l’altra sera, era scarno e perfetto: tazza di te, sgabello e chitarra acustica, pezzi nuovi e un paio di classici degli Swans. E poiché in quella stessa sala – il Teatro Fondamenta Nuove di Venezia – alla fine del 2005 avevo visto i Current 93 di David Tibet in versione big band, con Will Oldham e Baby Dee, non ho potuto fare a meno di collegare le due cose e riflettere sull’anomalo destino del folk-rock.

Chi segue il genere conosce il fenomeno: negli anni Novanta alcuni grandi nomi della musica dark e industrial si sono convertiti alla ballata acustica, abbandonando il rumorismo per ricerche e sperimentazioni di tutt’altro genere. I nostri amici si sono così guadagnati il titolo di apocalittici folk, per via dei testi oscuri; e notando l’eleganza di Gira non si può fare a meno di pensare che si tratta di un ottimo modo d’invecchiare. Lo è anche per me, che pure non ho mai seguito fino in fondo i sadomasochismi dell’industrial di seconda generazione, né la svolta dance-metal della terza, né il vampirismo, né l’esoterismo, né il nazismo. D’un tratto, quei giovanotti magri che bestemmiavano tra i sintetizzatori si sono ingentiliti, e hanno scoperto che, staccando la corrente, il latino “pop” si traduce con il sassone “folk”. C’è ancora chi, come i Death in June, coerenti nel loro spaventoso autismo, non cessa di ripetere un decennale modulo di transizione (il bunker, le rune, la chitarra acustica, le distorsioni); c’è chi, come Tibet, accosta una voce “rotteniana” ad archi e violini per cantare l’ascesa dell’ultimo Cesare e la seconda venuta di Cristo; c’è chi, come Diamanda Galas, racconta la tragedia del popolo armeno; e infine chi, come Gira con i suoi Angels of Light, o come Nick Cave, è ormai un perfetto cantautore americano, Antico Testamento compreso, dalle parti di Bob Dylan.

Qui il folk apocalittico sfuma in qualcosa che è stato chiamato, semplicemente, new folk, caratterizzato dal dialogo con la tradizione musicale popolare, con i suoi strumenti e i suoi temi, l’immaginario religioso ed extra-urbano, in una prospettiva quasi etnomusicologica. I suoi santi patroni potrebbero essere Captain Beefheart e Syd Barrett. E Charles Manson, il padre segreto. Accanto ai veterani del lato oscuro, si è sviluppata negli ultimi anni una scena tutt’altro che omogenea, che va da Sufjan Stevens (per i suoi dischi “americani” ma soprattutto per la sua straordinaria produzione “natalizia”) fino agli Animal Collective, passando per il country di Will Oldham, l’indie-rock rurale post-Pavement, il folk-prog dei Decemberists, e la Scozia e il Galles di Belle and Sebastian e Gorky’s Zygotic Mynci (chiedete a lei). E poi, beh, c’è Julian Cope, passato da idolo delle ragazzine a sciamano e studioso dell’Europa preistorica. Ma il vero caso è un giovanotto scoperto proprio da Michael Gira nel 2002, tale Devendra Banhart, nuovo imperatore del regno del folk. Finalmente, una contemporaneità che fa per noi.



Monkey gone to heaven

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Qualcosa ci sfugge, della levità della musica pop, se non prendiamo coscienza che dietro gli insignificanti love love me do, dietro i cori polifonici dei surfisti californiani o dietro le strutture sgraziate di un inno dei Sex Pistols si nascondono talenti musicali notevoli, colti, coraggiosi, e ovviamente ansiosi di manifestarsi; così abbiamo avuto i viaggi iniziatici del Sergente Pepper, abbiamo avuto (con qualche ritardo) Smile di Brian Wilson, abbiamo avuto i Public Image di John Lydon, e ora abbiamo il progetto Monkey di Damon Albarn. L’album si chiama Journey to the West, è tratto dall’omonimo dramma musicale scritto da Chen Shi-Zheng, ispirato a un romanzo di epoca ming e rappresentato quest’estate a Londra, che narra il viaggio iniziatico di una scimmietta tra pesci volanti, maiali e dragoni. Opera electro-sinfonica cantata in cinese, folle e mistica come i migliori Gong, ambientata in un Oriente fumettoso affidato alle matite di Jamie Hewlett. Oggetto anomalo e iperpop, stupendo e snervante, a metà tra vero genio e arredamento di un ristorante cinese per gente molto molto cool.

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Un disco per l’estate

Per un certo periodo, prevalentemente nel lontano 2003, questo blog (o più precisamente il suo predecessore) ardiva addirittura pubblicare recensioni discografiche. Ne ho fatto una Categoria. Se qualcuno volesse andare a leggere, o rileggere, non che siano fantastiche, di seguito un breve indice ragionato.

Tra novità e ristampe, si è scritto di: MatmosThe Civil War (2003), The Future and Human LeagueThe Golden Hour of the Future (2003); The ResidentsEskimo (1979/2003); A Certain RatioEarly (2003); David ByrneLead us not into temptation (2003); Brian WilsonSmile (2003). Avevo anche parlato del primo EP dei Micecars, che nel frattempo (e grazie alla mia recensione, non c’è dubbio) sono diventati famosi.

Inoltre, si è parlato di: Coleman/DudleySongs from the Victorious City (1991); il concetto di musica Ambient; una copia rovinata del vinile di My Bloody ValentineLoveless (1991); la mostra di Laurie Anderson al PAC di Milano (2003); Floyd Hernandez, che musicò l’Olocausto.

Se non ricordo male, in questi anni mi è capitato di cancellare alcuni post musicali, ma se l’ho fatto ci sarà stata una ragione. Di solito è che non amo conservare dichiarazioni di amore e opinioni. Come noto, non sono soltanto un maniacale archivista di me stesso, ma soprattutto ho grande piacere ad alterare il passato.

E visto che nel titolo ho promesso un disco per l’estate, eccone uno: Andrew Bird, Armchair Apocrypha. Come si può vedere, mi sono un po’ imborghesito.

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Floyd Hernandez, che musicò l’Olocausto

All’inizio degli anni Ottanta il compositore e polistrumentista Floyd Hernandez (che aveva militato nella prima formazione dei Tuxedomoon) rimane folgorato dall’ascolto dei lavori ambient di Brian Eno e inizia a registrare colonne sonore per arredare luoghi di transito contemporanei, guadagnandosi una certa fama nel settore. Nel 1984 avviene la svolta: gli viene commissionato da un ospedale del Delaware uno sfondo musicale che sarebbe stato diffuso nelle sale del reparto radiologia, e invece di comporre i motivi rilassanti che ci si sarebbe aspettati Hernandez registra cinquanta minuti di sgradevoli fantasie spacey, condite da lancinanti raggi di synth e lamenti vari. Il lavoro, ovviamente rifiutato, uscirà l’anno successivo con il titolo Ambient 1/ Music for Atomic War. Il relativo successo del lavoro – “un incrocio tra Sun Ra e i Chrome” (NME) – fa intravedere a Hernandez le potenzialità della musica ambient applicata a situazioni estreme. In quel periodo, Hernandez lavora inoltre alla produzione dello sfortunato singolo Babar Elefantino di Franco Battiato, dedicato alla mitologia induista.

Nel 1987 esce Ambient 2/ Music for Lager, il disturbante e ambiguo capolavoro che distrusse la carriera di Hernandez. Il disco è oggi introvabile a causa dei problemi legali che l’autore dovette affrontare. Music for Lager divenne addirittura un piccolo imbarazzante successo negli ambienti neo-nazisti, sebbene Hernandez avesse ripetutamente dichiarato di avere amici ebrei (dei quali non volle però mai fornire le generalità). Il disco di Hernandez è innanzitutto una riflessione sulla meccanizzazione dell’omicidio di massa, evocata dall’adesione agli stilemi della musica industrial. Inoltre, rappresenta uno sferzante atto di accusa verso la cultura germanica, attraverso il continuo emergere di motivetti popolari e mozartiani e violentissimi crescendo wagneriani. Sullo sfondo, le voci e le urla ovattate, echi marziali e rumori metallici, ronzii quasi mistici, mentre ordini in lingua tedesca scandiscono le diverse parti dell’opera. Interessante la scelta di registrare live il disco, da parte di una specie di orchestra diretta dallo stesso Hernandez. Music for Lager si conclude in un tripudio di cattivo gusto e/o folle genio praticamente criminale: la Cavalcata delle Walkirie eseguita da una camera a gas, dove il crescendo viene tradotto con un aumento di flusso di gas.

Hernandez pagò caro il suo coraggio di affrontare un tema così controverso, subendo l’ostracismo dell’industria discografica, dei fan, dei critici, degli amici, e persino dei parenti. Nel 1988 si ritirò sul Monte Athos dove intraprese un laborioso percorso spirituale, che termina finalmente con la pubblicazione, nell’aprile 2007, di Ambient 3/ Music for Eschaton. Rivoluzionario quanto essenziale, si tratta di un disco di cover dal Quator pour la fin du Temps di Olivier Messiaen, interamente eseguite con il fischietto da un anziano priore asmatico. Music for Eschaton rimarrà l’ultimo capolavoro di Hernandez, il quale a fini promozionali ha voluto togliersi la vita durante la conferenza stampa di presentazione dell’opera. Indossava una cintura esplosiva e ha trascinato con sé tutti i giornalisti presenti. Ed è per questa spiacevole circostanza che nessuno ne ha parlato.

[Floyd Hernandez è una Grande Figura della Cristianità.]

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is there anyone there?

Leonardo Clausi fa outing e mi unisco a lui, che annovero i Chameleons tra i miei gruppi preferiti. E sarei persino meno severo: cosa c’è che non va in quella voce (sepolcrale senza essere goth, disperata ma non lamentosa), cos’altro nella scrittura? Non a caso il best kept secret si sta sfaldando, e persino in Italia hanno iniziato a vendere quei dischi lontani che scopersi mp3 in epoca audiogalaxy (RIP). Segnalo anch’io qualche canzone, se proprio non vi va di comprare a scatola chiusa i primi tre dischi (1983, 1985, 1986): Swamp-Thing, Intringue in Tangiers, In shreds, Monkeyland, Tears, Paper tigers, Less than human, Don’t fall, The end of time.

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