Prima della guerra civile

Il ritardo culturale dell’Italia sulla questione dell’immigrazione è soprattutto imbarazzante. Stiamo davvero dibattendo sul diritto dei cittadini musulmani di disporre o meno dei luoghi di culto? Un parlamentare ha davvero chiesto di espellere dal paese i musulmani che manifestano contro Israele? Un ministro della Repubblica ha davvero proposto di tassare i permessi di soggiorno? Non so se la politica italiana sia razzista (sarebbe concedergli una profondità eccessiva) ma di certo è straordinariamente stupida. Va bene così: se rimandiamo a tra dieci anni i dibattiti seri, nel frattempo possiamo continuare a mettere annunci spiritosi sugli autobus, e filosofeggiare su probabilità e agnosticismo.

Chi vuole portarsi avanti rifletta invece su quanto poco ci metta la militanza illuminista, cioè l’ideologia delle élites dominanti, a farsi discriminazione sociale. Con ciò non voglio dire né che le élites illuministe siano oggi un problema dell’Italia (!), né che sia sbagliato militare per le proprie convinzioni, né che un morbido proselitismo ateista sia in sé dannoso: dico che è oggi necessario – prima della guerra civile – iniziare a riflettere alla costruzione di uno spazio pubblico condiviso, nel quale alla libertà di espressione corrisponda una responsabilità di espressione. Gli illuministi, se vogliono anche essere laici, dovranno abituarsi al compromesso. Personalmente credo che la laicità vada correttamente intesa come dispositivo giuridico che garantisce le condizioni di coesistenza pacifica tra diverse comunità attraverso non soltanto la protezione dello spazio privato ma contemporaneamente la regolamentazione (soft, se possibile) dello spazio pubblico. In questa direzione, appoggio la proposta di Sherif El Sebaie per una legge contro l’anti-islamismo da affiancare alle altre già esistenti. Oggi potete anche storcere il naso, ma tra dieci anni mi ringrazierete.