Il disertore

Le dimissioni sono una cosa seria, con una logica teologico-politica che (mi pare) affonda le radici nel pensiero medievale, nella dottrina del tirannicidio o nei due corpi del Re. Ci si dimette se una colpa grave ha reso incompatibile la persona fisica con l’ufficio che ricopre, insomma lo ha posto in condizione di usurpatore. La funzione evidente è di preservare l’autorità della carica sacrificandone l’interprete, che si prende carico personalmente della responsabilità della propria condotta. Le dimissioni implicano perciò anche una chiara consapevolezza e ammissione delle proprie colpe. In che cosa si ha abusato del proprio ufficio? Quali regole si sono infrante? Dove si ha sbagliato? Non ci si dimette per una sconfitta, se questa sconfitta non dipende da sé, se non si è in grado (ed è perlomeno un’arte) di convogliare su di sé la colpa. Per chi abbandona nel mezzo d’una battaglia c’è un solo nome, ed è disertore.