Kamikazen! Da Mao Zedong a Benedetto XVI

Un recente sondaggio ha quantificato lo sconcerto dei cattolici francesi di fronte alle posizioni di Joseph Ratzinger: ben 43% sarebbero favorevoli alle sue “dimissioni”. Ricorrere alla statistica in materia di legittimità papale è senza dubbio piuttosto incongruo, per non parlare delle dimissioni, ma non formalizziamoci. Questa cifra nasconde un disagio, un imbarazzo e diversi dubbi. Questa Chiesa rigida e inflessibile non rischia di allontanare i fedeli? Che bisogna pensare della strategia comunicativa di Benedetto XVI?

La tesi del reazionario pasticcione (gaffes a parte o incluse) è suggestiva. Eppure basta vedere cos’è successo alla politica italiana negli ultimi quattro anni per rilevare l’efficacia di questa strategia, che ha imposto la Chiesa al centro del dibattito pubblico. Per una frase sulla contraccezione, oggi Benedetto XVI subisce una doccia fredda di comunicati ufficiali, editoriali, dichiarazioni; domani mieterà il raccolto. La domanda che turba il nostro, di sonno, è dunque questa, che il caso di Ratzinger permette di sottoporre a verifica sperimentale: in che modo una perdita su breve periodo produce un guadagno sul lungo periodo? Due sono i momenti della misteriosa conversione della perdita in guadagno: la mobilitazione e la vittimizzazione.

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La guerra della Chiesa di Roma contro la società liberale sembrava una guerra perduta in partenza, attorno al diciottesimo secolo. L’esercito di Cristo, oggi, fa una ben magra figura di fronte all’esercito della modernità. Ma le guerre perdute in partenza si possono vincere all’arrivo. Tutto ciò che serve è darsi alla macchia e cominciare la guerriglia. E infatti Ratzinger applica alla comunicazione politica lo stesso metodo che Mao Zedong applicava al conflitto armato. Come scriveva nel suo testo Sulla guerra di lunga durata (1938), l’obiettivo di un’operazione di guerriglia partigiana non è “conservare le nostre forze e annientare quelle del nemico” bensì “mobilitare e organizzare le masse popolari”. Possiamo chiamare questo sistema, cui ricorreranno Che Guevara e oggi Hamas e Al Qaeda, con il nome impegnativo di terrorismo, ultima incarnazione di quella efficacissima politica missionaria che era il martirio. La mobilitazione consiste in una deliberata strategia di estensione del conflitto al fine di alterare gli equilibri coinvolti, e portare a manifestarsi le forze latenti. In altri termini, il primo risultato di un’operazione terrorista è di costringere i non allineati a prendere posizione: con noi o contro di noi. E l’Italia é una nazione di cattolici di comodo, pronti ad allinearsi secondo come gira il vento.

Tuttavia, al primo stadio il rischio è che il popolo scelga di stare contro di noi. La violenza necessaria a suscitare la mobilitazione produce infatti un danno d’immagine per l’aggressore, ed è questo appunto il danno che si rileva nel breve periodo. L’undici Settembre eravamo tutti americani, e il fronte del terrorismo sembrava debolissimo, ma poco a poco le cose hanno iniziato a complicarsi. La violenza ha infatti un’altra conseguenza: essa chiama a sé una reazione. Il secondo risultato di un’operazione terrorista è di costringere il nemico a compiere una rappresaglia. Siamo nel medio periodo e questo è il secondo danno subito; la strategia sembra del tutto irrazionale. Eppure questo danno è centrale perché produce il rovesciamento della gerarchia tra aggressore e aggredito. Tenuta a saldare un debito economico o simbolico, la rappresaglia potrà essere percepita come sproporzionata (ad esempio questa) e aprire perciò un nuovo debito, che produce una nuova vittima. L’attenzione si sposta, la cronologia degli eventi si confonde, e forse non c’è stata nessuna aggressione, ma solo un malinteso.

E così, misteriosamente, una guerra perduta in partenza si trasforma, come dire, in un gran pantano. Misteriosamente, i coltelli hanno la meglio sulle bombe atomiche, le antiche leggi su quelle nuove, il rigore sul benessere, la fede sulla scienza. Accidenti se la sa lunga, il reazionario pasticcione.