Apocalisse en abyme

La scrittura è sempre ex post, a meno di essere profeti. Erodoto raccontava di storie già avvenute, già raccontate, già viste. Omero cantava che la guerra è finita, almeno per noi. I libri sacri descrivono l’origine del mondo, le opere e i giorni, le genesi e gli esodi. Ma in ogni storia – fateci caso, cercatelo bene – c’è sempre un profeta: dal passato giunge la sua voce che parla del futuro. Dal profondo di un’abyme metaletteraria Cassandra e Isaia vedono ciò che sarà e lo rivelano agli uomini. Il testimone non può far altro che trascrivere le loro visioni: ex post, ex ante. Il testo si squarcia. Sono apocalissi, che prefigurano il segreto del regno che verrà. La grammatica della narrazione storica è fatta di passati remoti e d’imperfetti; d’un tratto un verbo al futuro – tra due virgolette – ci proietta fuori dalla finzione diegetica. La storia si fessura come un guscio e lascia intravedere, al suo interno, l’apocalisse.