Dio esiste
27 maggio 2009
Tre anni fa, quando studiavo teologia a Belfast con un pastore protestante, ho scritto un breve articolo in difesa della teoria dell’Intelligent Design (o più esattamente una confutazione relativista della critica al concetto metafisico di causa finale) e in tutto questo tempo, inutile negare, nessuno lo hai mai letto. A credere che mi si cita soltanto quando dico qualcosa di offensivo sul Papa, e mi s’ignora quando proclamo, scusate se é poco:
Systems appearing to be teleological can be represented as teleological, shifting to another level of analysis, because of their shape. Teleological models are used in many fields of knowledge (psychology, economy, law, history and so on) and the refusal of neo-darwinists to accept that other models can also “operate as true” (in their own field) is rather atheist militancy than scientific rigour. If natural selection is implementing some order, why calling “God” the immaterial principle of this order would be an error?
Commenti
> If natural selection is implementing some order, why calling “God” the immaterial principle of this order would be an error?
mi sto perdendo qualcosa o questa è solo una variante della classica e non troppo acuta obiezione teista “se un ateo crede nei principi fisici e onnipotenti della natura, allora la natura è solo un altro nome di dio”?
Lo sapevo, dovevo puntare tutto sulle frasi ad effetto.
Ora che sei caduto nella trappola posso riformulare la questione in modo più acuto e meno banale: se un medesimo processo è rappresentabile sia come processo deterministico che come processo finalistico, dal momento che si tratta di due rappresentazioni perché dovremmo considerare “vera” la prima e “falsa” la seconda? Cosa rende più vera la prima?
Ripropongo la domanda nel modo più intuitivo che mi viene in mente. Primo punto: è scorretto dire di un cagnolino robot, programmato per insistere finché non gli viene dato del cibo, che “vuole” mangiare? Io credo che sia del tutto accettabile dire che “vuole” mangiare anche se in realtà sta simulando di avere una volontà. Nello stesso modo, in principio mi paiono accettabili le proiezioni antropomorfiche in materia di biologia e cosmologia. Dire che sono metafore significa tacciare di metaforicità gran parte dell’esperienza umana, visto che non siamo tanto dissimili da un cagnolino robot.
Secondo punto: “chi” è che vuole mangiare? Il cagnolino robot. A rigore però non esiste alcun soggetto cui attribuire la volontà di mangiare. Però ammettiamo tranquillamente che esiste un soggetto cagnolino robot. Potremmo anche dire che “ha fame”. Sarebbe falso? Ma non sarebbe allora altrettanto falso attribuire la fame a un cagnolino vero? E a un essere umano? Queste non sono finzioni, sono modelli.
E i modelli non sono la realtà, sono modi di raccontarla. Possiamo buttarli via quando la realtà li smentisce, ma il problema, nel caso Dio-Darwin, è che il secondo non smentisce per forza il primo se ci concentriamo sul problema della conciliabilità tra teleologia e determinismo.
A fungus in a sexually reproducing mode is said to be in a teleomorphic state.
Si infatti lo dico, che il termine esiste già in micologia con tutt’altro senso. Non so se sia stata una buona idea sto neologismo.
boh. alcune delle cose che scrivi erano già cavalli di battaglia di philip k. dick, e quindi mi starebbero anche simpatiche. però il paragone col cagnolino robot non regge: noi umani attribuiamo al concetto di fame una serie di proprietà (è basata su processi metabolici, è sgradevole e magari dolorosa, porta a debolezza, si placa con l’assunzione di cibi compatibili col nostro metabolismo, provoca processi digestivi di varia natura) che ovviamente nel caso del cagnolino non valgono.
sono d’accordo sul fatto che se cerchiamo un nome per il comportamento mostrato dal cagnolino robot, “fame” sarebbe un bel nome, un’analogia ben giustificabile. ma, appunto, rimarrebbe un’analogia, una interessante traslazione di significato – ma non ci si può costruire su un’interpretazione del mondo.
se io ti dicessi che nel mio muro dopo che ho tolto un chiodo ho visto un buco nero e quindi ora temo per la sopravvivenza del mondo tu mi prendersti per pazzo, no?
e comunque, rimane il fatto (connaturato alla nostra cultura illuministica, ovvio) che a gran parte di noi umani piace vedere leggi immutabili e non gusti discrezionali di una mente intangibile. è vero che le leggi gravitazionali di newton (e in generale tutte le leggi fisiche) sono pure osservazioni sperimentali e non deduzioni logiche di un sistema assiomatico internamente coerente; però ci permettono di districarci con una discreta facilità quando vogliamo spedire un’astronave da qualche parte, mentre se stessimo nelle mani di un dio che stabilisce le leggi gravitazionali a capocchia e a seconda del suo umore sarebbe un casino.
Il punto importante per me non é difendere la teoria dell’ID*, ma mostrare che la critica alla teoria dell’ID é innanzitutto fondata sui PRESUPPOSTI del metodo scientifico (“le cause finali non valgono”; “una teoria deve essere confutabile”), per cui essa é necessariamente, intrinsecamente, NON-SCIENTIFICA.
Questo non significa, per me, che la teoria sia FALSA, e qui entra in gioco quella che tu chiami ANALOGIA. Tu ammetti che sarebbe vero dire che “il cane robot ha qualcosa che potremmo chiamare ‘fame’ per analogia”, quindi potresti ammettere che la morfogenesi di un sistema potrebbe essere definita finalizzata – per analogia – ad una certa forma. Lo ammetteresti? [prima domanda]
Ebbene secondo me il problema sta tutto qui, nel fatto che tu sottintendi una distinzione tra DESCRIZIONE e ANALOGIA che trovo problematica, poiché in una certa misura il linguaggio é sempre allusivo, dire é sempre “un modo di dire”.
Nel caso della “fame”, tu puoi formulare una definizione che ESCLUDE che il cagnolino robot possa avere fame, oppure una che lo include. Intendo dire che la distinzione tra una descrizione e un’analogia rimanda a una convenzione meta-linguistica. Spesso questa distinzione, quando parliamo, é semplicemente IMPLICITA, come sono implicite le definizioni dei termini che usiamo. In fin dei conti non é chiaro in che misura ogni discorso sia FIGURATO oppure LETTERALE.
Appurato dunque che la teoria dell’ID non é scientifica e non va insegnata al posto di Darwin, io ti chiedo [seconda domanda]: sulla base di quale motivazione interna al metodo scientifico (e non ai suoi fondamenti) si puo sostenere che é sbagliato descrivere un processo deterministico ANCHE in termini di causa finale?
La tua risposta m’interessa; a me colpisce il fatto che, se si applicasse lo stesso rigore anti-teleologico al diritto penale, nessuno potrebbe mai essere condannato.
[* In realtà mi sono accorto che io mi riferisco a una versione personale dell'ID, del tutto compatibile con Darwin, e non con quella che sembra essere la teoria dell'ID propugnata dai creazionisti protestanti]
> potresti ammettere che la morfogenesi di un sistema potrebbe essere definita finalizzata – per analogia – ad una certa forma.
lo ammetterei, in linea di principio, ma non accetto di prendere per buona qualsiasi traslazione di significato a scatola chiusa. per dire, sono d’accordissimo a definire intelligente qualsiasi macchina superi il testi di turing (v. nostra vecchia diatriba), ma continuo a considerare esemplare il mio (per altro puerile) esempio del buco nero.
> sulla base di quale motivazione interna al metodo scientifico (e non ai suoi fondamenti)
fatico a capire la distinzione. lo ripeto, la matematica è divisa in assiomi e teoremi, ma non la fisica o la chimica o la biologia o qualsiasi altra scienza naturale che sia rilevante ai fini della valutazione dell’ID. ma se pure accettassi la distinzione, continuerei a non capire cosa intendi per fondamenti vs. motivazione interna (?!?) al metodo scientifico. se per metodo scientifico intendi i capisaldi della scienza moderna (relatività galileiana e falsificabilità come criterio dirimente, per esempio), allora il “metodo scientifico” costituisce esso stesso i fondamenti della scienza sperimentale. quindi non capisco bene la tua obiezione.
> [sulla base di quale valutazione bla bla] si puo sostenere che é sbagliato descrivere un processo deterministico ANCHE in termini di causa finale?
è un’affermazione così vaga che nessuno scienziato si azzarderebbe mai a dare una risposta. faccio comunque presente che se il finalismo fosse accettato come motore di un fenomeno, allora dovrebbe rientrare tra i parametri che ne guidano l’evoluzione determinista, e ho l’impressione (da non teologo epperò da vecchio ammiratore di ritorno al futuro) che presto o tardi ci si ritroverebbe in un corto circuito eziologico.
1. Io vorrei distinguere tra semplice traslazione di significato e quella che potremmo chiamare (per analogia? o per translazione?) un isomorfismo, nel senso in cui sono isomorfici due modelli o per estensione un fenomeno e il modello che lo descrive. La morfogenesi evolutiva, ipotizzo, é legittimamente rappresentabile come processo teleologico (il fine essendo l’adattamento all’ambiente). Molto più legittimamente, intendo dire, dell’esempio del buco nero(1) nel muro, che “non si comporta” come un buco nero(2) astronomico.
2. Io non ho parlato di “assiomi”, anche se avrei potuto farlo per analogia, ma di fondamenti, e non mi pare corretto ritenere che le scienze sperimentali – come pratiche sociali basate su convenzioni di metodo e di linguaggio – non hanno fondamenti meta-disciplinari. Ho fatto due esempi. Uno é il principio di falsificabilità, che é talmente poco “interno” al metodo che l’ha stabilito un vasodilatatore (ops, no, un filosofo). Non mi pare “dimostrabile” la sua validità, semmai si puo’ convenire sulla sua efficacia per organizzare il lavoro scientifico.
A proposito della teleologia avanzo il mio punto di vista con grande cautela, ed é che la “scienza naturale” (come già la “filosofia naturale”) occupandosi “programmaticamente” di spiegare i fenomeni in termini di cause efficienti, é tautologico che si definiscano scientifiche ed esaurienti soltanto le descrizioni causali. Cio’ non toglie che varie discipline (l’economia, la psicologia, il diritto… e la teologia) accettino di descrivere i fenomeni in termini di finalismo, e non mi pare che il fisico abbia titoli per contestare la validità di questi saperi, per la ragione sopra enunciata. Avrebbe senso sostenere che la neurologia contraddice la psicanalisi?
3. Il cortocircuito c’é fintanto che non riesco a farti capire quello che intendo. A me pare che la descrizione evoluzionista sia perfetta e autosufficiente (diciamo cosi’, anche se sappiamo che qualche sforzo lo si puo’ ancora fare) ma che in principio non é scorretto affermare, fuori dalle sedi in cui si fa ricerca scientifica, che “l’occhio è fatto per vedere”. Questo tipo di descrizione non é soltanto “vera” (con tutte le virgolette che merita la parola verità) ma inoltre utile. In fondo non é altro che un “modo dire” in maniera semplice cio’ che il biologo evoluzionista descrive in maniera piu’ elaborata. Il sangue visto al microscopio é “piu’ vero” della goccia che vedo sul mio dito? (Questa é un po’ retorica, quasi populista)
(Ho cambiato un po’ il testo della citazione per risultare più coerente e chiaro)