Ostentatio genitalium e altre cazzate

Visto che l’articolo sulla Sindone ha suscitato un certo interesse, proseguiamo con un’altra mistificazione giornalistica in tema storico-artistico, molto più raffinata e rivelatrice. Questa volta il presunto scoop riguarda la Crocifissione di San Pietro dipinta da Michelangelo nella Cappella Paolina in Vaticano, recentemente restaurata — o censurata? Un breve articolo di Brunella Schisa sul Venerdì di Repubblica del 17 Luglio ha il pregio di presentare un interessante campionario di luoghi comuni, preconcetti e fantasmi ideologici, mescolati in tal modo da fornire l’impressione di una notizia.

La prima pagina annuncia l’articolo con un titolo ad effetto: “Michelangelo: la strana storia del San Pietro censurato per decisione di Ratzinger“. All’interno, il titolo diventa: “I nuovi braghettoni: Michelangelo censurato con un ‘pannetto’ e tre chiodi“. Il riferimento è sempre è comunque alla censura, che a invocarla non si sfigura mai; e il colpevole, ovviamente, il pastore tedesco. Le ragioni di questa censura? La prima (i tre chiodi) è dottrinale, perché San Pietro crocifisso senza chiodi sarebbe un’iconografia eretica. La seconda (il panno) è la tipica sessuofobia ecclesiastica, anzi la tipica sessuofobia controriformista: quella delle sante orgasmiche del Bernini. D’altronde non usiamo ancora oggi il termine “barocco” per evocare ascetismo, quiete, rigore? Beh, no.

Il Venerdì ci avverte: con Benedetto sta tornando la Controriforma, che è una cosa brutta. Soltanto c’è un piccolo problema: pannetto e chiodi datano della fine del Cinquecento, e la censura di Ratzinger consisterebbe piuttosto nel rifiuto di rimuoverli, insomma nella decisione di non censurare delle aggiunte che datano di quattro secoli. Le ragioni teologiche passano così naturalmente in secondo piano. Con buona pace della giornalista, si tratta praticamente di un caso di scuola della storia del restauro: che cosa dobbiamo restaurare? Quale stadio della trasformazione dell’opera va conservato? L’estetica moderna parteggia naturalmente per l’autore – è questa la sua teologia – ma raramente è disposta a sacrificare degli elementi che testimoniano della vitalità dell’opera, soprattutto quando sono così antichi. A tal proposito, non mi pare che il Venerdì abbia denunciato le “censure” (altari, paramenti, arredi, suppellettili) cui le chiese sono state sottoposte in seguito al Concilio Vaticano II.

Se quel panno e quei chiodi hanno un significato, come suggerisce l’articolo, non si capisce perché dovrebbero essere rimossi: sono le tracce della storia che si sono incise sull’opera, diventandone parte integrante. Il loro aspetto grossolano non fa che rendere più visibile ciò che nascondono, trasformando l’opera in un vero e proprio palinsesto, qualcosa di vivo ed eternamente politico.

Che cosa nasconda Pietro sotto il perizoma lo possiamo immaginare. E invece no: un “prodigioso rendering virtuale” interviene per proporre l’ardita ipotesi, casomai credessimo che tra le gambe l’apostolo nascondesse un rosario arrotolato. Ed è qui che si raggiunge il supremo paradosso, roba che nemmeno Baudrillard: perché nel confronto tra l’affresco (“dopo il restauro della Paolina”, ma anche prima a dirla tutta) e l’immagine al computer, è la seconda (infatti prodigiosa) a valere come originale. E la didascalia precisa: nell’affresco “ci sono tre chiodi e un pannetto di troppo“, mentre a rigor di logica si dovrebbe dire che nella ricostruzione al computer “ci sono tre chiodi e un pannetto di meno“. Il virtuale diventa reale, la non censura diventa censura, e l’originalità (un dogma ben più incredibile della verginità della Madonna) diventa una posta in gioco ideologica.

La cosa più divertente di tutta la faccenda è infine il fraintendimento totale di cosa fu la Controriforma, e dunque di cosa fu la Riforma, che diventano i luoghi mitici in cui proiettare i valori e i disvalori della società contemporanea. In tutta questa storia, i “fondamentalisti” e i “sessuofobi” non furono certo i papisti, e se i papi aggiungevano pannetti e braghettoni gli altri certo non dipingevano la Madonna in tanga. Il materialismo e l’erotismo, la centralità del corpo, della carne e del sangue, talvolta persino la nudità e l’ostentatio genitalium, furono caratteristiche della teologia tridentina e dell’arte cattolica che scatenarono l’orrore dei protestanti. Se in tutto questo sfoggio di carne si continuarono a coprire i genitali, mi pare questione per nulla teologica, che riguarda la storia dei costumi, in tutti i sensi, e non certo la storia della Chiesa. Oppure bisogna dare un’interpretazione dottrinale anche delle censure su facebook delle mamme che allattano?

La storia delle mentalità é faccenda assai più tortuosa, che dipende poco dalle idee e molto dalle circostanze. Ma se davvero si deve dare un senso a quelle nudità dissimulate, si potebbe pensare che l’apparente sussulto di bigottismo non fu altro che un cruccio papista per non urtare il diffuso sentimento popolare nel quale sguazzava il moralismo protestante: pannetti, mutande, braghe e foglie – a maggior ragione se malamente aggiunti ex post – non sono altro che una scheggia di arcigna Riforma incastrata nella gaudente Controriforma (suvvia, concediamoci lo stereotipo inverso). Agli Adamo ed Eva nudi di Masaccio e Masolino seguirono le astuzie vegetali dei protestanti Cranach e Dürer, che ritroveremo più tardi nei “cattolici” Tiziano, Rubens o Domenichino. Insomma é forse causa del moralismo protestante, cui qualcosa si doveva pur concedere, se la santa Ludovica del Bernini (vedi sopra) é vestita invece che guarnita di sole nuvole di panna montata.

A proposito: ecco a voi i nudisti cristiani.