La setta umana enigmistica

Alla fine della Descrizione della Grecia, Pausania confessa: “All’inizio delle mie ricerche, non vedevo che stupida credulità nei nostri miti; ma, adesso che le mie ricerche arrivano all’Arcadia, sono diventato più prudente. Nell’epoca arcaica, in effetti, coloro che chiamiamo i sapienti, si esprimevano per enigmi piuttosto che esplicitamente e suppongo che le leggende su Cronos contengano parte di questa saggezza.” Il Periegeta condanna la propria passata tracotanza ermeneutica, e associa la conversione del giudizio sulla credenza al corretto intendimento del codice di riferimento. Egli parla di “prudenza” ed è difficile non pensarla conforme al principio di carità interpretativa di Donald Davidson, per il quale è utile postulare, per comprendere gli altri, “che le credenze siano in massima parte giuste”.

Pausania fornisce un dettaglio fondamentale sulla natura di questo “codice” ingannatore, per il quale la sapienza passa per superstizione, e la verità per menzogna: gli antichi sapienti si esprimevano “per enigmi” (ainigmatôn). Proprio dall’enigmistica e più precisamente dalla definizione di indovinello e dalla nozione di doppio soggetto, possiamo trarre la definizione del procedimento di codifica dei sapienti di cui parla Pausania. Costoro avrebbero nascosto un “significato reale” dietro un “significato apparente”, trasmettendo i segni senz’altre ulteriori indicazioni. Addirittura, Pausania suggerisce che la confusione sia fomentata intenzionalmente dai sapienti, vecchi avari che nascondono il loro sapere entro simboli tortuosi. Per definire questo sdoppiamento che dovrebbe preservare e proteggere la verità, i cristiani presto preferiranno al termine “enigma” quello di “mistero” (sebbene di “visione per enigmi” delle cose divine si parli nella prima epistola ai corinzi).

Chi volesse incamminarsi sulle tracce di Pausania deve però sapere che non tutti gli enigmi hanno una soluzione, che non tutti i vecchi saggi dicono cose sensate, e che non tutte le cose apparentemente prive di senso in verità ce l’hanno: ci sono cose apparentemente prive di senso che effettivamente non hanno senso. Sarebbe spiacevole passare la vita a cercare di risolvere un falso indovinello, che si chiami Cronos Cristo o Crowley. Sarebbe tuttavia altrettanto spiacevole definire privo di senso qualcosa che, in fin dei conti, un senso potrebbe averlo. Il problema, insomma, é scegliere bene gli indovinelli cui dedicarci. Ci può forse aiutare un esperto di enigmistica, risponendo alla domanda: é logicamente possibile dimostrare che un enigma non ha soluzione?