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Mediterraneans do it better

A partire da Braudel, la pagina culturale del Corriere di ieri affrontava - come dire - un tema scabroso…

Occhiello: Questioni di metodo. Titolo: I maestri francesi della “lunga durata”.

8 Novembre 2007

Esegesi dei luoghi comunisti

Luigi Walt, il migliore tra gli aspiranti Bloy, sostiene che Karl Marx è l’anticristo.

E infatti

2 Novembre 2007

Vlad III di Valacchia, che vampirizzava la Santa Messa

Gli storiografi, genia di narratori sbrigativi e cinici, non amano ricordare che il crudelissimo Vlad III sovrano di Valacchia, meglio noto come l’Impalatore, meglio noto come Dracula, in seguito ai noti errori di gioventù ebbe la grazia di una conversione alla religione cattolica e da devoto cristiano morì. Questa bella storia ha da essere finalmente raccontata, perché ancora una volta la superstizione ha oscurato la verità nella memoria dei popoli.

Il principe transilvano, che sul campo di battaglia s’era macchiato dei più atroci misfatti, all’età di quarantaquattro anni abbracciò la vera fede. Pentitissimo, si rintanò in un monastero per ottenere il perdono divino. Proprio come nelle leggende, il segno della croce aveva scacciato il vampiro; la luce divina lo aveva incenerito. La sua proverbiale sete di sangue, Vlad la saziava presenziando a tutte le messe, bevendo con ingordigia il sangue del Signore. Questo sangue divino lo fortificava assai più di quello umano, e non soltanto nel corpo ma inoltre nello spirito. L’irruenta devozione di Vlad creava però qualche problema pratico alla comunità locale. Siccome la dose giornaliera di sangue della quale Vlad abbisognava equivaleva a circa otto litri, egli finì per monopolizzare il Santissimo Sacramento dell’altare (per non parlare della sua ubriachezza molesta) e nessun altro nella regione di Sighişoara poté ricevere la comunione sotto le due specie fino al 1543, quando il principe morì alla venerabile età di 112 anni. Parte dei suoi sudditi recuperò le messe perdute negli anni seguenti, ma novecento e trentadue ferventi cattolici, morti prima di Vlad e dunque privati del sangue salvifico, sono a tutt’oggi dannati.

[Vlad III di Valacchia è una Grande Figura della Cristianità]

29 Ottobre 2007

Avanguardia /2

Ops, Marcello, ho le mie cose.”

Certamente la Fontana color sangue è un’immagine suggestiva e spaventosa, con quel contrasto tra il bianco ed il rosso; anche se iconograficamente sarebbe stato più consono regalare un Mar Rosso alla Fontana del Mosè. Ne abbiamo viste tante, ne abbiamo apprezzate di peggiori, e qui c’è perlomeno ancora l’ebbrezza del gesto proibito. Concediamoci però di rabbrividire di fronte al successo che riscuote l’operazione e annuncia teorie di emulatori. Sarebbe davvero un mondo migliore - un mondo più bello - quello in cui l’acqua della Fontana di Trevi fosse rossa? O invece è un problema nostro, se la Fontana non ci basta così com’è? Non attira più l’attenzione, non racconta più le sue storie e i suoi miti morti e sepolti. Una vasca di sangue, invece! Come la colorazione artificiale dei vecchi film in bianco e nero, come Vivaldi remixato con le basi elettroniche, come le patatine aromatizzate Erbes de Provence o Caledonian Tomato. Io personalmente le adoro: e non provo lo stesso piacere a mangiare le cosiddette Classiche (Classiche!). E se apprezzo la Fontana rossa, e se per la prima volta faccio attenzione a quel mucchio di pietra scolpita, è perché sono un incompetente, sono un ignorante, e senza gli effetti speciali non mi godo più nulla. Potrei estasiarmi per quel dettaglio leggermente sproporzionato, per quella posizione della figura umana che simula un moto leggero, per gli sbuffi rocciosi dell’abito di Nettuno: la mia visione si limita a isolare i colori. Il problema qual è? Che ci siamo sempre illusi che venisse prima il “détournement” e dopo, per scelta, la “dispersione del significato primo”*. Ma è il contrario. Più realisticamente, giochiamo e rimontiamo e coloriamo e spappoliamo ciò che c’era, perché non riusciamo più a leggerlo. Non c’è nulla da festeggiare.

* Les deux lois fondamentales du détournement sont la perte d’importance — allant jusqu’à la déperdition de son sens premier — de chaque élément autonome détourné ; et en même temps, l’organisation d’un autre ensemble signifiant, qui confère à chaque élément sa nouvelle portée. (I.S. 3, 1959)

25 Ottobre 2007

Avanguardia

Adesso si lamentano, ma ora che gli hanno dato l’idea (colorare l’acqua delle fontane!) senza dubbio entro qualche anno sarà un fiorire di acque gialle, verdi, blu - ogni piccolo comune vorrà la sua e i turisti ne andranno pazzi.

20 Ottobre 2007

Zoologia Fantastica

Dopo il Leopardi di Zaccuri, ecco il Manzoni di Buonanno (donde il titolo del post): L’Accademia Pessoa. Un libro che vi consiglierei assolutamente se non temessi di essere troppo prevedibile; ma d’altronde c’è chi, ancora più prevedibilmente o viziosamente, lo ha scritto. Viziosamente, perché non c’è dubbio, questa è letteratura viziosa, viziata, è una dipendenza, una malattia. Una letteratura irrimediabilmente spallanzanizzata, eccolo il precursore immaginario, e bisognerebbe porre un argine a questi libri sui libri, godibilissimi e intelligenti, basta scrittori che diventano personaggi e che tra loro si conoscono tutti, basta Bloch e Benjamin, Kipling e D&G Rossetti, basta Cervantes e Hamete Benengeli, bisognerebbe fucilarli questi postmoderni. E d’altronde prima o poi anche il divo Tricheco ci lascerà (nel frattempo, questo sembra niente male, qualunque anonimo dottorando in semiotica lo abbia davvero scritto), e sarà occasione per fare piazza pulita - con la morte nel cuore, ovviamente.

Ora di Buonanno sarà necessario procurarsi il resto, anche se non gli si dovrebbe perdonare questa copertina. Guardatela bene: i grafici di Einaudi hanno tirato fuori una foto d’archivio Corbis; ma quelli sono chiaramente faldoni commerciali, altro che libri. Il colletto bianco, la giacca scura, la pettinatura, le mani - parlano di un’altra storia.

15 Ottobre 2007

Randomcrazia

Ai profeti della tecnocrazia si risponde facilmente: si ottengano pure certezze con un determinato modello di razionalità; rimane “politica” tanto la scelta dei mezzi (quale teoria adottare?) quanto quella dei fini (quali priorità, quali interessi, quali valori?). La ragione può calcolare il percorso, ma non saprebbe stabilire la destinazione. Quindi la politica: poiché ci è preclusa l’esattezza, dobbiamo risolvere l’indecisione nell’arbitrio. Ma se in definitiva ogni scelta è irrazionale, tanto varrebbe consegnarla direttamente al puro caso: sostituire all’arbitrario l’aleatorio. Il caso manifesta l’armonia dell’universo, ne incarna le proporzioni e i movimenti, a sua perfetta immagine. Non v’è altra divinità: e perciò ogni gesto determinato casualmente è guidato dalla mano di Dio, come uno spasimo accordato al respiro del cosmo. La scelta casuale è inoltre la più “vantaggiosa”: la legge dei grandi numeri garantendo l’equilibrio complessivo tra guadagni e perdite sistemiche. Ovvio che questa sostituzione della libertà con il caso ha da compiersi soltanto in teoria, come consapevolezza metafisica. Nella pratica essa è già: la libertà dell’arbitrio, se davvero deve essere, è soltanto una scintilla di puro caso. Ogni scelta politica nient’altro che un colpo di dadi.

5 Ottobre 2007

L’ultima risata

Un interessante abuso di Google è cercare proverbi alternativi, digitando la prima parte e aspettando le varianti sulla seconda. Ecco un esempio, con la versione inglese del proverbio “ride bene chi ride ultimo”.

He who laughs last will… always laugh the loudest over their false, vain vanity.
He who laughs last will be laughing at you and your imaginary “interference fear”.
He who laughs last will be punished by the authorities.
He who laughs last will be the last surviving human being (unless he never laughs, in which case the person who laughs last will be the second to last person alive).
He who laughs last will be in a better situation.
He who laughs last will just never get it.
He who laughs last will surely end up in file 13 along side of the other aspirin free participants.
He who laughs last will not be a fool for waiting so long.
He who laughs last will probably laugh in your fat, stupid face.
He who laughs last will be a fertile, mutant cockroach.
He who laughs last will lose.
He who laughs last will probably be laughed at.

2 Ottobre 2007

Meglio tardi che mai

Tra una cosa e l’altra mi sono accorto (e con oltre un anno di ritardo!) che i Quaderni Materialisti hanno pubblicato online il mio essay sull’Antifilosofia della storia di Karl Marx. Lo segnalo qui, non si sa mai che qualcuno abbia voglia di polemizzare anche su questo; o almeno leggersi la gustosa scenetta thriller iniziale.

23 Settembre 2007

Legge e libertà di espressione /3

Un’altra risposta alle mie riflessioni sulla libertà d’espressione (1, 2), da parte di Mauro de Zordo. Il problema sembra essersi spostato (e mi prendo il merito di averlo spostato, con l’aiuto del Dr. Nulla) alla questione dell’oggettività dell’espressione linguistica, ovvero la stabilità semantica e pragmatica del messaggio. Riformulo i miei propositi mentre rispondo alle obiezioni, che in parte accolgo.

1. Quando dico che “la libertà di un soggetto democratico consiste nella sua obbedienza alla legge” non sto citando Giuliano Ferrara (!) ma enunciando il fondamento dello stato di diritto. Ovviamente questo va preso con le molle: si sta sempre parlando di legge, ovvero di legge giusta, ovvero esercitata da un’autorità legittima. La prescrizione illegittima non è legge; il tiranno non è il sovrano. Questione di punti di vista, almeno dai tempi dell’elegantissima soluzione del paradosso dell’obbedienza nella teologia politica cristiana, da parte di Giovanni di Salisbury. La legittimità non è nulla che possa essere determinato in maniera oggettiva, nulla contro cui non si possa opporre la propria rivolta ermeneutica. Ma formalmente, le cose stanno in questo modo: come soggetto politico di un’autorità legittima sono libero in quanto soggiaccio alle norme emanate da essa. Si tratta di una delle tante versioni possibili della libertà, non certo l’unica. In questo caso sono libero come soggetto politico, ma non per forza come entità fisica, né come macchina desiderante (ma provate a immaginarla, una società di macchine desideranti). Può anche darsi che io non percepisca come legittima l’autorità dello stato nel quale vivo. Oppure, se mi trovo in carcere, che la mia libertà politica confligga con la mia libertà deambulatoria. Fatto sta che non si può azzerare la storia della filosofia del diritto, non si possono improvvisare norme e regolamenti sulla base dell’umore dell’epoca senza curarsi della coerenza dell’insieme. Come ho tenuto a fare notare, e lo ribadisco perché una certa distorsione prospettica potrebbe farmi passare per una specie di promotore della tirannide (vi vedo, avvoltoi), sto soltanto dimostrando a posteriori norme e istituti già vigenti in ogni stato democratico. Però insomma, quando mi dici che “il problema è decidere chi decide quali sono gli atti linguistici da censurare”, evidenziando quello scandaloso chi, mi lasci davvero sgomento: perché allora bisognerebbe anche chiedere chi decide che per votare devo usare la matita invece del pennarello. Ma scusa, chi vuoi che sia?

2. L’incertezza della stabilità semantica è un fatto, e nessuno intende negarlo. Io di sicuro no. Però non esageriamo, ci vuole un po’ di fede: il miracolo della comunicazione esiste! Ad ogni modo, dopo le prime obiezioni del Dr. Nulla ho creduto opportuno considerare come unità minima sulla quale discutere non la pura materia fonica o segnica, l’espressione de-contestualizzata, ma la coincidenza tra espressione e “condizioni di felicità“. Insomma, oggetto del diritto non sono i proferimenti ma gli atti linguistici. Così, si risolve automaticamente il problema della causalità tra evento linguistico e conseguenza pragmatica: le condizioni di felicità sono l’insieme delle situazioni extra-linguistiche che determinano l’effettività dell’atto linguistico. Ovvero, dal punto di vista legale, il fatto che un certo proferimento sia da considerare o meno un’infrazione o un crimine. Ovviamente rispetto alla pragmatica linguistica classica bisogna prevedere un modello probabilistico: una certa coincidenza tra evento linguistico e condizioni extra-linguistiche ha una certa probabilità di produrre tali conseguenze, e se la probabilità supera un certo valore è lecito intervenire. Ad esempio, se l’espressione è “Bisogna togliere di mezzo X” e le condizioni sono uno scambio di denaro tra un politico corrotto e un sicario della mala, la probabilità che l’atto linguistico causi la morte di X sono molto alte. Se invece la stessa espressione è pronunciata da un professore di matematica, si tratta soltanto di un’equazione. Ma questa “ambiguità” vuole forse dire che lo stato non deve sanzionare il mandante di un omicidio? Anche questa, però, è una limitazione della libertà di espressione. E’ dunque lecito riflettere sui criteri con i quali intervenire in questo ambito.

3. Però bisogna ammetterlo: la violenza linguistica mette in crisi la convivenza civile in modo molto più lento e meno immediato di quanto questo gioco mentale voglia fare sembrare, nelle situazioni di conflitto permamente o guerra civile latente (ad esempio, l’Europa dopo la Riforma). Insomma, il problema è che le percentuali di rischio potrebbero essere infinitesimali, o a termine troppo lungo per potere essere misurate o previste. Se così fosse, ed è possibilissimo, la mia argomentazione pseudo-raziocinante non porterebbe a nulla, o nulla di nuovo. Allora il problema è un altro, e riguarda le conseguenze indirette e a lungo termine. Per regolarle, il diritto non può fare riferimento ad altro che al proprio fondamento irrazionale e ideologico (in verità forgiato da secoli di utilissima “selezione naturale”): l’universo dei valori morali. Su questo piano, si tratta dunque di risolvere il conflitto tra due di essi: la tolleranza e la libertà di espressione. E non resta molto su cui argomentare.

23 Settembre 2007

Legge e libertà di espressione /2

La risposta del Dr. Nulla alle mie riflessioni sulla libertà di espressione fornisce un degno pretesto per continuare a riflettere. Tanto più degno che il Dr. Nulla si pone sullo stesso mio piano e accetta di affrontare la questione in termini realistici invece che valoriali. La mia realistica - per quanto provocatoria - domanda era la seguente: se un evento linguistico produce conseguenze che vogliamo evitare, è lecito sanzionare (alla fonte) l’evento linguistico? Partendo dal presupposto che sia più importante il concreto “bene comune” (o l’ancora più concreto “bene mio”) di quanto non sia l’astratto principio della libertà di espressione, ho risposto che una eventuale limitazione non avrebbe nulla di scandaloso; nulla, peraltro, che contraddica la nostra concezione di libertà. Non sto favoleggiando un regime totalitario, ma cercando di abbozzare delle linee-limite che vigono d’altronde già nella gran parte degli stati democratici, e persino previste dallo statuto di Amnesty International sulla libertà di espressione.

Un approccio realistico alla questione è necessario anche perché ciò che si guadagna sul piano della libertà formale (”sulla carta”) si rischia di perderlo su quello della libertà materiale (”sulla pelle”). Viceversa dunque, ciò che si perde de iure lo si potrebbe riguadagnare de facto. (Noto spesso, tra i progressisti e gli occidentalisti ad oltranza, un’irrazionale adorazione per la forma a scapito della realtà.)

Il mio ragionamento si basa sul semplice, ma contestabilissimo, assunto che in determinate situazioni sia più semplice agire sulla “causa prima” (l’espressione) che sulla “causa seconda” (la reazione); o che comunque sanzionando sia la prima che la seconda avremo maggiori possibilità di evitare la seconda. Una forma indiretta di sanzione della “causa prima” è già implicita nell’istituto della circostanza attenuante, che (se la si esamina con attenzione) è già una forma di limitazione della libertà di espressione. Un tifoso laziale che mi abbia preso a coltellate sarà sanzionato più debolmente laddove sia stato dimostrato che io avevo espresso l’opinione che sua madre passeggia sul raccordo anulare. E probabilmente conterà addirittura l’effettiva condotta della signora: se davvero è puttana che ci posso fare, ragazzo mio? E in questo caso la libertà di espressione intrattiene un certo sottile e metafisico legame con la questione della verità dell’espressione. Il diritto di dire cose false (o considerate false) è generalmente meno tutelato del diritto di dire cose vere, o ritenute vere. Forse dunque la circostanza attenuante non ha come effettiva funzione di attenuare la pena, ma piuttosto di distribuirla, di trasferirne un frammento su chi, esprimendosi, ha provocato la reazione.L’idea è che nell’espressione linguistica sussiste una responsabilità (morale) e una determinazione (causale) della reazione. Il Dr. Nulla risponde distinguendo tra “atto concreto” e “evento linguistico”, evidenziando il carattere diretto o immediato del primo, e quello indiretto e mediato del secondo. Questa sua distinzione opera appunto su due piani: il primo è quello causale, il secondo è quello morale. Li riformulerò a modo mio, cercando di avvicinarmi alla forma ideale del problema.

Sul piano causale, la distinzione del Dr. Nulla riguarda l’ineluttabilità della conseguenza. Se io affondo un coltello nel petto di un essere umano, ho (mettiamo) l’ottanta per cento delle possibilità che muoia. Può anche capitare che io sia un incompetente, e la mia vittima se la caverà con un polmone perforato. Invece, se pubblico una farsetta sul pontefice su Internet, le possibilità che un fervente papista venga a farmi fuori sono molto più basse. Ma questo, soltanto per contingenze storiche. Potremmo formulare una teoria politica del tipo: ha senso sanzionare un atto soltanto se la percentuale di rischio che implica è superiore ad una determinata percentuale, fissata arbitrariamente (ovvero politicamente). Uno stato che sovra-sanzionasse, al di là di ogni principio di economia, sarebbe uno stato (diciamo) totalitario o perlomeno paranoico. Le misure emergenziali hanno spesso questa caratteristica. In altri termini: se il legame causale tra A e B è più lasco, ha meno senso sanzionare A se si vuole evitare B; viceversa se questo legame è più stretto, ha più senso. Siamo sempre nel più crudo realismo. Come si vede, il problema non è l’opposizione (ab origine) tra linguaggio e realtà. Il fatto è piuttosto che solitamente - nella nostra esperienza - un evento linguistico ha conseguenza imprevedibili e ha percentuali di rischio basse.Tornerò però su questo “solitamente”: perché è proprio là dove la percentuale di rischio si alza (e la causalità si stringe) che io pongo la questione. (Ipotesi: lo stato democratico è conseguenza della pace sociale; là dove questa venisse a mancare, cadrebbero anche le condizioni per una regolazione democratica della vita civile.) (Un inciso: credo che ragionare solo in termini di “reazioni omicide” sia una inadeguata semplificazione dei problemi politici e sociali, come se la legge servisse soltanto a regolare questo aspetto della convivenza, ma per semplicità per ora continuiamo a usare questo esempio.)

Il Dr. Nulla nega che possa sussistere un legame causale determinante tra espressione e reazione. Si passa così al secondo piano, quello morale, e intendo con ciò il piano (precisamente giuridico) della responsabilità. Il Dr. Nulla sposta la responsabilità dal parlante all’agente, con l’intelligente introduzione del concetto di interpretazione. Egli sposta dal proferimento all’interpretazione il peso semantico e dunque il carico di responsabilità dell’evento linguistico. Si tratta di una posizione filosofica (che possiamo definire “relativismo ermeneutico”) che io vedo con particolare simpatia; una posizione che deve essere però attentamente temperata. Insomma, io distinguerei tra relativismo e nichilismo ermeneutico: il primo riconosce una tendenza a fluttuare del significato, il secondo asserisce l’assenza totale del significato. Si tratta di una versione estremista di decostruzionismo o di testualismo, da qualche parte ben oltre Derrida, Rorty e De Man. Cosa c’entra tutto questo? Beh, il fatto è che la stabilità semantica dell’evento linguistico riguarda anche la sua “stabilità pragmatica”. E dunque appunto la questione, sopra evocata, della percentuale di rischio, dell’im-mediatezza (e quindi dell’effettiva sussistenza) del legame causale. Se il senso viene prodotto dall’interprete, e non è contenuto nel testo, allora il testo ha effetti semantici e pragmatici imprevedibili, e dunque non è lecito stabilire un legame causale tra testo e atto. Sarebbe antieconomico sanzionare il primo per limitare l’occorrenza del secondo.

Spero di essere stato chiaro, e spero che la mia riformulazione sia adeguata, perché qui vorrei riprendere il filo della discussione. In effetti io parto da questi presupposti: a) che la stabilità semantica o pragmatica di un enunciato possa variare secondo i contesti; b) ergo, che la percentuale di rischio possa variare e diventare considerevole. Potremmo anche parlare di “condizioni di felicità” (ma sarebbe meglio dire d’infelicità) degli atti linguistici. Là dove si configurassero le condizioni di felicità per un determinato atto linguistico pernicioso, sarebbe lecito sanzionare l’atto linguistico. La sanzione non riguarda dunque il nudo testo, ma il suo proferimento in un determinato contesto (storico, sociale, geografico, istituzionale) che ne determina una “percentuale di rischio” avvicinabile alla causalità.

Vorrei concludere chiedendo al Dr. Nulla: se statisticamente risultasse che su dieci volte che si bestemmia la Madonna, otto volte muore un delfino, lei sarebbe disposto a proibire le bestemmie? Un delfino, Dr. Nulla! Un tenero e indifeso mammifero acquatico! Ma quest’ultima domanda, ovviamente, potrebbe essere soltanto un sofisma. O un vile ricatto. Forse dovrei portare degli esempi reali. Mi riservo il tempo di rifletterci, e di ritornare sul tema qualora il Dr. Brullo (o chiunque altro) se ne mostrasse interessato, e facesse dipendere dalla presenza o l’assenza di dati empirici la correttezza della mia argomentazione. E poi vorrei chiedermi, o chiedere a un giurista: quale soglia di percentuale di rischio dobbiamo considerare adeguata per sanzionare un atto, quale soglia vige in un ordinamento democratico, quale nel nostro?

Una breve risposta sul secondo argomento del Dr. Nulla: che sanzionare l’espressione (o la sua diffusione) non significa soffocare l’opinione; insomma, non si uccide un’idea. Io rispondo che non è questione di opinioni e d’idee. Insomma, io odio il Dr. Nulla e vorrei ucciderlo, ma non lo faccio, e finché non lo faccio, beh, certo c’è sempre il rischio, e magari prima o poi capiterà, però insomma, per adesso, vai in pace.

15 Settembre 2007

Il mistero dei Colloqui

Nei primi giorni del 2006 ho scritto una farsetta con protagonista Joseph Ratzinger, Colloqui con Ratzinger, e l’ho pubblicata all’indirizzo http://www.eschaton.it/colloqui.htm. A questo indirizzo, e senza che io abbia cancellato nulla, scopro oggi che il file non si trova più. Nell’estate del 2006, ignoti sono penetrati in casa mia e hanno rubato il mio computer portatile, unico bene di valore. Conteneva tutti i miei scritti, ma questi erano in grande parte conservati anche altrove. Con l’eccezione dei Colloqui con Ratzinger. Fortunatamente, e per puro caso, avevo spedito via mail una versione testuale della farsetta, e sono stato in grado di recuperarla. Leggetela con la consapevolezza che si tratta di un’opera scampata per miracolo alle bieche macchinazioni dei Servizi Segreti Vaticani. A loro vorrei dire, tra l’altro, che invece di ingaggiare degli hacker, io sono disponibilissimo ad essere corrotto con del denaro. Sul serio, possiamo trovare un accordo: ho un affitto da pagare.

Disclaimer: questa farsetta potrebbe offendere la tua sensibilità religiosa; puoi leggerla soltanto se prometti di non prendertela con me. Eccola: Colloqui con Ratzinger.

13 Settembre 2007

Ghost marketing

Vorrei trasferire l’intera iconografia e cronografia dell’apocalittica giudaica o cristiana in una campagna pubblicitaria, senza rinunciare agli ovvi giochi di parole, tipo “la fine del mondo”. In effetti, l’escatologia è una fantastica strategia di marketing, e la Chiesa ne sa qualcosa. Ma esiste anche in economia, si chiama ghost-marketing, e consiste nel creare l’attesa per un prodotto che ancora non c’è (vedi il telefonino della apple). Ghost da Holy Ghost, suppongo.

11 Settembre 2007

R-Day

Se questa è Weimar, allora Beppe Grillo è il nostro Hitler.

(La cosa può aiutarvi a decodificare il titolo: una parola, nove lettere. Un premio al primo che indovina. Per il resto, vorrei non capire e invece capisco troppo bene il successo di un personaggio come Grillo, e mi rassegno.)

11 Settembre 2007

Legge e libertà di espressione /1

Per riflettere sulla libertà di espressione dovremmo forse iniziare col definirne il primo termine: un termine apparentemente trasparente e invece opaco, un termine molto usato o meglio abusato: il concetto di libertà. Nella lingua comune, chiamiamo “libero” colui che non obbedisce a nulla, che agisce secondo la propria volontà, senza interferenze esterne. E qui ci sarebbe senz’altro da discutere ancora, per capire se sia possibile davvero essere liberi, o se la volontà sia invece sempre il prodotto di un’interferenza. Ma ben oltre questo dilemma psicologico e morale, la libertà ha anche un’ambiguità politica. Addirittura, potremmo dire che nel sistema politico che noi conosciamo come democrazia, nel sistema politico nel quale viviamo, il concetto di libertà ha un senso rovesciato.

Perché in fondo la libertà di un soggetto democratico consiste nella sua obbedienza alla legge; è l’obbedienza alla legge che garantisce la libertà. Questa idea si trova già nel pensiero medievale, che la consegna alla filosofia politica moderna e illuminista. Tommaso d’Aquino aveva colto l’esistenza di un rapporto tra la legge e la libertà, un rapporto di filiazione della libertà dalla legge. Questo è forse il fondamento ideologico dello stato di diritto, e lo stato di diritto è il nucleo della democrazia. Il voto è soltanto il momento spettacolare della democrazia, o meglio, proseguendo la metafora botanica, potremmo considerarlo come una semplice buccia: bella d’aspetto e buona a proteggere. Ma ciò che definisce lo stato democratico è proprio questa normazione universale, razionale, astratta - che considera tutti uguali e garantisce a tutti lo stesso trattamento, garantisce la libertà nella sottomissione alla legge. E’ il principio per il quale si obbedisce alla legge per non dovere obbedire a nessun uomo. La legge è sovrana, dicevano gli antichi. E soltanto la legge può porre fine al conflitto permanente, alla guerra di tutti contro tutti.

Quando parliamo di libertà d’espressione, allora, non dobbiamo dimenticare questo: ovvero che se libertà è la sottomissione alla legge, e questa sottomissione è la garanzia che non si sarà sottomessi a nient’altro se non alla legge, allora anche la libertà d’espressione potrà, o dovrà, essere intesa entro questi limiti, in un significato “tecnico” di libertà che ci costringerà forse ad abbandonare l’idea un po’ infantile (e irresponsabile) della democrazia come grande asilo nido nel quale tutto è concesso, nel quale il concesso diventa obbligatorio. Perché se le parole sono atti, se le parole hanno un valore, se le parole sono capaci di trasformare la realtà - e noi vogliamo, crediamo che le parole abbiano questo potere - ed è per questo che le teniamo in grande considerazione - allora le parole, come tutti gli atti, come tutti gli atti politici, come tutto ciò che fa parte del mondo, fanno parte anche di ciò su cui è possibile legiferare, qualora esse rechino danno. Le parole possono colpire, ferire, cambiare, trasformare. E non mi riferisco a una nonnina offesa da una bestemmia, ai bigotti inoffensivi di casa nostra: penso alle polveriere sempre più diffuse dei conflitti etnici e religiosi. Lì dove una parola di troppo è come un dito sul grilletto.

Se studiassimo la storia della censura con meno superficialità, ci accorgeremo forse di come essa sia stata più spesso uno strumento di amministrazione civile che di repressione politica. Pur senza rimpiangerla, possiamo intuirne la necessità. Ma ci basta guardare all’attualità, all’attualità così poco moderna che ci circonda, che la modernità la circonda, la divora, la inghiotte poco a poco. Lì dove le parole contano ancora, pesano come macigni. Lì nel conflitto permanente. Sarà il caso di essere gli ultimi giapponesi della libertà di espressione in un mondo nel quale una vignetta di troppo può provocare una sommossa? O forse questa ostinazione è soltanto un’altra forma di fondamentalismo, il fondamentalismo illuminista? Forse dovremmo semplicemente lavorare a una concezione più matura di libertà.

5 Settembre 2007

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* dove narro la fine *