Gorboduc o dell’entropia
7 novembre 2009
Gorboduc era un buon re, e Porrex e Ferrex dei buoni figli, ma fecero l’errore di dare ascolto agli adulatori piuttosto che ai saggi consiglieri. Così Gorboduc decise — contro natura, contro il diritto, contro la consuetudine — la separazione del regno, che era poi la Britannia: una parte a Porrex e l’altra a Ferrex. Ma come può un solo corpo obbedire a due teste? Dal tragico errore s’innescò il meccanismo tragico. Porrex e Ferrex, temendo ciascuno che l’altro aggredisse per primo, come nel dilemma del prigioniero e nella teoria dei giochi, un po’ spinti dalla paranoia e un poco dall’ambizione, finirono per farsi la guerra, e allestire arsenali atomici per assicurarsi la reciproca distruzione. Ferrex venne ucciso da Porrex, e Porrex dalla madre, e così in un baleno fu la guerra civile. Il popolo si macchiò d’un crimine più orrendo del fratricidio e del figlicidio, parola che peraltro non esiste: il regicidio, uccidendo Gorboduc e la regina. Allora il saggio consigliere del Re, uomo di buona volontà, ordinò il massacro degli insorti; e senza pietà, poiché non esiste ragione che giustifichi i sudditi a contestare il sovrano, con pensieri con parole e tanto meno con la spada. Ma intanto qualche nobile si montò la testa, un po’ per ambizione e un poco per paranoia, e il duca d’Albania — ovvero di Scozia — mosse il suo esercito per conquistare il trono vacante. In questo deserto di rovine e distruzione, il Parlamento è pronto a intervenire, ex machina…

Gorboduc di Thomas Norton et Thomas Sackville è considerata come la prima tragedia della storia inglese, e sarà giusto iniziare da qui per condurre non tanto una storia politica del teatro, quanto piuttosto una storia teatrale del politico, che vedremo dove ci porterà. Una storia delle idee che porteranno al Leviatano di Thomas Hobbes — ovvero alla teoria della rappresentanza e allo stato moderno — deve senz’altro passare da questo dramma per mezzo del quale due parlamentari e studiosi di diritto, vicini alla corte, intendevano avvertire Elisabetta I, sovrana da tre anni, dei terribili rischi che correva un regno senza erede legittimo.
Elisabetta si lasciò volentieri avvertire, accettando che lo spettacolo venisse rappresentato in sua presenza nel gennaio 1562, interpretato dai giuristi del College di Whitehall. Di fatto, lasciò che s’aggirasse il decreto del 16 maggio 1559, che proibiva gli spettacoli a tema politico e religioso. Il contesto (un manipolo di giuristi e una regina) suggerisce la dimensione pienamente politica di una simile rappresentazione, e questo ben oltre l’ovvia sua finalità di persuasione: se Gorboduc ha la forma di una dimostrazione drammatica della validità di certe teorie, la sua messa in scena finisce per costituire un’arringa rivolta ufficialmente e direttamente — fuori dalla scena, dall’interno della scena — alla regina. Il dramma è fatto di parole, con abbondanti eccessi didascalici e allegorici, e i terribili fatti di sangue vengono solo riportati dai messaggeri. I buoni consiglieri e i cattivi consiglieri enunciano le loro posizioni, pro et contra, ed è l’esito drammatico a fornire la forma del teorema, la morale della favola: “Ecco ciò che accade, vedete, quando il principe, colto dalla morte o da un male improvviso, non dispone d’un erede certo, diciamo un erede che non solo sia legittimo, ma che come tale sia noto al regno” (V, II). Quod erat demonstrandum.

A parte l’evidente riferimento alle conseguenze della condotta virginale della regina, e il garbato invito a darla via, Norton e Sackville stanno enunciando una teoria politica sull’indivisibilità del potere sovrano, quella stessa che ritroveremmo da Hobbes in forma di larvata confutazione della dottrina papista delle due spade, anche nelle variante bellarminiana della potestas indirecta. Si potrebbe forse avanzare il sospetto (forse inedito, forse immotivato) che Gorboduc sia una tragedia anglicana, tragedia del potere scisso ovvero della monarchia insidiata dal potere ecclesiastico: ipotesi davvero curiosa, dal momento che i due autori sono (secondo le cronache) un calvinista e un simpatizzante cattolico… Bisogna credere che il problema dell’ordine civile fosse prioritario, che un parlamentare inglese non potesse essere altro che “anglicano”, e tutto il resto nient’altro che decorativo. Ma la portata politica dell’opera di Norton e Sackville è molto più vasta e generale. Se ogni tragedia è una forma di entropia, che spiega l’origine del caos da una condizione d’ordine e da un evento scatenante, allora Gorboduc è effettivamente la tragedia originaria della modernità — o meglio la tragedia che la teoria politica moderna intende arginare.
Come in Hobbes, un secolo più tardi, il male assoluto è la guerra civile (lo Stato moderno, in un certo senso, non è altro che la tecnologia politica intesa risolvere il problema della guerra civile). Come in Hobbes, al cuore di tutto il sistema stanno la paura e il desiderio (di cui l’ambizione è una specie, cf. Lev. VI, 24). Come in Hobbes, l’unico argine al male che naturalmente si scatena dal libero gioco di queste passioni è il monopolio del potere. Come in Hobbes, è un patto indissolubile, stabilito chissà quando, che lega i sudditi al sovrano (V, 2: ma gli storici fanno iniziare il dibattito sul contrattualismo qualche anno dopo, con un testo ugonotto anonimo del 1579, Vindiciae contra tyrannos). Come in Hobbes, l’obbedienza al sovrano deve essere cieca e assoluta (cf. ad esempio Lev. XXX, 9). Il lettore contemporaneo potrà essere urtato da questa concezione totalitaria — direbbe lui — dell’obbedienza politica, ma nel contesto il suo senso è di chiudere ogni spiraglio ai tentativi della Chiesa (e ad ogni “coscienza individuale” al soldo di un secondo potere) di scavalcare il sovrano.

Entropia, dunque, o fuoco, braciere, come ripetono continuamente i personaggi della tragedia per descrivere il contagio della violenza, cioè questo misto di paura e desiderio di cui oggi solo il vecchio René Girard osa parlare davvero. L’ignoranza di questa verità del potere — custodita nella natura, nel diritto e nella consuetudine — è la molla della tragedia. Re Gorboduc, di carattere debole, s’inganna quando afferma: “Non ho ragione di pensare che ci sia qualcosa da temere dalla natura dei miei figli affezionatissimi” (I, 2). Re Gorboduc ignora la legge inesorabile della paura e del desiderio, e perché non s’inganni anche Elisabetta le si presenta la dimostrazione in forma di dramma. Gorboduc è lo Speculum principis delle brame elisabettiane, avverte il Coro, nel quale i sovrani “apprenderanno come non cadere” (I, 2). Il meccanismo che scatena il disordine tiene tutto nelle parole del saggio consigliere, parole che qualcosa insegnano persino su noialtri che siamo — non dimenticate la fraternité — una folla di Ferrex e Porrex:
Tanta è nel cuore dell’uomo la passione di regnare, tanto è il desiderio di raggiungere la vetta per interpretare sulla scena del mondo i primi ruoli, che lealtà, giustizia e affetti naturali, tutto sparisce di fronte al desiderio di essere sovrano, là dove un rango uguale dona una speranza uguale di conquistare ciò che ognuno vorrebbe. (I, 2)
Norton e Sackville non si risparmiano il riferimento alla consueta (ma non ancora) scena del mondo, e dunque al teatro come modello dei rapporti sociali e politici: scrivono proprio “worldly stage”, due anni prima della nascita di William Shakespeare. Nel Damon and Pythias di Richard Edwards (1564), questa immagine è attribuita (impropriamente, si suppone) a Pitagora. Perciò faremo ancora attenzione a un ultimo dettaglio. Quando il consigliere del re proclama che “Chi indossa la corona non ha bisogno di alcun diritto, né nulla che dimostri attraverso una lunga discendenza il lignaggio che attesta la legittimità del proprio regno” (V, 2), ciò che noi intendiamo è che la forza fa la legge, e inoltre che questa forza è innanzitutto una messa in scena, una liturgia. La posta in gioco della teoria politica moderna sarà di andare oltre a questa terribile e oramai inevitabile confusione tra sovranità e imitazione della sovranità; confusione inevitabile dal momento che l’unico potere capace di formulare la distinzione, il potere papale, deve essere evacuato per garantire l’ordine civile. Qual è allora la verità del potere? Cosa lo distingue da un semplice spettacolo? Il problema, all’alba della modernità, è fondare la rappresentanza altrove che nella semplice rappresentazione.
Nessuno più crede, alla corte di Gorboduc e di Elisabetta, che vi sia un potere naturalmente legittimo, e dunque garantito dall’unzione dei sacerdoti, e tuttavia tutti sanno che un potere unico e indivisibile e preferibilmente nazionale è necessario, a costo di essere solo una convenzione. La costruzione di una convenzione stabile, attraverso il mito del contratto, sarà appunto il lavoro di Hobbes, ma è un lavoro che l’opera di Norton e Sackville mostra essere già a buon punto — con un secolo di anticipo.
Commenti
arsenali atomici nel nel gennaio 1562?
se ben ricordo, già platone disse che è preferibile un tiranno a trenta. in realtà mi chiedo perchè, visto che un solo uomo puo essere pazzo e pericoloso quanto dieci o mille. perchè scrivi “il speculum”?
Il speculum? Si tratta ovviamente di una citazione del trattato De Cacophonia, che i lettori più arguti avranno colto… Tuttavia accetto di correggere l’orrore.
Superbo post.
Mi occorre una rilettura più approfondita per recuperare alcuni temi girardiani e discuterli qui insieme.
Uno – che qui mi sembra assente o velatamente presente – è il tema del Degree (vedi il discorso di Ulisse in Troilo e Cressida).
Il tema non mi dice nulla, d’altronde ahimè non ho letto T&C. Dammi qualche pista!
Vedi di R. Girard, «La violenza e il sacro», cap. II, “La crisi sacrificale” (pag. 74 e seguenti prima serie saggi Adelphi 1980) ove viene analizzato il celebre discorso di Ulisse sulla funzione del “Degree” nella comunità umana. Leggiamo «Degree, gradus, [gerarchia] è il principio di ogni ordine naturale e culturale. È questo a permettere di situare gli esseri gli uni rispetto agli altri, a far sì che le cose abbiano un senso in seno a un tutto organizzato e gerarchizzato». Quando il degree viene meno, quando la differenza viene abolita il rischio è il precipitare della comunità nella violenza reciproca. Come tu scrivi, appunto, «il meccanismo che scatena il disordine» si manifesta – come dice il saggio consigliere – «là dove un rango uguale dona una speranza uguale di conquistare ciò che ognuno vorrebbe».
Ma ti prego di cercare e leggere – facilmente anche in rete – cosa dice Ulisse-Shakespeare: «O, when Degree is shaked….». Sono convinto che dopo tal lettura comporrai un post altrettanto notevole.
Molto interessante, si tratta evidentemente del punto: evidentemente La violenza e il sacro merita una rilettura… Per fortuna il sistema-Girard è così coerente che anche dimenticandone un pezzo lo si ricostruisce involontariamente. :) A questo punto bisognerebbe davvero riflettere sul tema della gerarchia nel discorso rinascimentale inglese, o europeo, per valutare se si possa dire che lo Stato moderno nasce necessariamente gerarchico. E tornando al teatro, uno dei prossimi episodi tratterà magari del rapporto tra ruoli sulla scena e ruoli nella società: vi siete mai chiesti se il re può essere un secondo ruolo, o meglio quando questo inizia a essere possibile?
se ci badi, la favola contiene spesso un messaggio più o meno opposto. ad es. è frequente la storia di un uomo che muore e lascia tre figli (o due, sette etc) tra cui divide i suoi beni (normalmente in parti ineguali) e di solito al più giovane lascia nulla o cose apparentemente prive di valore (es. il gatto. tra parentesi, la prima trascizione del gatto con gli stivali è praticamente coeva al dramma che citi). qui però come è noto sarà l’ultimo figlio a prevalere (in certi casi anche a scapito dei suoi fratelli, che muoiono cercando di superare la prova). bisogna notare che tra i fratelli non sempre c’è la guerra, ma sempre manca la collaborazione (per cui non rimettono mai insieme i beni lasciati dal padre, non lavorano mai insieme). in realtà spesso la favola e il dramma di riallacciano, perchè il figlio minore diventa re e i fratelli suoi vassali. in sostanza, pare che il popolo apprezzi la lotta di tutti contro tutti, che porta inevitabilmente ad un solo vincitore. ma questo vale soltanto quando il regno è ancora da conquistare. in seguito, diventa normale non dividere più i beni. la favola sembra quindi più antica del dramma, nata in un periodo in cui, non essendoci ancora lo stato, non aveva molto senso parlare di guerra civile. anzi non è così: è nata in un periodo in cui era ancora possibile conquistare qualcosa. e poi è rinata molto tempo dopo, con un nuovo significato di ascesa sociale.
Era una settimana che non passavo di qua e oggi mi ritrovo questo profluvio di post di grande qualità!
Questo, in particolare, è di un livello altissimo: un’analisi di un testo epocale della storia del teatro (ancorché abbastanza ignorato dagli addetti ai lavori…) di grandissimi acume e finezza; tanto che si può dire che sia quasi “sprecata” – ovviamente in ‘senso buono’ – per un blog.
Aggiungo che Luca Massaro mi ha anticipato rispetto all’intervento su Girard che mi era venuto in mente nel corso della lettura del post. Mi limito ad aggiungere che, a questo punto, per approfondire il discorso girardiano sul potere e sulla crisi del “degree”, più che “La violenza e il sacro”, va letto (o riletto) il libro su Shakespeare, “Il teatro dell’invidia”.
Credo che ‘pubblicizzerò′ questo post sul mio blog (sarà anche l’occasione per tornare a scriverci qualcosa dopo mesi di inattività dovuta a soverchianti impegni di lavoro..).
I miei più sinceri ed entusiasti complimenti!!!