Posologia della catarsi
10 gennaio 2010
La nostra epoca — o per meglio dire, quella spaventosa macchina da guerra nota come marketing culturale — ha risolto un antico dibattito, ovvero se l’arte debba dilettare o servire al bene comune. Ma facciamo finta per un attimo che l’arte non serva solo ad alienare unità di tempo libero, e che abbia invece un ruolo fondamentale nella regolazione della vita sociale. Che fare, allora, degli artisti irresponsabili che indicano ai giovani la strada della perdizione?

Innanzitutto, si dovrebbe stabilire, una volta per tutte, se l’arte sfoghi oppure alimenti le condotte che rappresenta. Schiere di sedicenti aristotelici hanno già la risposta pronta — sfoga! purga! purifica! — ma dovranno vedersela con avversari piuttosto agguerriti: dai pontefici romani che si opponevano alla costruzione dei teatri, come racconta Agostino, ad Agostino stesso, che non esita a parlare di una peste anzi di una pandemia, che non debilita i corpi ma i comportamenti, e del vizio che rischia di contaminare tutta la comunità (De Civitate Dei, I, XXXII), per arrivare fino a Jean Jacques Rousseau nella lettera sugli spettacoli, per il quale l’effetto generale del teatro è di “aumentare le inclinazioni naturali e dare nuova energia a tutte le passioni”. Sfortunatamente, pochi oggi sono coloro che prendono sul serio i pontefici romani e i filosofi cristiani o ginevrini, ricacciando piuttosto le loro osservazioni nel proverbiale pregiudizio anti-teatrale, “préjugé barbare” come scrive D’Alambert.
Invece sarebbe opportuno prendere sul serio entrambe le teorie — curativa e infettiva — e comprendere come hanno fatto a sopravvivere malgrado la loro insanabile divergenza. In che misura, sebbene contraddittorie, queste teorie dicono entrambe la verità?
Da sempre, le opposte teorie si confrontano: ai tempi delle guerre di religione, mentre negli editti reali il “cattivo esempio” era ancora definito come fonte di contaminazione (Stati di Orléans, 1560, art. XXIV), i drammaturghi già iniziano a prendersi per taumaturgi (“Une histoire advenue dedans Paris… Ce que pourra chacun inciter/ Suivre le bien, et le mal éviter”, Jean Bretog, Tragédie française à huit personnages traitant de l’amour d’un serviteur envers sa maitresse, et de tout ce qui en advint, 1571). Il Cinquecento è il secolo della riscoperta della Poetica di Aristotele, grazie tra l’altro ai commentarii di Pier Vettori, Giraldi Cintio, Giulio Cesare Scaligero, Alessandro Piccolomini, Lodovico Castelvetro; e altrove è un fiorire di prefazioni e prologhi un poco ipocriti, in cui gli autori vantano i meriti esemplari delle loro tragedie, mentre è ovvio che nella sala tutti s’aspettano soprattutto i fiumi di sangue.

È davvero suggestiva l’ipotesi omeopatica secondo la quale la rappresentazione parteciperebbe a neutralizzare l’esistenza di un certo fenomeno sociale; questo giustificherebbe la messa in scena di grandi quantità di oscenità, deviazioni, torture, orrori. Sfortunatamente, l’idea dell’arte come una spugna miracolosa che assorbe i mali della comunità non trova oggi molti riscontri empirici: al contrario, si ha notizia talvolta di qualche omicida di massa in pose da Old Boy. Va bene non esagerare il peso di simili fenomeni di emulazione, e tuttavia provano che avviene qualche tipo di trasmissione dalla finzione alla realtà. Almeno fin dai tempi di Goethe i giovani si ammazzano per imitare gli eroi letterari, e risulta davvero poco convincente l’ipotesi secondo cui sarebbero molti di più quelli che hanno deciso di non suicidarsi in seguito alla lettura del Werther. Ma in fondo chi può dirlo? Se poi in certi casi l’arte sfoga e in altri alimenta, da cosa dipende? Prendiamo un esempio caro ai nostri lettori: le donne nude. Come incide la loro esistenza di carta, pixel o celluloide sul bilancio libidinale della nazione? Calma i sensi o fa divampare i fuochi della passione? La risposta è nota a tutti noi blogger, frequentatori dei bassifondi della rete, costretti in uno stato di eccitazione permanente che ci rende aggressivi, intrattabili e terribilmente reazionari.
I sostenitori della teoria dello sfogo citano dunque Aristotele, ma dimenticano che il meccanismo catartico funzionava soprattutto perché al piacere si mescolavano timore e pietà: sfogato attraverso l’arte, è vero, lo spettatore si guardava però bene dall’imitarla e non s’ingenerava alcun circolo vizioso. La perfezione del meccanismo catartico consisteva appunto nell’associare — in modo quasi pavloviano — il piacere al timore, il nodo allo snodo, la causa tentatrice all’effetto ributtante. Attirare il pubblico dilettandolo con le più scabrose condotte e poi stenderlo con una morale terribile. Notava bene Rousseau: è necessario soddisfare la domanda poiché “l’autore che volesse urtare il gusto generale non comporrebbe presto per altri che per sé”. E già Lope de Vega argomentava sul ruolo essenziale del piacere del pubblico e concludeva che a tale fine “tutti i mezzi sono buoni”. Ma il solo piacere non realizza alcuna catarsi, al contrario. La trappola non scatta, la comunità non si purifica.

Il momento è catartico? Assolutamente no. Quale artista oggi prende la pena di condannare i suoi personaggi — insomma chi ha ancora il coraggio di scrivere operette moraliste o tragedie? Lo fece Brian De Palma con Scarface, ha cessato di farlo Quentin Tarantino; e tuttavia, cosa cambia? Saviano insegna: malgrado la fine tragica (o in sua virtù) Tony Montana è sempre un mito per piccoli e grandi delinquenti. Ma chissà, forse una dose di emulatori è fisiologica, forse sono proprio gli infiniti cattivi esempi che il cinema ci ha mostrato ad averci indirizzati sulla retta via, o forse semplicemente non sarebbe cambiato nulla.
Più probabilmente, l’arte si permette oggi di alimentare ipertroficamente ogni passione perché può anche soddisfarla, in un eterno circolo di consumi culturali dai quali dipendiamo sempre di più. Al modello catartico, insomma, si è sostituito il modello narcotico: il quale senza dubbio è in grado di contenere localmente il desiderio, ma risulta globalmente costoso in termini economici. Ogni sforzo umano e ogni idrocarburo bruciato tendono al soddisfacimento attraverso rappresentazioni di bisogni generati da rappresentazioni, al fine di arginare indefinitamente l’eruzione violenta dei nostri istinti malati.
Commenti
nelle Confessioni agostino dice, riguardo alla sua passione giovanile per gli spettacoli, che “a niuno piace di esser misero, bensì di essere misericordioso. la qual cosa, perchè non è senza dolore, forse per ciò solo si amano i dolori”. in sostanza, lo spettacolo suscita pietà e compassione, l’uomo ama sentirsi compassionevole, la sofferenza che sente non è quella degli attori (che sa essere falsa), ma quella derivante dalla sua stessa compassione. quindi è un compiacimento della propria sensibilità, quindi è falsa pietà, perchè merita più pietà chi gode del delitto che chi soffre per la perdita di un diletto. una notazione di un certa finezza, forse anche eccessiva. lo spettacolo non brucia le passioni cattive, ma stimola la nostra vanità. per me ad esempio è vera, io mi commuovo della mia delicatezza (o rido della mia arguzia etc).
Si potrebbe forse aggiungere un modello “narcisistico-narcotico”, nel passaggio dalla produzione artistica al sistema del consumo culturale. Dalla spinta creativa, si spera data non esclusivamente da fini mercantilistici, intimo bisogno di espressione e al contempo messa in gioco, donazione all’altro, e quello che succede alla creazione una volta nel nostro mondo globale.
Ricorderei oltre al dibattito funzione dilettevole vs. esemplare, il momento in cui si è pensato all’arte come luogo di una ricerca autoreferenziale volta all’eterno perfezionamento, costretta a una costante avanguardia formale per elevarsi rispetto alle sue forme più “basse” della nascente industria culturale (Greenbeerg, “Avanguuardia e Kitsch”, 1939, http://www.sharecom.ca/greenberg/kitsch.html). Mezzo di elevazione, verso l’essenza, chiamala divino, chiamala pensiero, etc. Esclusivamente priva di alcuna imitazione del reale.
Ma a questo ci si è poi ribellati, poichè era evidente la ristrettezza del suo campo d’azione e l’inevitabile termine autodistruttivo. Si sono abbattute le barriere tra alto e basso, uscendo dal quadro, usando i prodotti del marketing culturale e i loro scarti, concependo un’arte come pungolo sociale, come mezzo sensoriale per far scaturire metadiscorsi, riflessioni critiche e sensazioni non quotidiane.
Giustamente poi la rivoluzione si è mischiata all’espressione intima, all’immaginifico e alla citazione, il concetto alle possibilità delle nuove tecnologie. Così nell’immensità e nella poliedricità di una produzione ormai velocemente e globalmente nota, il sistema del “tempo libero” ha trovato foraggio per alimentare un vasto consumo culturale. Sostanzialmente sedativo, se ingerito in grande quantità, a mente spenta o troppo occupata, senza pause di approfondita degustazione tese alla comprensione dell’atto e del momento.
PS: se pubblichi questi articoli mi istighi praticamente a risponderti…e poi guarda che robe vengon fuori :P
io ho letto il saggio di tolstoj che mi pare sintitoli “Cos’è l’arte”, e lui in sintesi dice che la vera arte è, e può essere solo religiosa, nel senso che nell’arte vera si unisce il sentimento provato (ed espresso) dall’artista con quello dell’osservatore. quindi l’arte stabilisce un legame . aggiunge pure che l’arte può essere appunto vera;, quando esprime un sentimento vero, buono
falsa, quando esprime sentimenti falsi, cattivi, priggionieri, non provati direttamente, mutuati, usati a pretesto per altri scopi, tipo fare i soldi, farsi belli, poca voglia di lavorare etc.,
Gran parte del saggio è speso a demolire la produzione artistica in genere, che generalmente, invece del sentimento religioso, comunica tre cattive cose che sono, superbia vanità e libidine sessuale.
Comunque anche se uno magari non è d’accordo, credo faccia bene a leggerlo il libro di tolstoj , perchè instilla una giusta diffidenza verso l’arte contemporanea in genere, sia chiaro parliamo di quella dopo il milleduecento. Anche io per dire, al al cinema , lì al buio, su quella poltroncina, mi sono sentito sempre un coglione, adesso poi con gli occhiali treD
ciao,