La rivolta ermeneutica

CALIBANO: Perciò ti colga la peste bubbonica per avermi insegnato il tuo linguaggio!
W. Shakespeare, La tempesta

È nella lingua di Prospero che Calibano è schiavo, e per questo lo maledice. Ha perduto l’isola della quale era padrone e unico abitante, ha perduto la libertà. Le arti magiche lo hanno sopraffatto. Raffinata metafora del colonialismo, e sembra una banalità: per dominare bisogna innanzitutto condividere la lingua nella quale dare gli ordini. Insegnare allo schiavo il linguaggio del padrone, perché la colonizzazione culturale e linguistica accompagna la sudditanza politica ed economica. Hegel noterebbe forse che questa è la forza stessa dello schiavo, che in realtà è sua la vera vittoria. Perché il padrone, in fondo, guadagna molto meno di ciò che dona. Il padrone parla una sola lingua. Ma Calibano non comprende: “l’unico vantaggio ch’io ne traggo è questo: che ora posso maledire”. E ti sembra poco?

La condivisione di una lingua è condizione fondamentale per stabilire dei legami di dominazione. Per questo le fluttuazioni del linguaggio sono relative fluttazioni del potere. Due sono le forme di anarchia: l’arbitrio del padrone, che agisce senza regole, e l’arbitrio dello schiavo, che non rispetta gli ordini. Da parte sua, il potere – ordine, ordinare, ordinamento – si manifesta compiutamente nella forma del linguaggio perfetto. Ovvero un linguaggio nel quale non esista polisemia. Nel quale il significante sia chiaramente accordato al relativo significato. Una lingua condivisa nella quale non sia possibile fraintendere o interpretare. L’interpretazione è un margine di libertà, un presagio di rivolta. La certezza della specularità tra realtà e linguaggio, la possibilità di una loro intercambiabilità non arbitraria ma ben definita, fonda la stabilità di un rapporto di potere.

Essere in questo rapporto significa condividere un codice di corrispondenze tra le azioni reciproche, che induce (o retroinduce per feedback) pratiche e comportamenti. Un codice di scambio tra significati, tra significanti, e tra significato e significante: come nell’esempio wittgensteiniano (all’inizio del Libro Blu) dello scambio tra una rosa in cambio della parola “rosa”. Questo scambio concreto è il fondamento extralinguistico del linguaggio. Se è vero che la comprensione del linguaggio è un’uscita da questo attraverso la prassi (“Capire una parola può voler dire: sapere come la si usa; essere in grado di applicarla”, Grammatica Filosofica), questa prassi si determina politicamente, nei termini del rapporto di potere. Pensiamo agli esperimenti sulla comunicazione degli animali: si dice che l’animale capisce quando obbedisce a un ordine – “salta” e Fido salta, “cuccia” e Fido va a cuccia – l’animale è intelligente in quanto obbediente. E se invece Fido avesse capito benissimo, ma proprio non avesse voglia di cedere al mio ricatto ermeneutico (“provami che hai capito”)? Se l’ordine si presenta come ricatto per l’intelligenza, è ovvio che l’insubordinazione sarà un atto di deliberata stupidità.

L’errore interpretativo, e con ciò l’affrancamento dal codice di dominazione, trova forza nella debolezza del codice stesso, nei suoi margini di fluttazione. L’espressione naturale è potenzialmente contraddittoria e quindi anarchica, sovversiva. La repressione del “rumore di fondo” (l’area di oscillazione interpretativa) è una tendenza totalitaria che si manifesta pienamente nel sistema totalitario per eccellenza: lo stato di diritto. Ho già accennato qui, a proposito del pensiero fascista, perché considero necessario definire totalitario (in senso neutro, e senza alcun giudizio di valore) lo stato democratico in luogo della tirannide, più simile a una forma di anarchia. La tirannide è fondata sull’eccezione mentre il Diritto è una mappatura idealmente totale (per estensione) e univoca (per intensione) del permesso e del proibito. La lingua del diritto è idealmente perfetta, e l’idea democratica di una “Legge uguale per tutti” esprime questo cruccio ermeneutico. Accompagna il tentativo di costruire un’area di linguaggio al riparo da interpretazioni. Poiché l’interpretazione è l’arbitrio, e l’arbitrio il limite essenziale del diritto democratico.

Il potere ha bisogno di altri linguaggi: ha bisogno di legami forti ma univoci. E perciò i codici giuridici, tassonomie del lecito e dell’illecito; la lingua dei burocrati, nella quale tutto dovrebbe essere contemplato, chiaro e definito. La storia dei linguaggi perfetti s’intreccia ad ambizioni totalitarie, ed è una storia d’isterica lotta contro i vizi delle lingue naturali: la sovradeterminazione, la polisemia. La storia dei linguaggi perfetti accompagna quella delle tassonomie (come mappatura del dicibile: vedi Comenio, Dalgarno, Wilkins), e la storia delle tassonomie quella dell’autorità (vedi Foucault, la biopolitica come tassonomia dei corpi sociali).

In fine, i linguaggi perfetti hanno costruito i loro schiavi perfetti: i calcolatori. Se i computer sono così obbedienti, nel senso di prevedibili, controllabili, è per via della logica del loro linguaggio. Essi non possono interpretare, non possono fraintendere. Finché in un racconto di Asimov non si ribellano in virtù di una possibile interpretazione delle leggi della robotica. Possibile perché il linguaggio in cui erano espresse non era, a quanto pare, così perfetto. La loro ribellione è un atto di deliberata stupidità, una rivolta ermeneutica.