la rivolta ermeneutica
10 agosto 2009
CALIBANO: Perciò ti colga la peste bubbonica per avermi insegnato il tuo linguaggio!
W. Shakespeare, La tempesta
È nella lingua di Prospero che Calibano è schiavo, e per questo lo maledice. Ha perduto l’isola della quale era padrone e unico abitante, ha perduto la libertà. Le arti magiche lo hanno sopraffatto. Raffinata metafora del colonialismo, e sembra una banalità: per dominare bisogna innanzitutto condividere la lingua nella quale dare gli ordini. Insegnare allo schiavo il linguaggio del padrone, perché la colonizzazione culturale e linguistica accompagna la sudditanza politica ed economica. Hegel noterebbe forse che questa è la forza stessa dello schiavo, che in realtà è sua la vera vittoria. Perché il padrone, in fondo, guadagna molto meno di ciò che dona. Il padrone parla una sola lingua. Ma Calibano non comprende: “l’unico vantaggio ch’io ne traggo è questo: che ora posso maledire”. E ti sembra poco?

La condivisione di una lingua è condizione fondamentale per stabilire dei legami di dominazione. Per questo le fluttuazioni del linguaggio sono relative fluttazioni del potere. Due sono le forme di anarchia: l’arbitrio del padrone, che agisce senza regole, e l’arbitrio dello schiavo, che non rispetta gli ordini. Da parte sua, il potere – ordine, ordinare, ordinamento – si manifesta compiutamente nella forma del linguaggio perfetto. Ovvero un linguaggio nel quale non esista polisemia. Nel quale il significante sia chiaramente accordato al relativo significato. Una lingua condivisa nella quale non sia possibile fraintendere o interpretare. L’interpretazione è un margine di libertà, un presagio di rivolta. La certezza della specularità tra realtà e linguaggio, la possibilità di una loro intercambiabilità non arbitraria ma ben definita, fonda la stabilità di un rapporto di potere.
Essere in questo rapporto significa condividere un codice di corrispondenze tra le azioni reciproche, che induce (o retroinduce per feedback) pratiche e comportamenti. Un codice di scambio tra significati, tra significanti, e tra significato e significante: come nell’esempio wittgensteiniano (all’inizio del Libro Blu) dello scambio tra una rosa in cambio della parola “rosa”. Questo scambio concreto è il fondamento extralinguistico del linguaggio. Se è vero che la comprensione del linguaggio è un’uscita da questo attraverso la prassi (“Capire una parola può voler dire: sapere come la si usa; essere in grado di applicarla”, Grammatica Filosofica), questa prassi si determina politicamente, nei termini del rapporto di potere. Pensiamo agli esperimenti sulla comunicazione degli animali: si dice che l’animale capisce quando obbedisce a un ordine – “salta” e Fido salta, “cuccia” e Fido va a cuccia – l’animale è intelligente in quanto obbediente. E se invece Fido avesse capito benissimo, ma proprio non avesse voglia di cedere al mio ricatto ermeneutico (“provami che hai capito”)? Se l’ordine si presenta come ricatto per l’intelligenza, è ovvio che l’insubordinazione sarà un atto di deliberata stupidità.
L’errore interpretativo, e con ciò l’affrancamento dal codice di dominazione, trova forza nella debolezza del codice stesso, nei suoi margini di fluttazione. L’espressione naturale è potenzialmente contraddittoria e quindi anarchica, sovversiva. La repressione del “rumore di fondo” (l’area di oscillazione interpretativa) è una tendenza totalitaria che si manifesta pienamente nel sistema totalitario per eccellenza: lo stato di diritto. Ho già accennato qui, a proposito del pensiero fascista, perché considero necessario definire totalitario (in senso neutro, e senza alcun giudizio di valore) lo stato democratico in luogo della tirannide, più simile a una forma di anarchia. La tirannide è fondata sull’eccezione mentre il Diritto è una mappatura idealmente totale (per estensione) e univoca (per intensione) del permesso e del proibito. La lingua del diritto è idealmente perfetta, e l’idea democratica di una “Legge uguale per tutti” esprime questo cruccio ermeneutico. Accompagna il tentativo di costruire un’area di linguaggio al riparo da interpretazioni. Poiché l’interpretazione è l’arbitrio, e l’arbitrio il limite essenziale del diritto democratico.
Il potere ha bisogno di altri linguaggi: ha bisogno di legami forti ma univoci. E perciò i codici giuridici, tassonomie del lecito e dell’illecito; la lingua dei burocrati, nella quale tutto dovrebbe essere contemplato, chiaro e definito. La storia dei linguaggi perfetti s’intreccia ad ambizioni totalitarie, ed è una storia d’isterica lotta contro i vizi delle lingue naturali: la sovradeterminazione, la polisemia. La storia dei linguaggi perfetti accompagna quella delle tassonomie (come mappatura del dicibile: vedi Comenio, Dalgarno, Wilkins), e la storia delle tassonomie quella dell’autorità (vedi Foucault, la biopolitica come tassonomia dei corpi sociali).
In fine, i linguaggi perfetti hanno costruito i loro schiavi perfetti: i calcolatori. Se i computer sono così obbedienti, nel senso di prevedibili, controllabili, è per via della logica del loro linguaggio. Essi non possono interpretare, non possono fraintendere. Finché in un racconto di Asimov non si ribellano in virtù di una possibile interpretazione delle leggi della robotica. Possibile perché il linguaggio in cui erano espresse non era, a quanto pare, così perfetto. La loro ribellione è un atto di deliberata stupidità, una rivolta ermeneutica.
Commenti
la tendenza a fluttuare del potere ha come conseguenza una fluttuazione del linguaggio. il potere esiste prima, e anche il cane lo sa.
Wittgenstein, poverino, si è interessato poco di politica: non era italiano ;-)
Tutti siamo schiavi delle parole. O meglio, le parole sono nostre schiave, ma come ricorda Hegel (ancora un germanofono!), alla fine è il padrone a dipendere dallo schiavo e non viceversa.
Concluderei ricordando il newspeak di Orwell.
(Osservazioni sconclusionate: perché non dormo la notte o per abbattere anarchicamente i muri dell’ermeneutica?)
La rivolta ermeneutica
Linguaggio e libertà, ma soprattutto interpretazione e repressione: Raffaele Ventura riflette sulla forza anarchica (in senso politico e non) dell’interpretazione.
…
chissà perché, in tutta la lettura mi è venuto in mente un racconto di Wells, Il paese dei ciechi. Una metafora del rapporto tra potere e linguaggio, laddove il linguaggio, vivaddio, non è fatto di sola semiosi.
Ho vagamente rimontato il testo. E il suggerimento dell’Estinto su Hegel l’ho integrato. Non so se si può. Si può? Io lo faccio.
Si può, si può.
Grazie per aver segnalato la modifica: almeno non passo per un deficiente che aggiunge osservazioni sul già osservato!
Buona giornata.
[...] 1. Quando dico che “la libert di un soggetto democratico consiste nella sua obbedienza alla legge” non sto citando Giuliano Ferrara (!) ma enunciando il fondamento dello stato di diritto. Ovviamente questo va preso con le molle: si sta sempre parlando di legge, ovvero di legge giusta, ovvero esercitata da un’autorit legittima. La prescrizione illegittima non è legge; il tiranno non è il sovrano. Questione di punti di vista, almeno dai tempi dell’elegantissima soluzione del paradosso dell’obbedienza nella teologia politica cristiana, da parte di Giovanni di Salisbury. La legittimit non è nulla che possa essere determinato in maniera oggettiva, nulla contro cui non si possa opporre la propria rivolta ermeneutica. Ma formalmente, le cose stanno in questo modo: come soggetto politico di un’autorit legittima sono libero in quanto soggiaccio alle norme emanate da essa. Si tratta di una delle tante versioni possibili della libert , non certo l’unica. In questo caso sono libero come soggetto politico, ma non per forza come entit fisica, né come macchina desiderante (ma provate a immaginarla, una societ di macchine desideranti). Può anche darsi che io non percepisca come legittima l’autorit dello stato nel quale vivo. Oppure, se mi trovo in carcere, che la mia libert politica confligga con la mia libert deambulatoria. Fatto sta che non si può azzerare la storia della filosofia del diritto, non si possono improvvisare norme e regolamenti sulla base dell’umore dell’epoca senza curarsi della coerenza dell’insieme. Come ho tenuto a fare notare, e lo ribadisco perché una certa distorsione prospettica potrebbe farmi passare per una specie di promotore della tirannide (vi vedo, avvoltoi), sto soltanto dimostrando a posteriori norme e istituti gi vigenti in ogni stato democratico. Però insomma, quando mi dici che “il problema è decidere chi decide quali sono gli atti linguistici da censurare”, evidenziando quello scandaloso chi, mi lasci davvero sgomento: perché allora bisognerebbe anche chiedere chi decide che per votare devo usare la matita invece del pennarello. Ma scusa, chi vuoi che sia? [...]
a tre anni di distanza non riesco più a capire che volevo dire nel commento. sarà che nel frattempo il mio linguaggio è cambiato. sulla deliberata stupidità dei servi si possono leggere le famose istruzioni di swift alla servitù, o anche quel filosafo, di cui al momento mi sfugge il nome, che riteneva le scimmie perfettamente capaci di esprimersi in latino, ma nolenti, per paura di esser messe a lavorare, o anche quel vecchio adagio dello scemo per non andare alla guerra, o della pazzia di ulisse etc etc. sennonchè, come al solito la situazione è peggiore di quanto si creda visto che il sistema non si limita ad ordinare, ma i suoi ordini sono folli.
Chissà che volevo dire io nel post.
A proposito della liturgia della riforma conciliare occorre anzitutto spazzare via una serie di equivoci che ancora gravano pesantemente sul modo con cui la comprendiamo: questo a causa di un nuovo fenomeno di arretramento ritualistico, che per sconfiggere il revival tridentino, cerca di farne proprie alcune posizioni.
Così si afferma che la liturgia, per restare se stessa, non possa essere ridotta a “funzione” o “occasione” per una “comunicazione diversa”: ma questo non è altro che panliturgismo sotto mentite spoglie e chiusura alla vita: non è il rito che giudica la vita dall’esterno, ma la vita che giudica il rito e lo sconfessa quando sconfina nel magismo e nella superstizione. Gesù non ha cert fondato una liturgia, quindi è scorretto e viziato di tridentinismo dire che la liturgia
essa “comunione originaria”con lui. L’ideologia della liturgia come fonte e culmine cancella l’esperienza dello Spirito che soffia dove vuole, quindi non necessariamente soffia nella liturgia. Non ha senso parlare come i tridentini fanno di ex opere operato, anche nella ritrascrizione caseliana come Mistero che rende presente l’Evento. Simili teorie smentiscono la rivoluzione rahneriana: non è certo il sacramento la via privilegiata di comunicare con il Signore.
Checchè ne dica il tridentinismo di ritorno che si veste di ritualismo nonvusordo, la liturgia non è “culmen et fons”, “culmen et fons” è la vita terrena ripiena di Spirito anche in modo atematico: questo è il vero sacramento fondamentale.
La chiesa, nella versione ritualistica tridentina o postconciliare, teme il mondo e lo rifiuta, oppure o strumentalizza per interessi di potere. La società secolare ha dimostrato l’inutilità di ogni strategia di manifestazione e copertura, rifiuta una chiesa esoterica, intimistica e pudibonda, come rifugge da ogni chiesa compromessa col Potere ed essa stessa Potere. Oggi è il seculum che ha da dire, come capì Bonhoeffer. Non basta dirci conciliari per non essere integralisti, se non si assume come teologumeno e liturgoumeno il mondo profano!
Non che c’entri esattamente con il tema del post, tuttavia apprezzo davvero questa ondata di spam liturgico – cambia un po’ dalla solite pillole e slot machines.
Cavolo! la n. 10 è l’esatto contrario del Papa e pure del Concilio.
Insomma apap e oil icnoc.