Il senso delle parole

La versione italiana del fenomeno mondiale chiamato “nuova destra”, e comprendente aspetti disparati ma coerenti come il neoconservatorismo statunitense, il fondamentalismo cristiano, il revisionismo storico, in Italia ha un nome e un cognome: Silvio Berlusconi.

Davvero? Leggo solo ora questo articolo di Valerio Evangelisti pubblicato a fine 2009 su Carmilla, e mi stupisco ancora una volta della poca lucidità dell’eccellente romanziere, poiché come abbastanza noto il “fenomeno mondiale chiamato nuova destra” consiste nell’esatto opposto. Evangelisti sembra piuttosto volere parlare di neoliberismo. Ovviamente ognuno può chiamare “nuova destra” ciò che vuole, se la considera destra e nuova, e soprattutto se ha bisogno di un espediente retorico per terrorizzare il lettore. Il problema è che Evangelisti evoca con tono professorale una definizione errata, e bisogna concludere che sta facendo una strana confusione.

In effetti, la “nuova destra“, mondialmente associata al nome del francese Alain de Benoist, è caratterizzata da un generico anti-americanismo, anti-liberalismo e anti-modernismo. Ah. Spesso cattolica, non disdegna altri ripieghi identitari:  musulmani, pagani, eccetera. Uhm. Poco sensibile al nazionalismo — eredità ottocentesca — si vuole federalista oppure europeista in chiave anti-atlantista. Toh. In Italia (qui una bibliografia) sono vicini alla nuova destra personaggi come Franco Cardini e Massimo Fini, tutto fuorché berlusconiani. Pensa. Come hanno dimostrato le controversie che seguirono l’undici settembre 2001, la nuova destra si posiziona con certezza geometrica agli esatti antipodi dell’ideologia neo-conservatrice. Ops.

La cosa paradossale è che Evangelisti potrebbe quasi avere ragione ad ascrivere Silvio Berlusconi alla nuova destra. Ha quasi ragione perché ha quasi doppiamente torto: totalmente sulla nuova destra e in parte su Berlusconi. Da qualche tempo, in effetti, in seno al centro-destra pare sbiadito l’americanismo neo-conservatore e persino il liberalismo: Giulio Tremonti antimercatista articola il proprio pensiero economico attorno agli assi Dio, Patria e Famiglia, mentre il premier intrattiene cordiali frequentazioni orientali allo scopo (scrivono dei post-marxisti vicini alla nuova destra) “di sganciarsi dal giogo occidentale a dominanza statunitense”. Per giunta, da un paio di anni De Benoist scrive sul Giornale. Certo, questi sono frammenti d’ideologia che risultano da una politica incoerente come ogni politica reale, indeterminata come ogni politica di coalizione, e inefficace come ogni retorica populista, ma è innegabile la svolta.

Senza tema del ridicolo, Evangelisti afferma che chi non condivide la sua analisi “non dispone di strumenti critici storico-economici capaci di raggiungere il livello strutturale dei fenomeni”. A me pare che le sue posizioni siano semplicemente un’elaborata costruzione per affrancarsi dalla colpa d’essere un autore Mondadori. Ciò che colpisce è quanto sia facile produrre analisi prive di fondamento in materia d’ideologia, e quanto dunque sia vano un gioco — la discussione politica — la cui regola consiste sempre e soltanto nel cambiare le regole — ovvero il senso delle parole.