Il santo dandy

Quando nel Levitico, ¬†in Paolo o nel Corano leggo delle innumerevoli prescrizioni rituali, delle abluzioni, dei gesti formalizzati, dei paramenti, degli accessori, allora mi appare in visione¬†Lord Brummell. Lui mi dice che le religioni sono una forma di dandysmo. Io gli rispondo che il suo dandysmo √® solo una pallida imitazione, una secolarizzazione del modello della “vita bella” prescritto agli uomini nei testi sacri.

Il dandysmo √® la¬†santit√†¬†dei moderni. La santit√† √® il dandysmo dei predicatori, dei sacerdoti e dei giusti. Un modello che si realizza, scrive Paolo agli Efesini, mondando la propria vita da ogni cosa brutta: “dissolutezza, impurit√† di ogni genere… turpitudine, stupidit√†, scurrilit√† sconveniente…” Nel Levitico, le fondamentali regole dell’igiene corporea, ma anche dell’igiene sociale, vengono prescritte in onore del Signore. Nell’Islam il terzo pilastro della Sharia, dopo la sottomissione e la fede, √® fare ci√≤ che √® bello (Ihsan). Nelle parole del Profeta, “Ihsan √® credere in Dio come se tu Lo stessi vedendo. Ma se non riesci, allora ricorda che anche se tu non Lo vedi, Lui ti sta osservando”. Dio √® lo specchio in cui il santo si ammira. E viceversa, il santo √® lo specchio in cui Dio si ammira.

Sarebbe un errore parlare di vanit√†, perch√© la bellezza √® appunto il contrario della vanit√†: √® ci√≤ che conta sopra ogni cosa. La polis √® l’esito del perseguimento la bellezza; la bellezza √® ci√≤ che la protegge dalla peste. La confusione tra bellezza e vanit√† — e dunque lo svuotamento della bellezza, o la sua demoniaca mistificazione — √® una catastrofe oramai compiuta. E della quale Lord Brummell non pu√≤ dirsi innocente.