Forse perché nulla è
21 agosto 2010
Bisogna ammettere che tutto è diventato più semplice.
Le grandi catene di vendita al dettaglio, come la Fnac, propongono un settore «indipendente» in cui esporre artisti indipendenti veri e presunti, e sponsorizzano festival di musica indipendente. Lo slogan anticonformista della catena “Certifié non-conforme” nasconde come può la vera natura della Fnac: una multinazionale di 143 negozi, fondata nel 1954 da due militanti trotzkisti, che dal 1994 appartiene al gruppo PPR di François Pinault, leader mondiale del lusso e ingegnoso speculatore nel sistema dell’Arte Contemporanea. PPR è gruppo industriale con una coscienza etica, che nel 2009 ha permesso la diffusione gratuita in televisione e su YouTube del film Home di Yann Arthus-Bertrand, estetizzante denuncia degli effetti terribili dell’inquinamento, venduto in DVD nei negozi Fnac al prezzo stracciato di 5 euro. Tra gli scaffali della libreria al piano di sopra, si può sfogliare la Dialettica dell’Illuminismo in edizione economica e rileggere i passi in cui si sostiene che i prodotti industriali “sottomettono gli individui al potere totale del capitaleâ€.
Della fortuna di Adorno e Horkheimer scrive bene il curatore italiano Carlo Galli: la Dialettica dell’Illuminismo è diventato “oggetto di feticistico consumo culturale in ambiti di sinistra non-marxistaâ€, la cosiddetta controcultura. In termini straordinariamente simili viene descritta La società dello spettacolo di Guy Debord in una nota dell’editore Gallimard: “Questa infuocata opera di denuncia del feticismo della merce sembra essere stata essa stessa trasformata in feticcio”. La critica della merce sarebbe diventata essa stessa una merce? Continuamente ristampata in edizione tascabile fino all’ultima del 2008, la Dialettica dell’Illuminismo non può certo definirsi un best-seller, ma evidentemente ha un mercato nel quale raggiunge lo statuto di long-seller. Di più, questo mercato viene soddisfatto per mezzo di procedimenti del tutto industriali: economie di scala, divisione del lavoro, scadimento della qualità del supporto, distribuzione di massa. L’accessibilità del libro (per prezzo e distribuzione) ne fa un prodotto esemplare dell’industria culturale.

La dialettica dell’illuminismo, critica radicale dell’industria culturale e del capitalismo in generale, è pubblicata in Italia da Einaudi, storica casa editrice di sinistra fondata nel 1933 e acquistata nel 1994 dal gruppo Mondadori, il cui azionista di maggioranza è l’imprenditore e politico Silvio Berlusconi. Ma il grande capitale, di cui Berlusconi è senz’altro emblematico, non aveva secondo Adorno e Horkheimer l’unico scopo di sostenere il sistema esistente? La dialettica dell’illuminismo starebbe dunque anch’essa partecipando a sottomettere gli individui al potere totale del capitale, imponendo l’obbediente accettazione della gerarchia sociale, invece di svelarne la vera natura e annunciarne la dissoluzione?
Il meno che si possa dire è che nell’industria culturale qualcosa è cambiato: ciò che un tempo era prodotto e distribuito da case editrici indipendenti viene oggi direttamente venduto da grandi gruppi industriali, spesso indifferenti al contenuto politico dei prodotti su cui lucrano. La dialettica dell’illuminismo non è un caso isolato. Tra i paradossi più eclatanti, i libri di Naomi Klein (No Logo, The shock doctrine) sono pubblicati da Random House, il più grande editore mondiale. Da parte sua il gruppo editoriale Mondadori, lungi dallo stampare soltanto agiografie del suo azionista di maggioranza o elegie per l’economia di mercato, comprende nel suo vasto catalogo opere «per tutti i gusti», con una particolare attenzione per i «materiali radicali, ’scomodi’, non omologati» (dicono gli autori del collettivo Wu Ming).

Einaudi ha pubblicato Walter Benjamin, comunista utopista, Karl Marx, padre del comunismo, Antonio Gramsci, fondatore del Partito Comunista Italiano, Mario Tronti, teorico dell’operaismo, nonché Mao Tse-Tung, guida della Rivoluzione Culturale cinese. Mondadori ha pubblicato, per citare soltanto il titolo che parrebbe più inoffensivo, Le pietre di Venezia di Ruskin, con la sua critica radicale della società industriale. Tra gli autori contemporanei che pubblicano per il gruppo Mondadori, ci sono poi vari scrittori impegnati nella sinistra radicale come il collettivo Wu Ming, Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Giulietto Chiesa e Cesare Battisti, talvolta contestati per la mancanza di coerenza che la loro scelta editoriale rappresenterebbe. Persino Massimo d’Alema, esponente di spicco dei Democratici di Sinistra, ha pubblicato vari libri con Mondadori tra il 1995 e il 2002, negli anni in cui Silvio Berlusconi si dedicava all’attività politica vantando le sue virtù di “editore liberale” smentendo ogni accusa di “regime”.
Tra le pubblicazioni più rappresentative in questo senso della politica editoriale del gruppo Mondadori, accanto alle opere del Marchese de Sade, sono le opere del subcomandante Marcos, leggendario leader pop dei guerriglieri neozapatisti del Messico, e di Ernesto “Che” Guevara, icona dell’anticapitalismo rivoluzionario. Se Marcos proclama che “un altro mondo è possibile, diverso da questo supermercato violento che ci vende il neoliberismo”, la quarta di copertina di Giustizia Globale di Guevara recita, come se nulla fosse, forse perché nulla è:
Esiste un’alternativa alla globalizzazione selvaggia e al militarismo che stanno invadendo il pianeta? (…) La visione di un protagonista di quegli anni che ha lasciato in eredità il progetto di un mondo in cui non ci sarà più posto per lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, l’egoismo dei singoli e degli stati; il sogno di una trasformazione sociale che superi i limiti locali per arrivare a conquistare una liberazione universale.
Queste posizioni difficilmente coincidono con quelle dell’azionista di maggioranza del gruppo Mondadori, che ha sborsato 1,5 milioni di dollari nel 2005 per assicurarsi i diritti di traduzione per diciannove volumi di Ernesto Guevara, in seguito al successo del film I diari della motocicletta di Walter Salles. In fondo, perché mai privarsi di un prodotto tanto profittevole? Negli ultimi quattro anni, di e su Che Guevara sono stati pubblicati una cinquantina di libri, probabilmente più di quanti non siano stati pubblicati in tutti gli anni Sessanta.
Insomma, l’Industria Culturale è oggi capace di soddisfare nuovi tipi di domanda, che prima venivano considerati marginali e/o pericolosi. Gli altri gruppi editoriali non stanno certo a guardare: Rizzoli ha pubblicato nel 2001 un testo di riferimento del movimento altermondialista come Impero di Michael Hardt e Toni Negri, e nel 2009 l’antologia Viva la rivoluzione! Come dire no al potere, con testi di Robespierre, Bakunin e Mao. Una commentatrice sul sito di vendita online ibs.it lo descrive ingenuamente come “un libro per pochi”.
Se il consumatore culturale è convinto di appartenere a una minoranza illuminata, da parte sua l’imprenditore culturale è convinto che un prodotto culturale, in questo caso un libro, se pure veicolasse le più atroci minacce al sistema, sia del tutto innocuo. E bisogna credergli. Mai come oggi la conquista delle “masse critiche†é stata tanto forsennata, mai é stato tanto palese il processo di svuotamento e depotenziamento d’ogni significato. Heath e Potter nel loro The Rebel Sell mostrano bene come sia diventato proficuo il mercato della contestazione. Ne testimoniano film di successo come la trilogia Matrix (1999-2003, 1.623.967.842 dollari d’incasso) dei fratelli Wachowski, che raffigura la società come un’immensa cospirazione da combattere con le armi. Lenin aveva soltanto in parte ragione quando scriveva che il capitalista venderebbe la corda per impiccarlo: se é vero che la vende, nessuno penserebbe mai d’usarla. Se il capitalista venisse impiccato, non ci sarebbe più nessuno cui comprare la corda!
Il mercato della contestazione si rivela del tutto proficuo e con poche controindicazioni, ma è solo uno dei numerosi micro-mercati che l’industria è oggi in grado di soddisfare, assieme alla pornografia e le spiritualità farlocca. Se questo è vero per i gruppi editoriali, che curano attentamente la diversificazione delle identità delle singole case editrici che possiedono, lo è tanto di più per la grande distribuzione che lucra sulla coda lunga della domanda: in un megastore come la Feltrinelli o la Fnac è possibile comprare, ad esempio, Il manifesto di Unabomber di Theodore Kaczynski (Nuovi Equilibri, collana Eretica), in cui il matematico americano, autore di vari attentati, descrive la propria battaglia contro la società industriale. In un grande sito di vendita online come ibs.it si può andare oltre, acquistando Teozoologia. La scienza delle nature scimmiesche sodomite e l’elettrone divino di Jörg Lanz von Liebenfels, aberrante classico del nazionalsocialismo (Thule Italia, 2008).

E tuttavia ci sono ancora molti intellettuali per sostenere che l’industria culturale è ancora quella di Adorno e Horkheimer, se mai lo è stata, e molta industria culturale per continuare a vendere questa illusione, contro ogni evidenza, e senza temere di ridicolizzarsi:
Il capitalismo iperindustriale ha sviluppato le sue tecniche al punto che, ogni giorno, milioni di persone sono connesse simultaneamente agli stessi programmi di televisione, di radio o agli stessi videogiochi. Il consumo culturale, metodicamente massificato, non è senza effetti sui desideri e sulle coscienze. L’illusione del trionfo dell’individuo si stempera, mentre le minacce si addensano sulle capacità intellettuali, affettive ed estetiche dell’umanità . (Bernard Stiegler, «Le désir asphyxié, ou comment l’industrie culturelle détruit l’individu» in Le Monde diplomatique, juin 2004)

Commenti
scusa la critica, ma mi pare che il tuo punto sia ormai ben chiaro: sebbene molti si affannino ancora a tracciare una linea arbitraria tra un “dentro” e un “fuori”, in realtà non c’è più nessun fuori. tutto è assimilato (e non uso il termine “assimilato” a caso, visto che faccio riferimento alla tua serie di post sulla banlieu) al sistema. posizione largamente condivisibile peraltro. questo si è ben capito. quello che non ho ancora capito è: stai semplicemente esponendo un dato di fatto incontrovertibile, da cui non ti interessa trovare nessuna possibile via d’uscita (o meglio, più che non interessarti, ti sei reso conto che non esiste una via di uscita), o hai in mente una qualche alternativa a questo status quo?
Ribadisco che secondo me il problema qui sono le contraddizioni performative in cui rischiamo continuamente d’incorrere. Queste fanno male al linguaggio, lo svuotano, gli tolgono significato. Trasformano la parola in un grugnito. Non credo che possiamo effettivamente riflettere ad “alternative” e “vie d’uscita” fintanto che la situazione risulta globalmente soddisfacente. Come intellettuali o aspiranti tali, formuliamo una domanda chiara che nessuna parola che diciamo o scriviamo può sovrastare. Chi può mantenere una massa d’individualisti critici se non l’economia capitalista? Se la *mercificazione della cultura* fosse un problema, consisterebbe solo in un vago senso di fastidio ereditato dalle lamentele marxo-élitiste di Adorno e Horkheimer.
Però alcune conseguenze pratiche e politiche le si possono trarre. La prima è sostituire la semantica con la pragmatica, considerando prioritari e sostanziali (e non accidentali) gli effetti direttamente economici (misurabili) di ciò che enunciamo. Io non giudico questi effetti (non affermo che pubblicare per Mondadori sia male) bensì giudico l’eventuale contraddizione tra il messaggio sostanziale e il messaggio apparente.
Whatsgoingon fa bene a porti quella domanda dopo la tua “spietata” analisi che non consente illusioni. Siamo dentro un sistema chiuso, con un unico sole che “ci” riscalda. E tutto questo è, per ora – per noi occidentali – “globalmente soddisfacente”. Ma, chiedo, il nostro “telescopio” è in grado di percepire altre stelle, altri “soli dell’avvenire” oltre a quelli dati (lasciando da parte i “comunismi” fallimentari o geneticamente modificati alla cinese)? In fondo questo “terribile” sistema capitalistico è l’unico fottutamente dichiaratamente “umano”. Io sospetto che, attualmente e nefastamente, l’unico sole (nero) che contrasta il sistema che descrivi sia quello “teocratico” (soprattutto: islam) anche se, allo stato, parrebbe anch’esso incluso nelle dinamiche che descrivi. Ma mentre il nostro “sistema” secolarizzato agisce sì per uno sporco pugno di dollari, il sistema “teocratico” agisce “ad maiorem Dei gloriam”. Il primo, pur creando un terribile sistema di “differenze”, si fonda sui diritti umani (sulla carta) e li deve porre a principio del sistema “sacrificando” magari anche le ipotesi ultraterrene; il secondo invece è disposto realmente fin da subito a “sacrificare” l’Uomo, l’umanità , pur di glorificare il Dio al quale dobbiamo inchinarci.
P.S.
Posto il commento con qualche dubbio di coerenza argomentativa. Abbiate pazienza
[...] Link fonte: Forse perché nulla è : eschaton [...]
L’illusione principale, da parte dei pensatori radicali o dei rivoluzionari succitati, consiste nella persistenza del mito dell’intellettuale e della formazione, per suo tramite, di coscienze rivoluzionarie… Credo che il dare forma al mondo mediante le idee sia qualcosa di vagamente platonico o neoplatonico in qualche modo… Magico-teoretico, nel senso del “taumazein”…
Alcuni “individualisti critici”, inoltre (mi includo tra questi ma non in quegli “alcuni”), sembra che non riescano a mettere in discussione il fatto che soltanto i capitalisti vendano il cappio… Cosa peraltro non vera. Qui, secondo me, c’è il “fuori”…
Finché avrò fiato io mi chiamerò fuori da questo paradigma totalizzante che sussume tutte le cose nella forma merce. Il capitale non compra il mio respiro. E le corde (nello scambio mutualista, per esempio, che pur esiste, almeno in qualche angolo di Amazzonia o di Micronesia) non sono una merce!… Qualcuno magari le regalerebbe volentieri se servono a far impiccare il colonizzatore…
Invece di formulare pensieri nel cognitariato globale occorrerebbe praticare economie radicalmente differenti da questa, opporre macchina a macchina, più che soggetto a soggetto… Il resto è sicuramente conversazione da salotto…
PS: Dal commento che R.A.V. aggiunge (“fintanto che la situazione risulta globalmente soddisfacente”) deduco che, secondo lui, solo una crisi spaventosa possa rimettere in discussione il sistema del capitalismo globale… Anche se ci sono precedenti storici in cui, in condizioni di crisi, sono sorti i peggiori dispotismi (…in assenza di “alternativa”, senza un pensiero – e una pratica – del “fuori”, senza “novità ” radicali, senza rottura del paradigma)… Mi chiedo: si evoca forse il “peggio” quando si enuncia che non vi è alcun “fuori”? Mi risuona la minaccia morrisoniana:no one here gets out alive… Non è questo un enunciato interno al paradigma totalitario?
Organizzerei una festa per donare la corda dell’indigeno… (o dell’esogeno…).
Ovviamente, quel che ho appena scritto contribuisce in modo omeopatico alla crescita della fabbrica globale nella forma feroce del network (attivo 24 ore su 24, da un capo all’altro del mondo, con le sue “comunità “, i suoi “amici”, i suoi “gruppi”, sussunti, virtuali…). E nello specifico deve la sua esistenza, sul server che ospita Eschaton, ai soldi che verso mensilmente a Tiscali… Ma questo non è l’unico lato della medaglia. Uploado e torno a inabissarmi…
Guardate, davvero, secondo me il mondo sarebbe migliore semplicemente se non si pubblicassero libri come “Viva la rivoluzione!”. Magari smetteremmo di pensare in termini di “alternativa al sistema capitalista” e inizieremo a notare i nefasti effetti economici e sociali del capitalismo anticapitalista.
bé, detto così non si può che convenirne, libri come “viva la rivoluzione!” sono merda, roba ridicola. meglio leggere un romanzo di liala cento volte. del resto come si fa a prendere sul serio un libro che lo stesso editore presenta nel seguente modo:
“Una raccolta di scritti rivoluzionari, da Robespierre a Marx, Gramsci, Bakunin e gli anarchici italiani, Lenin, Trotzkij, Mao Tzetung, Che Guevara… con i canti della rivoluzione, dalla Marsigliese ad Hasta siempre comandante. Miti, icone entrate nel nostro immaginario collettivo. Pensieri scomodi che testimoniano la forza di chi, nel bene e nel male, voleva cambiare il mondo, sognando l’impossibile. ”
se una cretina lo legge e si sente parte dei “pochi illuminati” (e cioé di quelle migliaia di ragazzotti che vanno ai concerti del primo maggio e sfidano il potere portando magliette con su la faccia di che guevara), del resto, sono solo affari suoi, o almeno io non mi sento coinvolto.
pensavo che qui si parlasse di una questione leggermente più interessante, e cioé se esistano ancora spazi in cui si può esercitare una critica al problema in questione senza far parte del problema stesso.
Quel libro vale come metafora caricaturale degli altri libri citati. A me pare che ci sia nelle votre domande una certa vaghezza sulla natura del “problema”. In questo post non sollevo problemi… Potrei farlo e dire: i massicci consumi culturali dei borghesi occidentali sono un lusso troppo costoso per non dipendere direttamente dall’esercizio di una violenza che gli stessi borghesi occidentali non si stancano di denunciare. Di questo volete parlare? In questo caso vi dico che secondo me “esiste uno spazio” per reagire, davvero. Ma nessuno di noi lo vuole, perché l’alternativa è spaventosa.
Parlo sinceramente. L’argomento di quest’ultimo post non riesce a stupirmi, quantomeno scandalizzarmi. Sull’assimilazione della cosiddetta controcultura nei meccanismi della più vasta industria culturale c’eravamo già da tempo (azzardo un anni ’70). Ma è prevedibile che qualsiasi cosa di alternativo, smetta di esserlo dopo un tot, principalmente dopo essere diventato conosciuto (se rimane ignoto è salvo, ma chi vuole rimanere ignoto?). Simpatico è notare l’assimilazione dell’intero genere “contro”, equiparato a area di mercato per cui concepire prodotti su misura (quelli che citi). Forse è che non siamo abituati a ragionare con i pesi e le misure del sistema in cui viviamo. Anche se ti dirò mi sono abituata. Esempio dall’area artistica la vicenda di Punta della Dogana e Pinault. Ora non espletante la sua funzione civica e culturale di museo. Perchè è un investimento. Chi ha studiato il fenomeno sostiene calcoli alla mano, che sia costato meno al miliardario ristrutturare, progettare, organizzare e gestire la Dogana e Palazzo Grassi, piuttosto che spendere in tradizionali metodi pubblicitari o di miglioramento dell’immagine per le singole parti del suo gruppo. In questo investimento d’immagine sono contenute opere di critica al sistema. Ma che incitino le coscienze o meno per l’investitore è indifferente. Rimane da capire se in sede decisionale erano possibili altre soluzioni per la sopravvivenza del luogo.
In effetti è una questione di sopravvivenza. Per sopravvivere ai margini bisogna ridimensionare i propri bisogni. Sul “fuori” allo stato attuale delle cose, non mi azzardo nemmeno.
Quale sarebbe invece il tuo ribaltone apocalittico? Sono interessata ;)
PS: “Empire” di Hardt e Negri è super-alla-moda. Confesso di possederne copia digitale incuriosita dalla quantità di riferimenti che trovavo. C’è poi il resto della trilogia: “Multitude” (2004) e “Commonwealth” (2009). Solo in Italia possono essere considerati di nicchia libri notissimi all’estero (come per le “Imaginated communities” di Anderson o “T.A.Z. The Temporary Autonomous Zone” di Bey).
Non vuoi sollevare “problemi”, o non vorresti che altri li sollevassero? Tu descrivi, ripeto e perfettamente, una situazione, la nostra. E ti chiedo: nel pianeta, attualmente, esistono altre “situazioni” o tutte sono inglobate nella nostra? Anche la lotta contro gli infedeli fa parte di un meccanismo rivalitario? Si tratta solo di “risentimento” contro la società borghese dei consumi (per seguire le piste aperte dall’ultima posizione girardiana in merito allo “scontro tra civilità “)?
Infine: mi sembra di notare nel titolo del post una sorta di sconforto, di nichilismo sottocutaneo, o sbaglio? Io, forse sbagliando per carità , penso che proprio tutto “nulla” non sia. Anzi: qualcosa esiste, oltre la nostra biologia, che ci fa resistere al secondo principio della termodinamica. Ci tengo a precisare che la mia è un’illusione legata all’immanenza.
bisogna però distinguere tra marx, che almeno è morto, e i rivoluzionari in pantofole tutt’ora viventi e pubblicanti, consapevoli o meno della loro buffa posizione. questi ultimi, infatti, hanno una funzione non secondaria, che è quella di rendersi ridicoli, così chiarendo che anche il discorso sovversivo più arrabbiato è ormai intrattenimento. questa consapevolezza non è sterile, perchè può indurre alla rassegnazione (che è sempre meglio dell’agitazione) o alla furia cieca, che deriva dalla mancanza di un linguaggio realmente significativo. non è che senza linguaggio non ci sia niente: resta sempre la violenza.
dopotutto anche marx aveva detto che il capitalismo poteva vivere molto a lungo, che era impossibile prevederne una fine a breve: nel mentre, alcuni servi diventano giullari e altri cedono alla rassegnazione o alla follia. in mancanza di un discorso significativo, si avvicina il momento della grande ribellione: che non è stata mai pensata come *un discorso*, ma sempre come semplice azione distruttiva.
si potrebbe dire che questo è solo il “tanto peggio tanto meglio” del passato, e infatti lo è.
In effetti non c’è nulla di stupefacente in questo post, serviva un po’ a fare il punto per contestualizzare altre cose che verranno. Anch’io ho un po’ l’impressione di dire cose vecchie, ma non sto cercando di scoprire l’acqua calda. Però anche voi mi trascinate in questo tipo di discorsi vecchi e noiosi, su come-si-fa-ad-essere-veramente-fuori-dal-sistema. Giuro, non volevo tornare su quella faccenda dei Nirvana che firmano per la Geffen… O meglio si, ma per chiudere la porta dietro e dire: ora basta, smettiamola di dire che le cose sono alternative o indipendenti perché queste parole ci hanno inibito il cervello, ormai le vendono col detersivo. Dite che lo sapete, che è ovvio? Beh ma allora smettetela! Non ci sarà nessuna apocalissi e nessun paradigm shift, quello al massimo lo noteranno tra mille anni, quello che ci sarà è che poco a poco i nostri lussi costeranno sempre più cari e noi li sentiremo così necessari che giustificheremo qualsiasi cosa, e saremo sempre meno, e saremo sempre più anticapitalisti fintanto che ci servirà chiamare fascisti le masse che ci minacciano.
Il concetto di nicchia è ambiguo e se *Impero* sia di nicchia dipende da varie cose, si tratta comunque di un tascabile più volte ristampato e tradotto in varie lingue, uno dei pochi saggi anticapitalisti che potremmo definire “mainstream”. Discorso un po’ diverso per Bey, che risente di più dell’effetto moda passata, sa proprio di vecchio, di cyberpunk e di rave parties primi anni novanta, ma che sicuramente era più underground.
Riguardo a Pinault. Parlare d’investimento pubblicitario è scorretto. Il sistema Pinault è basato sulla pura e semplice speculazione finanziaria: sovraesporre gli autori per incrementarne il valore.
Per rispondere a Luca. Lo sconforto riguarda la perdita di forza del linguaggio in una società che a furia di essere ironica ha messo “en abyme” tutto il dicibile. Questo è grave perché significa che non possiamo più fare granché con le parole, si sono svalutate. Certo che esistono altri tipi di società , in cui se bestemmi ti condannano. Ma non mi pare il modo corretto di ragionare, non è che non voglio sollevare problemi, è che mi pare che nessuno qua li abbia sollevati. Tu parli di una “situazione” presumendo che sia problematica, ma dimmi tu perché lo è. Io non ho detto che lo fosse.
anche se condivido con SC la curiosità riguardo al tuo suggerito (suggestivo) spazio di reazione. sebbene qualche idea in merito me la sia fatta…
La situazione è “problematica” perché, secondo me, una frase come quella di Guy Debord (sunto del tuo post) va in qualche modo confutata, pena il trasformarsi in nichilismo di qualsivoglia umanesimo.
[...] Le sconsolate riflessioni di Raffaele Ventura sul “mercato della contestazione†(nel blog di eschaton.it) mi hanno fatto tornare alla mente alcuni passaggi del volume di Elizabeth L. Eisenstein, Le [...]
Non credo che la frase di Debord vada confutata, credo che si sia già confutata da sola.
[...] [...]
[...] [...]
forza, digli almeno come ti chiami prima che dalla tua collocazione lavorativa parta un pippone sull’influenza della legione straniera sull’editoria italiana.
lol ma sai che mi era venuta voglia di scrivergli nei commenti che basta che guardi in fondo al blog e ci trova nome e cognome, poi ho pensato che era meglio se mi facevo li cazzi mia.
va bene. ok. col libro di Debord qualcuno c’ha fatto i soldi. però si trova facilmente on-line, scaricabile, gratis. ed è bello leggerlo.
Debord s’è sparato un colpo di fucile, in faccia. forse perché condivideva le idee di questo post. oppure c’aveva solo i cazzi suoi…
è vero: come ha scritto qualcuno, qui su, tanto gli argomenti “principali” che quelli “secondari” – nei commenti – son triti e ritriti. ma non hanno 30 anni, ne hanno 2.500.
il Sistema è sempre vincente, finché vince, e poi c’è un nuovo Sistema, a sua volta vincente e perfetto. e i Sistemi non li ribaltano mai gli “intellettuali” e i pensieri “dissidenti”, ma sempre i Tempi. un Sistema collassa da solo, e i dissidenti sono – semplicemente – parte di quel sistema, per forza di cose.
questo è.
bel post, comunque. e bei commenti.
ciao,
e-
Sarà anche bello leggerlo, perché é scritto con uno stile abbacinante, un po’ com’é bello ascoltare i Sex Pistols per il canto di John Lydon, ma il problema é che non c’é alcuna differenza tra i concetti che esprimono e la pubblicità dei jeans.
va bene. siamo d’accordo: gran parte del Pensiero del Novecento è meno strutturata di quanto non lo fosse il Pensiero precedente. colpa di Nietzsche, dell’aforisma e della frammetarietà .
però dire che La società dello spettacolo esprime gli stessi concetti di una pubblicità di jeans… no, tutt’altro: Debord prevede tutto quello che sarebbe accaduto. sovverte, rimastica.
penso sia una lettura importante.
a volte si confonde la fonte originale con la copia e con la previsione.
mi viene in mente il commento di uno pseudocritico letterario – uno di quelli che ci meritiamo oggi – che scrisse: “Salinger è un Brizzi con dignità narrativa”. confondendo imperdonabilmente origine e destinazione.
poi, sul fatto che scrivere La società dello spettacolo, o leggerlo, non serva a cambiare il Sistema nel quale quel libro viene scritto o letto: siamo d’accordo, ed è dimostrato dal fatto che nulla è cambiato. ma, in fondo, Debord fa un esercizio di preveggenza. e ci prende.
il Sistema ingloba tutto, e riesce – molto spesso – a creare profitto anche dalle voci “dissonanti”. è la sua forza.
e-
A volte si confonde la previsione con la matrice.
[...] ovviamente come mai il loro testo — assieme a Ruskin, Marx, Benjamin, eccetera — é pubblicato in Italia, nel 2010, dal gruppo editoriale [...]
[...] I grandi gruppi editoriali non esitano a pubblicare testi sovversivi come se nulla fosse, forse perché nulla è… Ne parlo in un post dedicato al catalogo Mondadori. Panico, irritazione, isteria di massa [...]
[...] sovversive) oggi lo è per via di tutto ciò che include. Lo scenario è paradossale: grandi gruppi editoriali che pubblicano testi rivoluzionari, multinazionali discografiche che vendono canzoni che le sbeffegiano, major cinematografiche che si [...]
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