le poison de l’esprit du desespoir

TENDING TO PROVE,
THAT THEY WERE WRITTEN, NOT BY ANY ANCIENT AUTHOR,
BUT ENTIRELY BY THOMAS CHATTERTON.

CHATTERTON, solo.

Leggiamo questo (legge il giornale). “Chatterton non è l’autore delle sue opere… Com’è stato infine dimostrato. – Questi deliziosi poemi sono realmente di un monaco di nome Rowley, che l’aveva tradotti da un altro monaco del decimo secolo, di nome Turgot… Quest’impostura, che a uno scolaro si perdona, sarebbe criminosa più avanti.” Come! il mio nome soffocato! spenta la mia gloria! l’onore mio perduto!

Thomas Chatterton s’impose la morte a diciott’anni. Alfred de Vigny, nell’eponima pièce (1835) attribuisce alla delusione di non essere stato riconosciuto autore dei suoi falsi la ragione del gesto insano. La beffa fu così perfetta che beffò il suo artefice. O forse è soltanto un problema logico: “sto mentendo”, ma come fai? La simulazione pseudoepigrafica di Thomas Rowley giunge a vita propria, nell’irreversibilità del processo che trasforma il falso in vero, lo ipostatizza a memoria imperitura. Non andò così ai burloni che scolpirono falsi Modigliani: poiché ebbero l’accortezza di conservare delle prove. Vertiginoso paradosso, che sia il falso a dovere essere provato. La morte di Chatterton, d’altronde, è l’unica soluzione possibile al paradosso del mentitore. Solo la morte può rendere vera la disperata iterazione del falso logico chattertoniano: sto mentendo sto mentendo sto mentendo.