Stato di Eccezione

Quando Ibn Battuta giunse a Timbuctù, una tristezza silenziosa pesava sulla città. Sul trono sedeva una donna, la regina Duhl-Serul, che appena ventenne non aveva ancora scelto marito.

Duhl-Serul soffriva di terribili crisi di amenorrea, dalle quali conseguiva una congestione che, giungendo al cervello, provocava crisi di follia furiosa. Queste causavano seri problemi ai suoi sudditi, poiché in virtù del potere assoluto del quale disponeva la regina, ella dava ordini privi di senso, moltiplicando senza motivo le condanne capitali.

Una rivoluzione sarebbe potuta scoppiare. Ma fuori da questi periodi di aberrazione la regina governava con saggezza e bontà, e raramente il suo popolo aveva goduto di un regno altrettanto fortunato. Invece di rischiare l’ignoto rovesciando la sovrana, si sopportavano con pazienza questi mali temporanei, compensati da lunghi periodi fiorenti.

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Lo stato di eccezione, ossia quella sospensione dell’ordine giuridico che siamo abituati a considerare una misura provvisoria e straordinaria, sta oggi diventando sotto i nostri occhi un paradigma normale di governo, che determina in misura crescente la politica sia estera sia interna degli Stati. Il libro di Agamben è il primo tentativo di fornirne una sommaria ricostruzione storica e, insieme, di analizzare le ragioni e il senso della sua evoluzione attuale, da Hitler a Guantanamo. Quando lo stato di eccezione tende a confondersi con la regola, le istituzioni e gli equilibri delle costituzioni democratiche non possono più funzionare e lo stesso confine fra democrazia e assolutismo sembra cancellarsi. Muovendosi nella terra di nessuno fra la politica e il diritto, fra l’ordine giuridico e la vita, dove i ricercatori non amano avventurarsi, Agamben smonta a una a una le teorizzazioni giuridiche dello stato di eccezione e getta una luce nuova sulla relazione nascosta che lega violenza e diritto.