Divisione del lavoro e alienazione

Ogni rivista mondana che si rispetti ha una rubrica (titolata “separati alla nascita” o “gocce d’acqua” o “affinità elettive”) nella quale vengono confrontate le foto di due più o meno celebri personalità dello spettacolo a volerne esibire la stupefacente somiglianza. Non poteva essere da meno questo blog, che della sua ineccepibile mondanità si fa vanto. La morale, ovviamente, la trarrà il lettore. Ma tra questi due testi più delle somiglianze sono interessanti le differenze. Cosa fa, a parità di socialismo, del primo un testo “reazionario” e del secondo un testo ” rivoluzionario“, del primo un antimoderno e del secondo un progressista? Ai posteri (cioè noi) l’ardua sentenza.

Attenzione a quel “c’era forse più libertà nel periodo feudale di quanta ce ne sia ora“: il fascino discreto di un medioevo sostenibile come altenativa al capitalismo… Ma non si ravvisa un tono nostalgico anche nell’evocazionedella società feodale nel Manifesto del Partito Comunista?


John Ruskin, 1853

Di questo essere vivente potete fare un uomo o uno strumento, non entrambe le cose. Gli uomini non sono fatti per lavorare con l’accuratezza degli strumenti, per essere precisi e perfetti in ogni loro azione; se volete ottenere da loro una simile precisione, se volete che le loro dita misurino gradi come ruote dentate, che le loro braccia traccino curve come compassi, allora dovete renderli disumani.

Tutta l’energia delle loro anime deve essere finalizzata a farne degli ingranaggi e dei compassi; tutta la loro capacità di concentrazione, tutto il vigore, devono tendere al compimento di un atto banale. Gli occhi della mente devono essere puntati sul moto delle dita, la loro energia deve essere concentrata su tutti gli invisibili nervi che, dieci ore al giorno, le guidano e le costringono a non allontanarsi mai da un’esattezza inflessibile; così mente e vista vengono annullate e l’integrità dell’essere umano alla fine si smarrisce: un mucchio di segatura, ecco a che cosa si riduce il suo lavoro intellettuale in un mondo siffatto.

L’uomo può essere picchiato, incatenato, torturato, aggiogato come un animale, massacrato come gli insetti nocivi, e ancora rimanere in un certo senso – nel senso migliore – libero. Ma soffocare lo spirito che arde dentro di lui, distruggere e ridurre in putridi frantumi i germogli vitali della sua intelligenza, aggiogare ad una macchina, con corregge di cuoio, un corpo vivo, che dopo la morte e il lavorio dei vermi è destinato a vedere Dio, anche questo significa rendere schiavo l’uomo; e in Inghilterra c’era forse più libertà nel periodo feudale di quanta ce ne sia ora, che la vitalità della popolazione viene sfruttata come combustibile per alimentare il fumo delle fabbriche.

Karl Marx, 1844

L’operaio diventa merce tanto più vile quanto più grande è la quantità di merce che esso produce. La svalorizzazione del mondo cresce in rapporto diretto con la valorizzazione del mondo delle cose. Il lavoro non produce solo merci; produce se stesso e l’operaio come merce e proprio nella stessa proporzione in cui produce in generale le merci.

Sostituendo il lavoro con delle macchine, si getta una parte degli operai in un lavoro barbaro e si trasforma l’altra parte in macchine. Si trasforma l’operaio in bestia e lo si rincretinisce.

In cosa consiste l’alienazione del lavoro? Innanzitutto nel fatto che il lavoro è estraneo all’operaio, vale a dire che non appartiene alla sua essenza, che dunque, nel suo lavoro, l’operaio non si afferma ma si nega.

Ne viene come conseguenza che l’uomo (l’operaio) si sente libero soltanto nelle sue funzioni animali, come il mangiare, il bere, il procreare, e tutt’al più ancora l’abitare una casa e il vestirsi, e invece si sente nulla più che una bestia nelle sue funzioni umane. Ciò che è animale diventa umano, e ciò che è umano diventa animale.

Il lavoro diventa un’attività estranea all’operaio, un’attività che è passività, una forza che è impotenza, una procreazione che è castrazione. L’energia fisica e intellettuale dell’operaio, la sua vita, è trasformata in . attività diretta contro di sé, indipendente da lui, estranea