il caso isolato

“Mele marce“. La linea difensiva è chiara, rassicurante, quasi programmatica. Ogni caso è isolato, non è possibile (anzi è un po’ razzista) passare dal particolare all’universale. I fenomeni devono restare sospesi nel nulla. L’induzione viene così spogliata di ogni valore, eretta a tabù fondativo di un’epistemologia ipocrita: “tu non generalizzerai”. Non si fa di tutt’erba un fascio. E perché no? Perché l’induzione è fallace. Falso raccordo nel flusso degli argomenti. Politicamente scorretta perché costringe gli individui nella stretta gabbia di modelli astratti, facendo loro pesare pregiudizi inverificabili. Ma un mondo di mele marce è un mondo senza leggi, un mondo mitico nel quale ogni evento è unico e imperscrutabile e la scienza e la conoscenza impossibili. Il mondo delle mele marce è un mondo privo di senso – il mondo di chi teme il senso.

(Avevo scritto queste parole a proposito di Abu Ghraib, come schizzo per una futura epistemologia del senso comune, per una tassonomia dei regimi di verificazione delle teorie. Poi ero andato a rileggere Cuore di tenebra. Il più lucido atto di accusa contro l’Occidente colonizzatore che l’Occidente abbia prodotto, ovvero l’induzione definitiva. La minacciosa prospettiva che ben oltre le responsabilità politiche contingenti, vi sia un’irriducibile costante di devianza. La zona morta, la chiamano in ottica: un cuore oscuro al centro dell’area di visione, un buco metafisico circondato di luce.)