Isidoro di Siviglia, che raccolse etimologie

San Isidoro di Siviglia, enciclopedico compilatore di sapere nonché etimologista visionario, visse a cavallo dei secoli VI e VII. Per forza di cose è più la figura che l’opera (sepolta in polverose biblioteche, frammentata, latina) ad affascinare: Isidoro volle compendiare tutte le conoscenze di un’epoca in una colossale impresa dal titolo già programmatico, Etymologiae od Origines – così da inaugurarne una nuova luminosa e cristianissima.

Isidoro appartiene a quella vasta schiera di scrittori, i più grandi, che avrebbero anche potuto non esistere realmente, ma dei quali l’idea ci è necessaria (la memoria distorta, il falso ricordo). Uno scrittore immaginario che ha lasciato delle opere – superflue nel migliore dei casi, deludenti nel peggiore. Uno scrittore la cui opera può (e forse deve) non essere letta, ma raccontata, travisata, eventualmente détournata. Ma come non farsi vincere dalla tentazione di andare a sbirciare quelle pagine – cercarvi perlomeno una dissertazione filosofica sulla normatività della dimensione genetica delle cose e delle parole, una teoria della decadenza del linguaggio, qualche guizzo heideggeriano o che altro? Un recensore senza scrupoli (sordo alla poesia di una così fragile grandezza) introducendo un’opera minore, La natura delle cose, scrisse di “mancanza d’aria e d’orizzonte”, e sembrò condannare l’assenza di profondità dei suoi scritti (a fronte della loro lodevole estensione), semplici elenchi privi di anima di nozioni poste su un “fondo piatto, privo di prospettive”. L’infame aveva capito tutto, e, ovviamente, non aveva capito nulla: l’opera era programmatica quanto il titolo, postmoderna come Joyce e umile come un capolavoro privo di firma.[Isidoro di Siviglia è una Grande Figura della Cristianità.]