La fine della scoria

Vernissage delizioso, ieri sera al Palais de Tokyo. L’artista Gummeau ha presentato la sua ultima serie di opere, dopo il controverso successo di Money Art. Opere forti, coraggiose, all’insegna della contaminazione — letteralmente. In effetti Gummeau ha scelto di esporre dei bidoni di scorie radioattive di categoria III recuperate presso la centrale di Fukushima — gioioso clin d’oeil a Laurent Grasso, che un anno fa nello stesso spazio installava il suo progetto HAARP. A coloro cui all’epoca non si fossero smagnetizzate le palle, Gummeau offre oggi una straordinaria occasione per “mutare i propri pregiudizi ma soprattutto il proprio DNA”. Percorrendo le cinque sale dell’esposizione “From Fukushima to Fukuyama – Apocalypse Wow”, da una geniale provocazione all’altra, confesso che davvero non credevo alle mie branchie.

François Pinault, che ha già acquistato l’intera serie, vede nell’opera di Gummeau “une éléphantesque machine à fric” (“una sofferta denuncia dei paradossi della contemporaneità“). Il magnate francese annuncia inoltre che 2800 tonnellate di scorie saranno presto ospitate negli spazi del Centro di arte contemporanea di Punta della Dogana, a Venezia. Da sempre sensibile all’ecologia, Pinault afferma di avere trovato una soluzione all’annoso problema dello smaltimento del combustibile esausto derivante dalla fissione nucleare: tutte le scorie verranno semplicemente trasformate in opere d’Arte. A Gummeau il compito di realizzare la transustanziazione, apponendo la sua firma su ogni barile.

L’annuncio ha già fatto impennare i prezzi del plutonio e dell’uranio 235, e molti Stati si stanno impegnando per dissotterrare le loro scorie e spostarle nei musei. Effetto di moda o avvenire dell’Arte? I puristi storceranno il naso e scuoteranno i tentacoli, ma non c’é dubbio che siamo qui in presenza di una vera rivoluzione.