Una storia semplice

Quando nel 2008 Einaudi pubblicò le Lettere dalla prigionia di Aldo Moro, scoprimmo innanzitutto un corpus letterario stupefacente, caso esemplare di letteratura apocalittica (naturalmente sul ciglio dell’apocrifia) nel cuore del ventesimo secolo. Ma scoprimmo inoltre uno storico ingegnoso, il curatore Miguel Gotor, che appunto aveva saputo dare corpo a quei testi, pure già noti. Oggi Gotor, di formazione specialista del Cinquecento e del Seicento, dedica a quelle lettere e alla loro storia un volume corposo, Il memoriale della Repubblica, il cui sottotitolo definisce un oggetto d’indagine preciso (gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia) e uno scopo ambizioso (l’anatomia del potere italiano).

L’esito del lavoro di Gotor è eccezionale proprio perché tra l’oggetto (gli scritti) e lo scopo dichiarato (l’anatomia del potere) risulta esserci un rapporto proficuo. Da storico e da filologo, oltre che da ottimo scrittore, Gotor analizza minuziosamente la diffusione e la ricezione degli scritti di Moro, ovvero la formazione (postuma) del corpus attribuibile al segretario della Democrazia Cristiana, concretamente prodotto su commissione dei carcerieri e sottoposto a vari livelli di censura. L’articolazione tra questi livelli descrive le aspettative e i comportamenti di numerosi agenti. La vicenda pluridecennale degli scritti di Moro appare come un perfetto caso di studio: un bandolo da filare con gli strumenti della filologia, al fine di sbrogliare l’intricata matassa di quelli anni. Da questo angolo inedito, lo storico riesce a dare un certo ordine a vari fatti e fatterelli impigliati nelle trame dei depistaggi incrociati.

Ciò che appare dal racconto di Gotor è soprattutto una spietata guerra tra fazioni, tipicamente italiana. Tipicamente italiana questa guerra innanzitutto perché, da ovunque la si guardi, la sua prima vittima (in nome della Necessità) è la Forma. Nel senso dell’ordinamento giuridico, delle procedure regolari, dei mandati ufficiali. Dal generale Dalla Chiesa al divo Giulio, vi sono troppi eroi impegnati ad “arrangiare” nella penombra, todo modo, la storia d’Italia. E tipicamente italiana questa guerra inoltre perché, dopo essersi arraggiati con la forma, ci si arrangia con la Memoria. Gotor denuncia con veemenza (sorprendente da parte di uno storico) la rimozione della “testimonianza” — del martirio — di Moro da parte dell’intera generazione di coloro che, per “eterogenesi dei fini”, inconsapevolmente si accordarono per propiziare (vedi Sciascia) e lasciare compiere il suo sacrificio.

Lo storico si fa qui portavoce della generazione successiva, schiacciata dai padri, erede del “mondo peggiore” costruito in quelli anni. Gotor confuta piuttosto facilmente il luogo comune secondo cui tra le Brigate Rosse (presunti stalinisti) e la sinistra extraparlamentare (presunti libertari) della fine degli anni Settanta non ci fosse connivenza ideologica, arrivando persino a suggerire un ruolo del vertice di Potere Operaio non certo nella pianificazione del rapimento, ma nella formulazione dei quesiti che sarebbero stati rivolti al rapito, e complessivamente nella costruzione dell’ingranaggio nel quale il corpo di Moro venne franto.

Alla fine della corsa, appassionante ed estenuante, il quadro risulta chiaro, come forse mai lo era stato, e senza cedere alla paranoia cospirazionista. Chiaro nel senso: che se pure innumerevoli tessere mancano al mosaico, abbiamo finalmente una visione d’insieme, un “oggetto storico” coerente con cui fare i conti, ancora da aggiustare certo, ma finalmente leggibile. E comunque, sconvolgente.