La colpa delle teorie

Accennare al nazismo per parlare di un “socialista nazionale” è un gioco sporco. Perché implicitamente si carica di enormi colpe storiche una teoria politica che, come tutte le teorie politiche, fluttua nell’iperuranio delle utopie (magari anche brutte). Lasciamo quindi in pace Adam Smith per il capitalismo, Karl Marx per il socialismo reale, e Nietzsche, Spengler e Gaudenzi per il nazismo. Tutte brave persone che si leggono sempre con piacere.

Come paragonare delle patologie politico-criminali a più o meno complessi pensieri filosofici? Notava qualcuno l’assurdità di parlare di “sistema” capitalista, e certo non vedo quale teorico in buona fede possa rivendicarne le numerose “sbavature”, invece appunto di considerarle contigenti, non previste dalla teorie. Ciò non esclude che non amare neo-liberisti, individualisti, comunisti, antimodernisti e socialisti nazionali per le loro semplici idee (invece di inchiodarli a una storia non loro) possa essere un piacere non trascurabile, sebbene alquanto solitario.

Nella prospettiva della sua escatologia marxista-leninista, Gyorgy Lukàcs affermava che un pensatore e un artista sono responsabili fino alla fine dei tempi degli usi, ma anche degli abusi che potevano essere fatti delle loro opere. Aveva in mente Nietzsche e Wagner. Assicurava inoltre che nulla di Mozart avrebbe potuto essere sfruttato per fini inumani. Sosteneva che se una composizione letteraria, artistica o musicale, se un sistema filosofico possono contribuire a fini d’oppressione politica o menzogna mercantile, la sua forma originale doveva racchiudere il germe della corruzione. Ma in che misura i testi si prestano a interpretazioni e disletture? Possibile che l’insegnamento di Cristo prevedesse l’inquisizione? Che Tolkien intendesse stilare slogan per gli ultras della Lazio? E poi: quanta credibilità può avere tutto ciò detto da un pensatore marxista, l’ideologia più sfruttata a fini di oppressione politica del novecento?

Lo spazio tra testo e interpretazione è anche lo spazio tra colpa e innocenza. E l’ermeneutica un criterio etico, che ristabilisce la verità originaria, oppure il pretesto per le infinite sofisticazioni?

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