Abolire le parole

Nel corso di un argomentazione più articolata sulla libertà di espressione, Giovanni Fontana ha scritto:

Siamo tutti contenti che, oggi come oggi, in pochi sostengano che la schiavitù è una bella cosa – in effetti la pensiamo tutti allo stesso modo.

È interessante perché, proprio sulla schiavitù, non la pensiamo tutti allo stesso modo. Innanzitutto il tema non è neutro: sull’abolizione dallo schiavismo si è sempre misurato il grado di civiltà del capitalismo. Ai suoi tempi, Karl Marx affermava che la condizione dell’operaio era sostanzialmente identica a quella dell’antico schiavo, solo mediata dal salario. Nel frattempo la legislazione ha fatto molti passi avanti, ma resta invalso l’uso retorico (quando non letterale) della parola “schiavo” per definire operai della FIAT, stagisti, precari dei call-center o ricercatori universitari. Metafore a parte, la condizione esistenziale di questi lavoratori è visibilmente migliore di quella di uno schiavo. In questo senso, “la schiavitù non è una bella cosa” e possiamo rallegrarci di averla abolita.

Tuttavia per una vasta categoria di lavoratori illegali, immigranti, ghettizzati o delocalizzati, i passi in avanti della legislazione contano poco — poiché costoro si trovano al di fuori dalla sua giurisdizione. Il costo del loro lavoro è spesso inferiore a quello di uno schiavo, poiché non include il vitto, l’alloggio e nemmeno il trasferimento (il migrante africano, ad esempio, paga direttamente lo scafista). Questo ricorso compulsivo al lavoro illegale, ottenuto attraverso la modulazione spontanea tra spazi regolati e spazi non regolati, sembra essere indispensabile all’economia capitalista e al sistema del benessere occidentale.

Per i nuovi sottoproletari, il progresso formale implica addirittura un peggioramento sostanziale. Questo paradosso era già stato evidenziato dai sostenitori dello schiavismo ai tempi della guerra civile americana, come ricorda Christopher Lasch. Il loro argomento era beninteso pretestuoso, ma attira la nostra attenzione sull’effetto dell’abolizione dello schiavismo sul costo del lavoro e sulla “funzione storica” del progresso civile nel perfezionamento del sistema capitalista. Per i nuovi sottoproletari, se fosse possibile barattare la fantomatica mobilità sociale con un immediato vantaggio economico, la schiavitù sarebbe forse “una bella cosa”. E qui dunque abbiamo ben poco di cui rallegrarci: il nostro splendido ordinamento giuridico esiste solo sulla carta. Abbiamo soltanto abolito una parola ; come abbiamo abolito altre parole orrende — guerra, razzismo, superstizione — per sostituirle con una realtà ben peggiore.

Discutere se lo schiavismo, o la guerra, o il razzismo, o la superstizione, siano una “bella cosa” o “una brutta cosa”, alla fine, è davvero poco interessante. Nel mondo realmente rovesciato della buona coscienza democratica, le parole sono irrimediabilmente separate dalle cose, le leggi dai fatti, le teorie dalle pratiche, le forme dalle sostanze.