Il persuasore occulto

Poiché di Anders Behring Breivik si dice che sia cristiano, cattolico, protestante, massone, liberale, fallaciano, leghista, neo-templare, contadino, videogamer o metallaro, è comprensibile che cristiani, cattolici, protestanti, massoni, liberali, fallaciani, leghisti, neo-templari, contadini, videogamers e metallari facciano di tutto per prendere le distanze dal suo gesto, condannandolo fermamente e accusandosi reciprocamente di averlo ispirato. Considerando tuttavia che Breivik ha definito le stragi compiute come “the actual marketing operation” necessaria per la distribuzione del suo libro (2083, p. 16), dovrei qui, a nome di tutti gli operatori del marketing editoriale, io stesso condannare fermamente la sua condotta — prima che qualcuno non arrivi ad accusare il marketing di essere una barbara “cultura della morte”.

E però questa ipotesi non é più campata in aria delle altre. Breivik dedica un intero capitolo (3.60) all’importanza del marketing, disciplina da lui studiata all’università, direttamente praticata ed evocata nel suo curriculum tra le competenze-chiave (p. 1400). Il termine appare decine di volte nelle 1500 pagine del memoriale, ed è plausibile che il presunto “fondamentalista cristiano” abbia maggiore familiarità con le cinque forze di Porter piuttosto che con le tre virtù teologali. Molto pragmatico, Breivik afferma: “A Justiciar Knight is not only a valorous resistance fighter, a one man army ; he is a one man marketing agency as well.” (p. 1069) E poi via di consigli pratici sul modo corretto di comunicare, tra i quali spicca l’invito — che né Yukio Mishima né Patrick Bateman avrebbero disdegnato – a farsi le lampade per apparire più seducente. Insomma Andreas Breivik dice, con molto meno stile, quello che già dicevano i ray ban di Andreas Baader.

Ma il cuore dell’operazione di lancio del libro, per quanto possa sembrare mostruoso, è proprio la doppia strage: “The actual military operation is also a sub-task as well as it is a marketing method for the distribution of this compendium among other things” (p. 1410). Il biondo giustiziere è consapevole della “geometrica potenza” del cosiddetto guerriglia marketing — e lo prende alla lettera. Una serie di attentati aveva già fatto la fortuna editoriale di Ted “Unabomber” Kaczynski, le cui oeuvres complètes si trovano oggi facilmente sugli scaffali delle librerie (e di cui Breivik ha copiato alcuni passi). L’emulo norvegese ha prodotto la teoria e perfezionato la pratica, osando accostare esplicitamente la lotta armata al linguaggio del business. Il suo approccio radicale alla promozione editoriale fa di lui un classico “collega che sbaglia”, un “fondamentalista del marketing” che farebbe qualsiasi cosa per un po’ di buzz. In fondo esistono già forme di marketing non convenzionale che lambiscono la legalità, minacciano la società, invocano la morte: dal mural advertising (praticato da agenzie che garantiscono di prendersi carico degli eventuali costi e rischi legali) alle pressioni e connivenze che permettono di trasformare una ragazza timida in un perfetto prodotto rock – suicidio-a-27-anni-precisi compreso nel prezzo.

Ora ci resta solo da osservare e misurare le conseguenze del lancio di 2083 sperando che — malgrado la crisi, la decrescita editoriale, la legge contro gli sconti sui libri, il costo della carta, le irregolarità al premio Strega e milioni di romanzi nascosti nei cassetti di tutto il mondo — altri aspiranti scrittori non seguano l’esempio del cavaliere oscuro.