La quarta dimensione

Quando scrivo o commento su un blog, quando aggiorno Wikipedia, quando auto-produco un libro, cosa sto producendo? e cosa sto consumando? Per rispondere a queste domande, ho provato a¬†descrivere la trasformazione dell’industria culturale classica in¬†piattaforma di pubblicazione, circolazione e scambio di contenuti, e ne ho evocato i¬†presupposti ideologici. La lettura di¬†“Feticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto: i casi Amazon e Apple” di Wu Ming 1 mi ha perci√≤ fatto l’effetto di uno specchio deformante, nel quale ho visto apparire un ometto tozzo, col ventre prominente e la testa minuscola. Ovvero ben diverso da me, che sono invece slanciato e ben proporzionato.

Gli esiti comici dell’argomentazione di Wu Ming¬†discendono da un errore. L’errore √® chiamare “pluslavoro”, o in generale “lavoro”, ogni forma di generazione di contenuto da parte degli utenti su Internet. Ora, questo errore non √® innocente. L’articolo di Wu Ming partecipa alla costruzione di un mito politico, il mito del¬†proletariato cognitivo. In sintesi: l’operaio della conoscenza,¬†traducendo poesie o pubblicando le foto delle sue vacanze su Internet, si troverebbe sullo stesso piano — o pi√Ļ esattamente, entro la stessa classe — dell’operaio vero e proprio, come quello che gli ha assemblato il computer. L’operazione ideologica di Wu Ming, letteralmente oscena,¬†sta nell’ambiguit√† di quello “sfruttamento nascosto” annunciato nel titolo dell’articolo:¬†se da principio questo sfruttamento rimanda alle condizioni di lavoro presso Apple o Amazon,¬†nell’ultima parte l’autore tenta di recuperarlo¬†per evocare la condizione degli user del web 2.0. Come in ogni barzelletta, √® il rovesciamento finale a suscitare la risata. E come in ogni esercizio di prestidigitazione, tutto sta nel distogliere l’attenzione dalla cosa stessa che viene esibita.

Non voglio parlare in questa sede delle moderne forme di schiavit√Ļ su cui √© fondato il sistema del¬†consumo culturale. Qui m’interessa soprattutto la teoria del pluslavoro. Come ho gi√† scritto altrove gli user, in fondo alla coda lunga, consumano l‚Äôopportunit√† di esprimersi pubblicamente. E come la¬†pagano questa opportunit√†? Rinunciando a riscuotere la somma minuscola in diritti d’autore che spetterebbe loro per il contributo infinitesimale che forniscono alla piattaforma. Questa √® la semplice ragione per cui un abbonamento telefonico ha un costo e l’iscrizione a un social network √® gratuita: i contenuti che forniamo sono il prezzo che paghiamo. In fin dei conti era lo stesso principio del copyleft, ovvero rinunciare a trarre profitto dal lavoro intellettuale per propriziarne la circolazione. Nel frattempo le cose sono un po’ sfuggite di mano, qualcuno ha capito come generare un enorme profitto da questo e si sono creati dei monopoli capaci di imporre le loro condizioni a utenti e editori: ho scritto a questo proposito di societ√† panottica. Ma¬†Wu Ming, come altri scrittori, pensa soprattutto che i suoi status di Twitter o Facebook valgano molto di pi√Ļ e che lo scambio non sia equo. Che ti devo dire? Fanne un’antologia, mettici la fascetta “Dall’autore di Q”, e vedi un po’ se qualcuno te li compra.

Forse tutto nasce da un malinteso. Perch√© ognuno dovrebbe essere pagato per ci√≤ che scrive? Certo, se fuori fanno la fila per leggere il tuo libro, √® naturale che tu ci guadagni. Ad esempio Q essendo un ottimo romanzo, non ho avuto problemi a sborsare quei diciotto euri che costava all’epoca. Wu Ming √© dunque uno scrittore di professione, ma nessuno lo pagher√† (ad esempio) per avere riempito uno spazio pubblicitario con la copertina del suo libro.¬†E poi prendi me, come diceva padre Karras nell’Esorcista: di lettori affezionati ne avr√≤ un centinaio e me ne sto qua buono, appollaiato sulla coda lunga. La mia scrittura non √© un lavoro: √© in minima parte un diletto e in massima parte un tentativo di “fare cose con le parole”. Si tratta sopratutto di una possibilit√† garantita dal capitale economico e culturale di cui dispongo. Ma ecco un’altra delle tare psicologiche del borghese contemporaneo: scambia i propri costosi diletti — scrivere, leggere, cantare, dipingere e in generale gli studi da signorina di buona famiglia — per attivit√† professionali, e poi si lamenta che non lo pagano. Bisognava leggere Veblen prima che fosse troppo tardi.

C’√© differenza tra l’acrobata della domenica e l’artista circense, che tutti i santi giorni esercita il proprio corpo in esercizi sfiancanti e pericolosi. E c’√© anche una grande zona grigia tra queste due attivit√†, nella quale galleggiano file di disoccupati. Ma se ti posizioni sulla coda lunga del circo, le tue capriole non saranno mai un lavoro.¬†Il fatto √® che la quarta dimensione si sta ampliando a dismisura, e ha cambiato forma.¬†Nel Pendolo di Foucault, Umberto Eco definiva quarta dimensione della letteratura il mondo degli autori a proprie spese: un esercito di sfigati che ambiscono a essere pubblicati e ci riescono soltanto pagando dei finti editori. In realt√† questa sfiga √© relativa, e in altre epoche l’editoria a pagamento √© stata praticata da autori come Lewis Carroll, Edgar Allan Poe o Walt Withman.¬†Eco pensava che gli APS avessero torto e il mercato ragione, ma oggi la rivoluzione della coda lunga ha rovesciato questo rapporto. Il problema non √© tanto la qualit√† assoluta di quello che viene pubblicato, quanto la sua pertinenza relativa.

Nessuno √© sfigato sulla coda lunga. Oggi siamo tutti autori a nostre spese, perch√© i costi tendono allo zero, sia per la produzione materiale che per la diffusione digitale. Questa riduzione ¬†dei costi, come ricorda Wu Ming, avviene anche per mezzo dello sfruttamento degli operai nelle fabbriche di tutto il mondo. Ma la sua “narrazione” √© ben comoda: noi non staremmo consumando una risorsa prodotta dallo sfruttamento, bens√¨¬†staremmo¬†partecipando a essere sfruttati. La nostra libert√† di creare e di comunicare √© un pesante fardello: bambini cinesi, condividetela con noi! Partecipate alla nuova alleanza mondiale degli sfruttati! Io dico invece che, nell’argomentazione di Wu Ming, il Capitale √© uno schermo per distogliere l’attenzione e rinviare il vero conflitto di classe geopolitico. Che comunque arriva, sta arrivando, √© arrivato.