Welcome to the church of noise

La plumbea cappa da New York artistoide non si è fatta troppo sentire, o comunque malgrado ciò la mostra di Laurie Anderson al PAC di Milano mi è piaciuta. Oddio, mostra… Piuttosto una serie di installazioni visive e sonore, che riassumono, negli angusti limiti del caso, la carriera della musicista multimediale. Tra curiosità varie (violini al neon o che si suonano da soli), e per nulla gratuite sperimentazioni sonore e musicali che neppure sto a elencare, tra strumenti musicali all’insegna della fusione con il corpo umano (il costume drum-machine!), tra proiezioni e automi, tra juke box di musica d’avanguardia e telefoni che cadono dall’alto (e visitatori burloni che che ti passano la chiamata), si disegna un profilo artistico che va ben oltre la non trascurabile bellezza e originalità musicale delle composizioni in sé stesse – per le quali finora (oltre che per essere moglie di Lou Reed) conoscevamo la Anderson. C’è il fascino della tecnologia, dell’invenzione geniale e folle, prima ancora che l’opera d’arte.

L’idea di sfruttare dispositivi di riproduzione sonora moltiplicandone le fonti al fine di creare scenografie musicali, vera e propria musique d’ameublement creativa (cioè vera e propria ambient), ricorda alcuni (ovviamente successivi) esperimenti di Wayne Coyne con i suoi Flaming Lips, come quel Zaireeka che nel 1997 disse alla musica pop che nulla sarebbe più stato come prima, con i suoi quattro cd da fare eseguire più o meno simultaneamente da quattro lettori differenti creando comodamente a casa propria ambienti sonori sempre differenti e spazialmente percorribili. Io lo ascolto una volta all’anno, spostando i mobili. E una volta i vicini hanno protestato. Piccolo oggetto-happening che con quelli della Anderson condivide il conato verso un superamento e una reinvenzione della musica, nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.

[vai all'archivio delle recensioni discografiche]

Post collegati
Nessun post collegato