fuori dalla matrice

Bisogna prendere atto dell’impatto culturale enorme che ha avuto Matrix. Al di là delle mode momentanee, l’universo creato dai Wachowski bros si appresta a diventare un monumento che segna le coordinate della nostra epoca. Non foss’altro perché se ne occupano filosofi celebri: dopo Baudrillard e Zizek, il 12 dicembre si terrà all’Università Statale di Milano il convegno Dentro la Matrice, featuring Carlo Sini, Giulio Giorello, Paolo d’Alessandro, Carlo Formenti e altri. Qualcuno sosteneva che la storia (cioè, la storiografia), in quanto sguardo soggettivo di una cultura sul passato, ci dica di più su chi la scrive (cioè chi la legge) che su ciò che è narrato. Nello stesso modo Matrix ci dice molto su una cultura che ha bisogno di film come Matrix, che ne discute. Discutere di Matrix è una delle cose più sgradevoli che possa capitare: perché dimostra chiaramente che di qualsiasi cosa si parli, si parla sempre di sé stessi. Osservate: c’è il semintellettuale che si esalta per mostrare che ha colto i riferimenti filosofici, c’è quello che invece lo trova banale e preferisce eXistenZ, c’è chi che lo apprezza come film d’azione ma si annoia per i suoi risvolti intellettuali, ovvero fingendo d’interessarsi solo all’azione per smontare le pretese intellettuali del film stesso, e poi quello che lo trova molto filosofico ma non vede che ci stanno a fare i combattimenti. Io ho smesso di guardare Matrix quando ho capito che è più divertente guardare nel riflesso voi che lo guardate, e vi chiedete se la realtà esiste. Sono il peggiore.