26 novembre 2003
Cani
Maledetti smidollati. Dov’erano i girotondi, le piazze gremite, gli slogan contro la censura, mentre si consumava la più vergognosa offesa alla dignità umana (e precisamente danese) che memoria ricordi, ovvero l’amputazione di quaranta minuti dalla versione italiana del bellissimo ultimo film di Lars Von Trier? Per colpa vostra ho dovuto vederlo integrale in lingua originale (inglese, senza sottotitoli), ed ora devo anche andarlo a rivedere (tagliato) per capire cosa diavolo dicevano i dialoghi, unendomi alla triste schiera di voi collaborazionisti del cinema umiliato e corrotto. Sia premesso che io disprezzo l’approccio filologico e infatti non capisco perché me la prendo, però non vedo proprio cosa hanno potuto tagliare, perché era perfetto così e molto fluido. I paventati echi brechtiani ci sono, ma non per quel che riguarda la regia (filmare il distanziamento è solo una simulazione di distanziamento: e d’altra parte vi sembra che Von Trier rinuncia alla catarsi?) ma piuttosto nella sua struttura drammaturgica di apologo-parabola; che è poi è la solita Via Crucis degli ultimi tre film. E visto che nell’ultimo post cinematografico parlavo del teatro della crudeltà mi chiedo quanto il suo metodo di direzione degli autori debba alle teorie di Antonin Artaud, e quanto la sua patologica propensione ad esplorare la dimensione ludica della tortura. Quest’uomo è pericoloso, ne sono certo. Ma con questo film ha compiuto la definitiva reinvenzione della grammatica cinematografica, ergendo il regista-operatore a redentore del cinema contemporaneo.