Estinzione

Una mattina, al risveglio da sogni inquieti, mi trovai trasformato in un enorme dodo. Sdraiato nel letto sulla schiena piumata, iniziai a riflettere su come ciò fosse potuto succedere. La sera prima ero ancora uno splendido esemplare di essere umano, colto e raffinato, e d’un tratto ero diventato una specie di pollastro in via d’estinzione. Era forse qualcosa che avevo mangiato? Magari la gustosa frittatina della sera precedente? Volendo respirare una boccata d’aria andai ad aprire la finestra ; e così mi accorsi che la situazione era più seria di quanto pensassi. Giù in strada stavano centinaia, migliaia, milioni di dodo.

Fin dalla metà degli anni Settanta il crollo del tasso di fecondità in Italia é causa di una grave crisi demografica ; solo in parte compensata, a partire dagli anni Novanta, dai tassi molti più vigorosi della popolazione immigrata. In forme meno esorbitanti, questa “demografia a due velocità” caratterizza tutti i paesi sviluppati e può essere interpretata in vari modi. I più fantasiosi parlano d’una guerra demografica pianificata e sferrata dal mondo musulmano ai danni dell’Occidente cristiano o illuminista: é la teoria dell’Eurabia resa popolare da Oriana Fallaci. Attirando tuttavia l’attenzione sulla questione etnica, la paranoia occidentalista maschera innanzitutto la vera anomalia, ovvero quel tasso di fecondità tanto inferiore alla soglia di sostituzione. E maschera inoltre le ragioni strutturali di questa anomalia, che di “etnico” non hanno proprio nulla. Se effettivamente il destino che ci attende è l’estinzione — in senso del tutto concreto — questa estinzione non ci riguarda in quanto nazione, popolo o razza ma in quanto classe.

Prima di tutte le differenze economiche ne sta una fondamentale: quella tra chi possiede qualche cosa e chi non possiede nulla. In altri tempi si sarebbe detto: tra borghesia e proletariato. Proletario, come noto, è colui che ha la prole come unica ricchezza. Al contrario, la classe borghese ha nella prole la più temibile minaccia al proprio patrimonio. Il tasso di fecondità, in effetti, non è altro che il coefficiente divisore del capitale al cambio di generazione. Un tasso di fecondità di tre, ovvero tre figli per ogni coppia, significa che il patrimonio dei genitori verrà diviso in tre parti — un po’ come l’impero carolingio alla morte di Ludovico il Pio. E un tasso di fecondità di cinque, di dieci, di venti? Una divisione eccessiva trascinerebbe gli eredi al di fuori dalla loro classe di provenienza: i figli dei re diventerebbe schiavi, e i figli dei borghesi… proletari. Ma questo non è accettabile.

L’erede borghese, per mantenersi nella propria classe, ha bisogno di un certo “capitale iniziale” ; ed è quindi necessario che la quota ottenuta dalla divisione del capitale ad ogni cambio di generazione non sia inferiore a questa somma. Così naturalmente i tassi di fecondità si allineano e si adattano, e la variabile sulla quale si allineano è la famigerata crescita. Solo se la propria ricchezza aumenta, la classe borghese può permettersi di suddividerla. In assenza di crescita economica, il tasso di fecondità necessario al raggiungimento della soglia di sostituzione — il famigerato due virgola uno — implica un’erosione del capitale trasmesso di generazione in generazione, in questo caso (puramente teorico) del -5%. Ovviamente il proletariato non fa simili calcoli, per la ragione già enunciata che non vi è nessun patrimonio da suddividere o perché conserva dei riflessi di classe. Questi calcoli li fa invece la classe media, su cui pesa concretissima la minaccia della proletarizzazione. Ma non c’è modo che questa minaccia si realizzi davvero, poiché la borghesia occidentale ha preso un’altra strada — l’estinzione appunto. Non moriremo poveri ; noi semplicemente scompariremo.

Pur di continuare a vivere da piccoli o medi borghesi, e a consumare più di quanto produciamo, ci siamo semplicemente dimezzati. Ogni generazione prosegue con più determinazione il movimento di decelerazione demografica. Adesso che toccherebbe a noi figliare, temporeggiamo nell’attesa di accumulare capitale sufficiente per assicurarci che i nostri eredi abbiano una vita degna, ovvero lo “stretto necessario” per sopravvivere entro la loro classe di provenienza. E se non ce l’avranno, allora è tanto meglio che non nascano.