L’infanzia di Vladimir

Vladimir Nabokov¬†era uno di quelli scrittori che contestava violentemente che nel giudizio estetico di un’opera d’arte dovessero intervenire elementi biografici, e scherniva stizzito coloro che si arrischiavano a stabilire nessi (magari tinti di psicanalisi, altra sua bestia nera) tra la sua vita e le sue narrazioni, alle quali negava persino un senso. Si tratta in effetti di una questione vecchia e mai risolta, dai tempi del contre Sainte-Beuve¬†di Proust¬†a¬†Calvino¬†che “dati biografici non ne do, o li do falsi” gi√Ļ fino a¬†Elia Spallanzani¬†che per vedere ci√≤ che non c’√® prefer√¨ non esserci. Eppure se leggete Nabokov vi accorgerete che non √® difficile, senza neppure conoscerne la vita, immaginarla. L’ossessione per un’infanzia idealizzata, immersa nell’agiatezza, nella cultura, nel piacere (in modo estremamente freudiano, trall’altro), nel capolavoro¬†Ardore, in¬†Il Dono¬†e magari nel personaggio di¬†Lolita, √® palesemente l’eco nostalgico di quella Russia fanciullesca che gli venne rubata dalla Rivoluzione -¬†ed in senso pi√Ļ largo il lamento “reazionario” di un intellettuale anti-sovietico; con l’eleganza dell’essere reazionari che solo a pochi √® concessa: al¬†Sokurov¬†di¬†Arca Russa¬†per esempio (un nabokoviano Wolfstein 3D della nostalgia), al¬†Rohmer¬†di L’Anglaise et le Duc, a¬†Borges. Come se si confondessero in una cosa sola l’infanzia e la Russia zarista, come se l’una mettesse in miglior luce l’altra, e tentasse involontariamente di farsene metafora. Se √® sincero Nabokov quando spezza il legame reciproco tra vita e arte, non ci resta che credere che¬†incoscientemente¬†l’autore scrivendo si tradisca, come rivelando nel sonno i suoi pi√Ļ intimi sentimenti. Forse non √® la vita a dare la chiave dell’opera d’arte, ma viceversa.

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