I miserabili

Grazie al video postato ieri da Matteo Bordone ho scoperto la figura di Andrea Diprè, l’autodefinito “più grande critico d’arte del mondo”. E in fondo perché no? La sua estetica relativista porta all’estremo i canoni del Contemporaneo, le provocazioni di Marcel Duchamp (il ready-made) e le teorie di Arthur Danto (la trasfigurazione del banale). Secondo Dipré, infatti, Arte é qualsiasi cosa che venga definita Arte… in televisione. Danto si era fermato al museo. In questo senso, qualsiasi crosta diventa Arte, se presentata da Diprè. Il critico é l’intermediario tra l’artista in nuce e l’incarnazione catodica che lo consacra artista a tutto tondo, indipendentemente dal “valore intrinseco” delle opere. Ed é così appunto che Diprè descrive il proprio ministero, in senso liturgico:

Ti senti artista? Ti senti pittore, ti senti scultore, ti senti di avere impugnato certi problemi o certe magie dell’arte? Ebbene Andrea Diprè che sono io, che ti sta parlando, il critico d’arte Andrea Diprè, é qui. Per te, in questo momento! Oggi l’artista se non va in televisione — un po’ tutti comunque, ma l’artista soprattutto, che vive di conoscenza… Come possono amare le tue opere se non ti conoscono?

Secondo alcuni, Andrea Diprè non sarebbe altro che un truffatore che lucra sulle velleità artistiche degli sprovveduti. Lui difende il suo lavoro in maniera cruda ma efficace: si tratta di dare la possibilità a dei “miserabili”, talvolta dei “casi umani”, di ottenere un po’ di visibilità e di buone parole sul suo canale satellitare, per un costo tutto sommato onesto. E chissà che l’esposizione televisiva (proprio come l’espozione museale, la firma dell’artista o il rating delle agenzie) non basti a dare oggettivamente valore alle opere.

Nell’epoca dell’user generated content, Diprè proclama che per essere artisti basta sentirsi tali. È davvero il caso di scandalizzarsi? I suoi argomenti assomigliano terribilmente alla retorica dei social networks, alle pubblicità dei telefonini, alle parole d’ordine del web 2.0: “crea il tuo blog“, “share your sounds” e “scrivi il tuo libro“. Miserabili insomma siamo tutti noi, artisti e scribacchini della domenica in questa domenica che sembra eterna. Se Diprè é un truffatore, che dire di MySpace? E delle facoltà di Lettere e Filosofia? E delle scuole di cinema, dei premi letterari (io ne ho vinti due), dei commentatori che ci ripetono quanto scriviamo bene, quanto siamo geniali, quanti likes meritiamo? Il tributo lo paghiamo non in denaro ma in anni e scelte di vita. La nostra tragedia é quella di Claude Lantier, ne L’Œuvre di Emile Zola, che inseguendo la propria ambizione distrugge tutto ciò che tocca.

Andrea Diprè ha compreso l’importanza crescente della Quarta dimensione, una bolgia immensa di dilettanti alla ricerca della buona occasione, convinti che le loro spese più o meno pazze siano un investimento. E talvolta funziona. Ma la corsa al riconoscimento é come un gioco d’azzardo, dove il banco vince sempre e la maggior parte dei giocatori s’impoverisce fino alla bancarotta — illusi d’essere speciali da qualche dea o musa o puttana pazza accasciata al bancone del bar. A che serve poi trascinare Diprè in tribunale se la colpa é della nostra vanità?

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Aggiornamento del 6 febbraio. Con le seguenti parole il Prof. Andrea Dipré, che ringrazio, ha commentato il post in una comunicazione privata:

Mi complimento con Lei per aver colto il senso più profondo della mia missione artistica. La mia, infatti, è l’idea dell’inautentico che diventa autentico. Congratulazioni anche per la Sua composizione artistica di immediata efficacia affabulatoria e storicamente a ridosso del presente.
Cordialmente.
Andrea Diprè