Musica d’arredamento

Mi stavo chiedendo cosa fosse la musica Ambient. Cioè, se l’ambient si possa dire un genere musicale oppure qualcosa di diverso, un modo della fruizione, un’alternativa alla musica.

Per Brian Eno, Ambient è senza dubbio un genere. Se anche ne ascoltassimo con attenzione le note, vi ci dedicassimo esclusivamente e ci scrivessimo una tesi di laurea, essa continuerebbe a chiamarsi Ambient, e la parola A M B I E N T continuerebbe a risultare sulla copertina del disco. Eppure, oggi con il nome di Ambient si definiscono suoni molto differenti, da certa New Age all’elettronica Chill Out a Aphex Twin. Genericamente, si definisce ambient una musica che funga da sfondo sonoro ad uno spazio (chiuso?). Quindi non si parla di un genere, ma di un modo di fruizione, di uno stato ideale richiesto all’ascoltatore. E qui sorge forse il problema: la fruizione della musica, di qualsiasi musica, è sempre più Ambient, sempre più distratta, sempre meno esclusiva. Ambient è la condizione della fruizione musicale nell’epoca della riproducibilità tecnica.

Prima ancora (negli anni 1910), Erik Satie aveva già inventato una “musica d’arredamento” che però falliva nel suo intento, non riuscendo a farsi puro sfondo – in quanto l’esibizione dal vivo esige sempre un’attenzione maggiore a quella che richiederebbe una carta da parati. Oggi, qualsiasi sua composizione registrata può essere diffusa nell’atmosfera e fungere da carta da parati sonora. Fare Ambient oggi significa innanzitutto prendere coscienza che l’ascolto è Ambient, comunque: il nuovo metro di valutazione sarà sempre di più la banalità, la noia, il talento perverso di riuscire a non attirare l’attenzione dell’ascoltatore su nessun aspetto della composizione, che può quindi (perché deve) essere dimenticata. Dal presente e dalla storia.

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