La tempesta

J’aurais un grand besoin d’entendre ton opinion sur les évenements récents. Très étrangement autour de moi je n’entends que moralisme, condamnations, des uns ou des autres. Je dois dire que je suis préoccupée, perplexe aussi . Mais j’ai le sentiment que ces voyous des banlieues sont devenus français véritablement par leurs actions récentes. Il ne s’agit pas de les dédouaner de toute responsabilité de casseurs mais de refuser les réactions simplistes du genre “il faut les renvoyer d’où ils viennent”: ils viennent de Hautepierre ou de Sarcelles.

Et c’est là que nous pouvons voir qu’ils sont parfaitement intégrés: ils trouvent ces cités moches tout comme nous les trouvons invivables. Et ils détruisent leur monde comme les soixante-huitards ont détruit le leur, ou plutot celui de leurs parents. Ils sont entrés dans l’espace public ainsi , dans la chose publique. As-tu lu l’article de Glucksmann ? Trois moi d’ état d’urgence ! “Mais nous n’avons pas touché à la liberté de presse”, ça donne des frissons. Il y a quelque chose d’inexorable dans ce que je perçois, j’ai le sentiment de vivre l’histoire.

[lettera firmata]

Cara M.

Ho letto l’ articolo di Glucksmann e mi è sembrato un’accozzaglia di banalità che devono dirsi filosofiche perché non possono essere storiche o sociologiche, ultimo teatro di una poverissima ossessione per il “nichilismo” che s’inebria del sangue che ha vaticinato, ma in sostanza non spiega nulla. Chi danneggia le proprie strutture odia sé stesso, dovrebbe rimboccarsi le maniche invece di fare casino, eccetera eccetera. Parafraso, ma di poco. Ho scritto altrove che le teorie dello scrittore francese sono anti-teorie, che non spiegano ma sottraggono dal campo della spiegazione.

Per ciò che riguarda il confronto con il Sessantotto, anche qui non sono d’accordo: in quel caso si è trattato del confronto tra una generazione e quelle precedenti, ma sostanzialemente all’interno di un meccanismo di riproduzione (nel senso di Bourdieu) delle gerarchie di potere. In altri termini, è stata lotta all’ interno di una classe, un rito di passaggio, una grande festa. Una versione clausewitziana della disputa degli Antichi e dei Moderni. Queste sono scintille di guerra civile. Io credo, come d’altronde accenni anche te, che il problema sia sostanzialmente di natura urbanistica. E sarebbe tempo che i crimini urbanistici venissero individuati come tali: in questo senso dare fuoco alla città (“carattere plein air delle rivoluzioni”, diceva Benjamin), alle strutture, è un messaggio chiaro. Sullo spazio urbano come spazio del potere, incarnazione delle gerarchie e del controllo, hanno scritto Foucault (Sorvegliare e Punire) e gli psicogeografi situazionisti (“non abitiamo un quartiere della città, ma il potere. Abitiamo da qualche parte nella gerarchia”, I.S. 6, agosto 1961).

Ma in questo caso probabilmente è il contrario: è uno spazio come assenza di potere, come assenza di Stato. Lo spazio dell’abbandono. Il concetto stesso di periferia, d’altronde, rimanda alla distanza dal centro – come luogo di emanazione del diritto. L’ipotesi di risolvere la questione con l’esercito, in questo senso, è rivelatoria. Ma giustamente noti che ogni cosa è inesorabile.

Chi fosse lì dovrebbe farselo, un giro in banlieue. Col coraggio dell’antropologo, e la stessa ebbrezza del quadro di Caspar Friederich: in piedi sullo scoglio, a fissare la tempesta che lo divorerà.