Il futuro di una volta

Recordings by THE FUTURE and THE HUMAN LEAGUE – The Golden Hour of the Future (2003)

This is a song for all you big-heads out there who think disco music is lower than the irrelevant musical gibberish and tired platitudes that you try to impress your parents with. We’re The Human League, we’re much cleverer than you and this is called ‘Dance Like A Star’…

Come conciliare l’esigenza del blog di essere sempre sulla notizia e la nefasta abitudine di ascoltare musica di vent’anni fa? Semplice, recensendo le ristampe! Ed eccone una fantastica, anzi meglio ancora, una compilation di materiale (singoli, EPs…) che era praticamente introvabile dalla fine dei Settanta. Quindi è un po’ come se fosse uscito quest’anno. Infatti è uscito quest’anno. Mi seguite?

Gli Human League che conoscete voi sono un banale gruppo synth-pop degli anni Ottanta. Nel 1977 Ian Marsh, Martyn Ware e Adi Newton si chiamavano The Future e facevano propria la lezione dei Kraftwerk trasportando la loro estetica del sintetico negli alienanti paesaggi industriali di Sheffield, poco concedendo alle tradizionali strutture della musica pop, tra esotismo futurista (Cairo) e cyberpunk dada (Dada Dada Duchamp Vortex). Poi Adi se ne va a fondare i Clock DVA e subentra Philip Oakey: nascono i primi Human League, le cui velleità sperimentali sono mitigate dalla forte esigenza di avvicinarsi all’easy listening. Ma di questo equilibrio ancora non c’è traccia in The Golden Hour of the Future, testimonianza piuttosto dei tentativi del gruppo di prefigurare la musica che sarebbe venuta poi.

Due sono le basi teoriche della loro musica, speculari tra loro, ripetutamente proclamate in volantini e registrazioni: da un lato il tentativo di fare pop music (molto sui generis) senza chitarre né batterie, ma soltanto con voce e sintetizzatori; dall’altro non uniformarsi alla voga dello sperimentalismo elettronico il cui solo obbiettivo era impressionare l’ascoltatore. Passare quindi, anche qui, dalla teoria alla pratica. Tra le due questo disco rimane in bilico, ma propone almeno un potenziale (e ironico) hit da dancefloor catatonico, Dance like a star. Successivamente usciranno due bei dischi di pop elettronico (Reproduction, Travelogue), in seguito ai quali Marsh e Ware abbandonano il nome del gruppo a mestieranti che faranno culminare la parabola in sorvolabili prodotti di consumo.

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