Progetto di riforma dell’alfabeto

Nel comporre la sua biblioteca, Aby Warburg non seguì le regole con cui solitamente si dispongono i volumi per facilitarne il reperimento. Piuttosto che seguire un “ordine”, piuttosto che affidarsi a un’economia, Warburg dispose i tomi secondo il proprio sentimento, disegnando un percorso segreto e personale. Rifuggì l’ordine alfabetico, il più arido e vuoto degli ordini, il più meccanico, dunque il più stupido. Tuttavia, tale ordine non ha cessato di turbare le nostre esistenze. Anzi! Si tratta forse dell’ultimo e unico ordine cui siamo disposti a sottometterci, probabilmente proprio in virtù della sua stupidità.

Ma noi contestiamo la tirannia della forma nella quale, da secoli, i nostri nomi e le nostre parole si dispongono, con il pretesto di un più agile reperimento: la sequenza insignificante chiamata alfabeto. Rivendichiamo il diritto di scegliere il nostro posto all’interno di dizionari, liste, agende addirittura. Non secondo il caso, ma secondo criteri morfologici che guidino il lento divenire dell’uno nell’altro, tra sfumature infinite, confusione, mescolanza, entropia. Secondo i criteri sempre mutanti dello sguardo di coloro che compilano l’insieme, all’interno della riconfigurazione infinita delle strutture. Sparpagliati, qua o là, talvolta anche nascosti, talvolta in primo piano, secondo le logiche segrete di ogni nuova combinazione. Persi nell’enorme biblioteca di Babele, il nostro filo d’Arianna non sarà l’architettura arbitraria di un ordine asettico, ma l’arcobaleno che disegneranno le nostre interpretazioni.