La guerra concreta

B0000Alwdp.03.Mzzzzzzz

Matmos – The Civil War (2003)

I Matmos fanno musica concreta, pare (l’ho letto su Blow Up). Cioè quel genere piuttosto sperimentale che consiste nel fare musica non con strumenti tradizionali, ma con suoni “reali”. Ci aveva provato per primo Erik Satie (già pioniere della ambient) inserendo nella partitura di Parade (1917) l’intervento di spari e altri rumori circensi, ma il genere s’impone con l’avvento dei dispositivi di riproduzione, che permettono a chiunque di registrare le proprie inascoltabili elucubrazioni. I Matmos però non sono inascoltabili: registrano suoni, li smontano e li rimontano, e dal (disgustoso) risucchio di una liposuzione tiranno fuori un ritmo che potrebbe funzionare in discoteca. Using musique-concrete techniques to make itchy electro funk.

E se non te lo dicono non ci pensi che stai ascoltando il coming out della musique concrète. Un po’ come Battiato, che in una sua vecchia intervista affermava di dare forma compiuta a quelle che erano soltanto (seppur necessarie) teorie, quelle di Cage e di Stockhausen. Un po’ come confrontare la labirintica Methodology dei Cabaret Voltaire con quell’anthem danzereccio che è I want you. L’ultimo disco dei Matmos, the Civil War, è un concept-album abbastanza oscuro,”un ponte in grado di unire una metà medievale-barocca che coincide con la guerra civile inglese del 1640 e dintorni, con quella sudista che corrisponde alla guerra civile americana del 1860 e giù″ e a sentirlo non sembra così concreto. Infatti leggi la strumentazione e trovi violini, chitarre, pianoforti, sintetizzatori, batterie, tube, trombe, banjo, ecc. Poi pensi che quelli sono suoni come gli altri, che fanno parte del mondo che ci circonda come le motoseghe e lo scrosciare di un ruscello. E allora tutto è musique concrète, da un certo punto di vista. Si, ma dovete sentire cosa riescono a tirarne fuori.

[Vai all'archivio delle recensioni discografiche]

Post collegati