Sub specie politicae

Ben vero che, come ricorda qualcuno, si chiama Nobel per la Letteratura e non Nobel per l’impegno politico, come talvolta sembrano intendere gli accademici di Svezia. E però nel suo significato più largo la politicità della letteratura non è qualcosa di superfluo – toh, diamoci una pennellata di politica – ma la sua stessa essenza. Raccontare la realtà significa coglierla sub specie politicae, altrimenti perché perdi tempo a scrivere?

Vladimir Nabokov negava con forza che la politica avesse un ruolo nella letteratura, e persino che le sue opere avessero un senso: perché significare vuol dire rimandare ad altro e lui non poteva sopportarlo. Eppure un senso ce l’avevano, eppure erano politiche: forse proprio in quanto rifiutavano il didascalismo della letteratura impegnata. Ma allora il problema, per questo quarto di secolo di discriminazione nei confronti della letteratura bianca americana (che è poi la pietra dello scandalo) è se questa letteratura sia riuscita a produrre opere adeguatamente politiche; se su queste sarebbe stato meritevole attirare l’attenzione; o se i giurati del Nobel sono degli snob che non capiscono niente.

Personalmente, mi pare di non avere letto nessun Nobel dai tempi di Carducci (ok, forse esagero), quindi non saprei davvero giudicare. Della letteratura americana contemporanea apprezzo la capacità di custodire gelosamente un legame con la tradizione letteraria occidentale, per via del famoso “postmoderno“. Ma davvero la meta-letterarietà compulsiva dei vari Gaddis, Barth, Pynchon, De Lillo, Auster, Foster Wallace, implica una carenza di politicità? Mi pare invece che non ci nulla di più politico di una letteratura che fissa sé stessa disfarsi, riconoscendo la propria afasia e splendida decadenza.