Il pianeta malato (gdclm/viii)

Nelle sue¬†Dix-huit le√ßons sur la societ√© industrielle (1963), trascrizione del corso tenuto alla Sorbona nell’anno accademico 1955/1956, il sociologo Raymon Aron spiegava che l’opposizione tra sistema capitalista e sistema socialista andava ridimensionata alla luce del concetto di societ√† industriale. Da questo punto di vista — che la polarizzazione geopolitica tendeva a occultare — i due sistemi non sarebbero altro che declinazioni di un medesimo tipo di economia, razionale e meccanizzata. Il loro movente, l’accumulazione del capitale. La loro ideologia, un identico culto del progresso.¬†Aron restava nondimeno un sostenitore del capitalismo occidentale, declinazione pi√Ļ soddisfacente dal suo punto di vista rispetto al socialismo sovietico.

Aron fornisce un concetto utile per definire, in negativo, la posizione di Debord, pi√Ļ efficace dei vari consiliarismo, autonomismo o¬†ultrasinistra spesi finora: l’autore della Societ√† dello Spettacolo era semplicemente e innanzitutto anti-industriale.¬†Come segnalano due citazioni nella Societ√† dello Spettacolo, Debord √® stato direttamente influenzato dallo storico e urbanista¬†Lewis Mumford, che dell’eterogenea compagine dell’anti-industrialismo novecentesco pu√≤ essere considerato il patriarca.¬†Il primo volume del Mito della macchina, la sua grande opera, esce lo stesso anno del libro di Debord, e presenta con esso varie analogie: dalla critica del lavoro diviso alla denuncia dei modelli urbanistici dominanti. Anche Mumford assimila capitalismo, socialismo e fascismo: per mezzo del concetto di mega-macchine, ovvero sistemi complessi composti da ¬ęservo-unit√†¬Ľ umane. Il paradigma di queste unit√† √® rappresentato dal famigerato Adolf Eichmann, il pi√Ļ celebre degli esecutori materiali del genocidio nazista.

Secondo lo studioso¬†Roger Sandall il pensiero di Mumford sarebbe¬†fortemente influenzato da¬†Oswald Spengler e dalla sua teoria della tecnica. Spengler fu un feroce critico del marxismo (definito¬†¬ęcapitalismo dei proletari¬Ľ in Prussianesimo e socialismo del 1919) e promotore di una via nazionalista al socialismo. Ispiratore dunque del¬†partito nazionalsocialista, Spengler tuttavia se ne dissoci√≤ subito: forse intuendo il rovesciamento che stava per compiersi — e al quale aveva contribuito.¬†√ą improbabile che Debord abbia letto, o addirittura apprezzato Spengler. Va detto piuttosto che Debord ha letto e apprezzato almeno un autore ispirato da Spengler, Lewis Mumford; e inoltre che tutti e tre sembrano ispirati dalla tradizione del¬†socialismo utopico: autori come¬†John Ruskin e Georges Sorel, ma anche lo stesso Karl Marx, nella fase ¬ępre-scientifica¬Ľ dei Manoscritti¬†del 1844.

La critica debordiana del lavoro industriale evoca le vivide descrizioni prodotte nel secolo precedente dagli scrittori socialisti. Nei Manoscritti Marx descriveva l’abbruttimento degli operai in fabbrica. Nelle Pietre di Venezia, dieci anni dopo, Ruskin affermava che ¬ęin Inghilterra c‚Äôera forse pi√Ļ libert√† nel periodo feudale di quanta ce ne sia ora, che la vitalit√† della popolazione viene sfruttata come combustibile per alimentare il fumo delle fabbriche¬Ľ. Rovesciando la nozione di wealth (ricchezza), Ruskin conia inoltre il neologismo illth, che sta a indicare il danno che la societ√† riceve per effetto delle attivit√† produttive: le¬†esternalit√† negative, dicono oggi gli economisti.

Il tema dell’impatto ambientale dell’attivit√† industriale √® presente nel pensiero di Debord fin dalle prime riflessioni sull’urbanistica, ma diventa centrale a partire dagli anni Settanta con l’irruzione nel suo discorso del problema dell’inquinamento. Un testo del 1971 rimasto inedito fino al 2004, La plan√®te malade, ne segna l’apparizione. Secondo Debord, l’inquinamento rappresenta un rischio mortale per il pianeta ma anche un affarone per i vari commercianti di contro-veleno e burocrati candidati ad amministrare la catastrofe.¬†Nella Vera scissione dell’Internazionale Situazionista, Debord afferma che, in un’epoca in cui ogni cosa √® avvelenata, ¬ęl’inquinamento e il proletariato sono oramai i due pilastri della critica dell’economia politica¬Ľ.

Debord parla allora sempre pi√Ļ spesso di ¬ęnuisances¬Ľ, ovvero degli effetti nocivi del sistema industriale. A partire dal 1984, partecipa al progetto di una Encyclop√©die des Nuisances, che in fascicoli alfabetici si prefiggeva di denunciare i diversi veleni, carabattole, illusioni, surrogati della societ√† contemporanea. L’enciclopedia divenne poi negli anni Novanta un vera e propria casa editrice, il cui catalogo ci dice anch’esso molto sull’eredit√† del situazionismo: pamphlet anarchici, critica urbanistica, ancora George Orwell (in coedizione con Ivrea), William Morris, L’obsolescenza dell’uomo di G√ľnther Anders, Lewis Mumford e Theodore Kaczynski, alias Unabomber — qualit√† di stampa eccellente, vendite minuscole e quasi totale invisibilit√† mediatica. Jaime Semprun, fondatore dell’Encyclop√©die morto nel 2011, illustrava la sua visione del mondo nei Dialogues sur l’ach√®vement des temps modernes del 1993:

Il progresso appare fondamentalmente viziato e in regola generale tutto ci√≤ che avrebbe dovuto facilitare la vita, invece la divora. L’idea che il processo storico iniziato nel Rinascimento possa conoscere un lieto fine √® ormai cos√¨ poco credibile che si pu√≤ affermare che la Modernit√† ha raggiunto la pura perfezione — poich√© la perfezione √® la caratteristica di ci√≤ che non pu√≤ essere migliorato. La Modernit√† dunque finisce ; era iniziata nelle citt√†, e nelle citt√† si conclude.

L’Encyclop√©die des Nuisances, nella sua marginalit√† e nel suo estremismo, fornisce sul pensiero di Guy Debord un punto di vista marginale ed estremo, eppure molto vicino all’esattezza. L’estremo e marginale approdo del debordismo ne rivela il senso e l’ordine segreto.¬†Oppositore della societ√† industriale in tutte le sue forme, Debord era in fondo pi√Ļ vicino a pensatori cristiani come¬†Jacques Ellul e¬†Ivan Illich — che in quelli stessi anni stavano sviluppando una¬†critica radicale della modernit√†, del capitalismo e dello Stato — di quanto non lo fosse alle frange pi√Ļ radicali della sinistra sessantottina.

Insomma Debord non solo non fu stalinista, non solo non fu trotzkista, non solo non fu leninista, ma a quanto pare non fu mai nemmeno marxista. L’evoluzione della sua opera √® caratterizzata¬†da uno sforzo intellettuale, tenacissimo, per risalire la corrente del marxismo fino a dove nessuno avrebbe pi√Ļ potuto seguirlo. La classe rivoluzionaria non era per lui il proletariato, ma i vandali e i delinquenti, i punks: insomma il famigerato sottoproletariato.¬†Del tutto disinteressato alla riappropriazione dei mezzi di produzione, Debord predicava la pura e semplice abolizione del lavoro salariato.¬†Il motto ¬ęNe travaillez jamais¬Ľ, scritto su un muro nel 1953, rester√† negli anni il suo primo e unico comandamento. Debord aveva in mente un altro tipo di lavoro, pi√Ļ simile all’arte e pi√Ļ prossimo alla vita, vicino all’utopia degli¬†Arts and Crafts di¬†William Morris, oggi nuovamente celebrato dai teorici della¬†Decrescita. Con maggiore ottimismo e attenzione alla correttezza politica,¬†Serge Latouche non √® lontano: il suo¬†La M√©gamachine del 1995 sviluppa le tesi di Lewis Mumford, facendo bene attenzione a non urtare nessuna sensibilit√† politica. (continua)