Una congettura fantasiosa

Il marxismo si pone, prima ancora che come teoria politica, come filosofia della storia. Ed è in questa sua doppia pretesa (che ripetutamente è caratterizzata come “scientifica”: teoria scientifica, pratica scientifica) che nasce il paradosso, in questa inconciliabile aporia, forse, si spiega il fallimento di entrambi gli obbiettivi. Se è vero che il filosofo non deve limitarsi ad interpretare ma deve giungere a trasformare il mondo, palesemente, a maggior ragione della sua presunta scientificità, il marxismo si pone di fronte al terribile paradosso della fisica novecentesca, ovvero l’influenza dell’osservatore sul comportamento dell’oggetto sperimentale.

Perché in fondo la teoria marxista, che la storia si diriga inesorabilmente verso certe predizioni scientificamente desunte dal motore “materiale” del processo storico, non poteva conoscere in che modo questa consapevolezza, poi divenuta prassi massiccia dappertutto nel mondo, avrebbe influenzato la storia. Come se, in un certo modo, il marxismo come teoria, e poi come prassi, avesse interferito con l’altrimenti marxista corso degli eventi ed impedito alla storia di sfociare nella sua fine prevista. Come se, cercando di realizzare il destino dell’uomo, non si abbia fatto altro che allontanarlo.

Ma questa, ovviamente, è solo una congettura fantasiosa.